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Arcipelago Sardegna
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I monumenti della Gallura preistorica e protostorica: lezione di archeologia con Angela Antona

di Paolo Cerno *

	Turisti in visita al nuraghe Santu Antine
Turisti in visita al nuraghe Santu Antine

Viaggio nell’isola, dalle perdas fittas ai Giganti di Mont’e Prama. Iniziativa del Circolo dei sardi “Montanaru” di Udine

26 gennaio 2023
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Udine Lezione di preistoria e protostoria della Sardegna, al Circolo dei sardi “Montanaru” di Udine. In compagnia di Angela Antona, archeologa di Tempio Pausania, i soci e gli amici del circolo si sono immersi per due ore alla scoperta del misterioso e magico mondo della Sardegna arcaica dal V secolo avanti Cristo, fino alle porte della Storia.

Antona, personalmente impegnata in scavi archeologici “sul campo”, ha subito detto di sentirsi un’archeologa “anomala”, non condividendo l’attuale immagine, spesso distorta, sulla preistoria sarda, descritta come selvaggia e disabitata. Le prime vestigia di vita risalgono a 150mila anni e sicuramente la Sardegna è stabilmente abitata da ottomila anni. Ne è testimone la prima carta archeologica della Sardegna stilata e pubblicata dal benemerito udinese Antonio Taramelli. (che fu anche professore incaricato di Archeologia all’Università di Cagliari, ndr).

Contrariamente a quanto spesso si crede, il mare non ha mai isolato gli antichi sardi, anzi il mare è una via senza ostacoli, inoltre il mare verso la Corsica era pochissimo profondo, quasi inesistente tanto da unire le due isole, ancor oggi se ne possono vedere le tracce; non solo, i proto sardi, su imbarcazioni di piccolo cabotaggio, testimoniate dalle innumerevoli riproduzioni dei famosi bronzetti, hanno commerciato e barattato con tutto il continente rivierasco e il bacino del Mediterraneo orientale, esportando le loro ossidiane e le selci magistralmente lavorate prima, e i metalli poi, di cui erano ricchissime le miniere dell’isola.

Gli enormi massi di granito con i loro tafoni, i profondi fori di cui sono spesso intrusi, hanno fornito tutte le tracce della vita commerciale del periodo indagato. In Gallura ci sono le più antiche Necropoli circolari ricche di reperti funebri ritrovati anche in Francia, in varie parti d'Europa e in Oriente. Trattasi delle antichissime Perdas fittas, le lastre litiche conficcate nel terreno: dolmen e menhir di carattere forse religioso e cultuale, tanto che il perdurare della venerazione, ha suscitato, in periodo ormai cristiano, il rimbrotto ufficiale della gerarchia ecclesiastica.

Le perdas fittas di Goni sono sicuramente simboli religioso-funerari antropologicamente scolpiti con caratteri sia maschili sia femminili; ne sono state contate circa 3.500 di Domus de Janas, le Case delle Fate o delle Streghe, una delle quali è a Castelsardo all’interno della conosciutissima roccia dell’Elefante, così chiamata per la sua configurazione proboscidata. La necropoli di Sa Pala larga, a Bonorva, ospita una domus ricchissima d’incisioni di tori e di spirali magiche; al cui interno non risuonava l’urlo del Minotauro, ma il dolce belato degli agnelli; mentre a Putifigari la Domo può considerarsi la vera cattedrale delle Janas con la sua policromia di rossi e neri. Sassari vanta l’altare di Monte d’Accoddi, la cui architettura megalitica ricorda le ziqqurat mesopotamiche.

A Olmedo il complesso di megalitica possanza costituisce l’inizio prodromico dell’unicità delle costruzioni nuragiche sarde ammontanti all’astronomica cifra, finora accertata, di 8/10 mila costruite nell’arco abbastanza breve dal 1800 al 1500 avanti Cristo. I nuraghes costituiscono una rete che copre tutta l’isola, dal mare fino ai 1.000 metri in montagna. La Civiltà nuragica è stata per 500 anni il fulcro della vita pastorale per migliaia di persone avviate a un domani che non sempre si è rivelato più “civile”. Altre tipiche costruzioni sarde sono le famose tombe dei Giganti che, a differenza del “nascosto” delle Domus de Janas con le loro porte stilizzate in bassorilievo, mostrano delle “false” porticine aperte a tutti ma da dove non passava la salma del defunto, che veniva calato dall’alto togliendo il concio del tratto fondale della camera funeraria.

L’XI secolo a.C. segna nell’isola uno sviluppo esponenziale della tecnica fusoria metallurgica, gli attrezzi che si ottengono facilitano moltissimo scolpire la pietra; l’esempio lampante che ne risulta sono le famose sculture di Mont’e Prama. Si tratta di rappresentazioni funerarie individuali di eroi o guerrieri famosi del tempo con non pochi problemi, non ancora risolti, sulla loro cronologia.

Con le statue di Mont’e Prama il presidente del Circolo “Montanaru” Domenico Mannoni ha iniziato e con loro riprende la parola al termine dell’avvincente argomento, porgendo grato, a nome del Circolo, un presente alla bravissima relatrice auspicandone un secondo ritorno. I Sardi sanno essere grati a chi sa dipanare con tanta semplicità e chiarezza quella matassa intricata ma, piena di vita, che è stata la Civiltà nuragica.

* Circolo dei sardi “Montanaru” di Udine

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