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Il convegno

Moby Prince, la ricerca della verità non deve fermarsi proprio adesso

Moby Prince, la ricerca della verità non deve  fermarsi proprio adesso

Oristano, incontro organizzato da Camera penale e Ordine dei giornalisti

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Oristano La donna ha i capelli bianchi, un’espressione triste sul viso. Il corpo ricurvo come oppresso da un peso troppo grande. Una giovane donna è seduta accanto a lei. Forse è una nipote, le stringe una mano con dolcezza mentre al microfono i relatori ripercorrono i momenti tragici di quella notte di 31 anni. Una collisione in mare, appena fuori il porto di Livorno, tra un traghetto e una petroliera. Su quel traghetto, che si chiamava Moby Prince, morirono quasi tutti. Si salvò solo un mozzo. Tra le 140 vittime di quella tragedia c’era anche il figlio della donna, Gianfranco Campus, carabiniere originario di Birori che tornava in Sardegna. Non arrivò mai a Olbia, come non ci arrivarono i suoi sventurati compagni di viaggio. La donna ascolta in un dolore composto, davanti alla rievocazione di scene agghiaccianti. Si asciuga una lacrima, l’ennesima degli ultimi 31 anni.

La storia del Moby Prince è per alcuni versi noti e per altra misteriosa. Anzi: oscura. Venerdì pomeriggio a Oristano, grazie a un’iniziativa dell’Ordine dei giornalisti e della Camera penale, è stato ricomposto il quadro d’insieme. Per chi è abituato a seguire gli aggiornamenti come successione di eventi e di fatti, può capitare di perdere la visione globale. Il convegno di Oristano ha avuto, oltre al merito di contribuire a tenere viva l’attenzione su una delle più gravi stragi della storia italiana, anche quello di rifare il punto sulla vicenda, sui progressi fatti nella ricostruzione della notte della tragedia, sulle reticenze, i depistaggi, le omissioni.

Ne hanno parlato Rosaria Manconi, presidente della Camera penale, il giornalista della Rai Paolo Mastino (autore del documentario inchiesta “Buonasera, moby Prince”), l’avvocato Carlo Augusto Melis Costa, uno dei legali dei familiari delle vittime, Luciano Uras, componente della prima commissione d’inchiesta del Senato, Mara Lapia e Pietro Pittalis, componenti della seconda commissione istituita dalla Camera dei deputati, e Luchino Chessa, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del Moby Prince e figlio di Ugo Chessa, comandante del traghetto. I lavori del convegno, coordinati da Valentina De Seneen, della Camera penale di Oristano, hanno disegnato il quadro complessivo. Ed è un quadro che, a distanza di tanto tempo, ha ancora l’effetto di un pugno alla bocca dello stomaco. Lascia senza fiato ripensare al terrore vissuto dalle vittime, al dolore dei loro familiari, ma anche alla impressionante sequela di aspetti che non tornano. A cominciare dalle due sentenze penali che hanno ricondotto tutto a un presunto errore umano del comandate della Moby e alla presenza di un banco di nebbia che avrebbe avvolto la petroliera Agip la sera del 10 aprile del 1991. I lavori delle due commissioni parlamentari d’inchiesta hanno poi accertato che entrambe le circostanze erano false: non ci fu errore del comandante e non c’era nebbia. Altrettanto terrificanti le carenze accertate, ancora una volta dalle commissioni d’inchiesta, nella macchina dei soccorsi.

Il lavoro dei parlamentari non si è concluso: il deputato Pietro Pittalis ha annunciato di aver richiesto l’istituzione di una terza commissione d’inchiesta. Nel frattempo la magistratura ha riaperto alcune indagini. I familiari delle vittime, ma tutta l’Italia che non ha dimenticato, attendono di conoscere una verità plausibile.

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