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Le regole

Precari abilitati all’estero: il Ministero fissa i paletti

di Silvia Sanna
Precari abilitati all’estero: il Ministero fissa i paletti

Specializzazione al sostegno online: si alle supplenze, no alla stabilizzazione

07 aprile 2023
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Sassari La corsia privilegiata non esiste più, chi consegue l’abilitazione all’insegnamento all’estero non scalerà in automatico posizioni in graduatoria e dovrà aspettare il riconoscimento del titolo in Italia per ottenere la stabilizzazione. È questa l’indicazione più recente da parte del Ministero dell’Istruzione, che interviene dopo le polemiche sollevate in particolare dalla “fuga” dei precari del sostegno. Il numero di istanze in giacenza lascia intuire la portata del fenomeno: le domande congelate sono 11.194, di cui 8.579 per titolo di sostegno e 2.615 per titolo di abilitazione su posto comune. Che succederà? Se prima anche in attesa della conversione del titolo gli abilitati all’estero potevano sorpassare i colleghi precari – anche quelli con molti anni di insegnamento – e ambire subito a un posto di ruolo, adesso la marcia indietro da parte del Governo li rimette in stand by: possono accedere alle supplenze ma non alla stabilizzazione immediata. Per quella dovranno attendere l’anno scolastico successivo alla presentazione e all’accoglimento della domanda.

Il cambio di rotta Le spiegazioni del cambio di rotta sono due. La prima è legata al pressing sindacale e al malumore serpeggiante tra i precari storici: il Ministero ha voluto evitare che si scatenasse una lotta interna tra docenti in attesa di stabilizzazione. Di fatto il precario che chiuderà a giugno 2023 il percorso di abilitazione in Italia (Tfa) avrà la precedenza rispetto al collega specializzato all’estero. La seconda ragione è più tecnica: che succederebbe se alla stabilizzazione dell’insegnante abilitato all’estero non seguisse il riconoscimento del titolo? Quel docente perderebbe il ruolo, ritornerebbe nell’elenco dei precari e, al netto di inevitabili contenziosi giuridici, dovrebbe ricominciare la trafila.

Il sostegno in Italia Conseguire l’abilitazione al sostegno all’estero rappresenta una scorciatoia per i precari italiani che però si trovano spesso di fronte a una scelta obbligata. I corsi in Italia sono organizzati unicamente dalle Università sulla base delle indicazioni del Ministero che fissa anche i posti disponibili: nel caso della Sardegna, i Tfa accolgono massimo 450 docenti distribuiti tra gli atenei di Cagliari (300) e Sassari (150). Il costo oscilla tra i 2500 e i 3500 euro. Il numero chiuso scontenta tutti, insegnanti e sindacati. Perché i posti in palio sono pochi rispetto ai candidati e soprattutto rispetto al numero di studenti bisognosi di sostegno (circa 7mila solo in Sardegna). Non solo: per essere ammessi al Tfa è necessario superare un test di selezione che a parità di risultato premia non chi vanta più esperienza sul campo ma chi è più giovane anagraficamente. Storture che i sindacati chiedono di eliminare abolendo il numero chiuso e dando la precedenza ai precari storici per i quali l’accesso al corso potrebbe diventare automatico, e non subordinato al superamento di un test, dopo almeno tre anni di insegnamento nel sostegno. Su questo punto c’è unità sindacale, con la Uil che chiede da tempo che i corsi di abilitazione vengano slegati dalle Università e affidati alle scuole, così da ridurre i tempi (la durata è 1 anno) e anche i costi.

Fuga all’estero In questo scenario di incertezza, è facile capire le ragioni di chi decide di investire sul proprio futuro frequentando uno dei tanti corsi di abilitazione al sostegno proposti da Università estere, come quelle della Romania, Spagna, Bulgaria, Cipro. L’iter è più semplice, il numero chiuso non esiste e le lezioni si possono seguire online ad eccezione del periodo di tirocinio in presenza. Il costo può lievitare sino a 8mila euro, ma il titolo viene riconosciuto in tempi abbastanza rapidi in Italia. E questo, nonostante il pit stop imposto ora dal Ministero, rappresenta il lasciapassare per l’insegnamento in pianta stabile.
 

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