La Nuova Sardegna

La testimonianza

L'ispettore Mario Capula, 35anni di servizio all'Asinara: «Totò Riina sbarcò e si proclamò innocente»

di Andrea Sini
L'ispettore Mario Capula, 35anni di servizio all'Asinara: «Totò Riina sbarcò e si proclamò innocente»

Originario di Castelsardo, oggi ha 83 anni: ha prestato servizio nell'isola carcere dal 1965 al 2000. «La fuga di Matteo Boe fu uno smacco»

11 dicembre 2023
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Sassari La mattina di maggio del 1982 in cui Raffaele Cutolo convolò a nozze nella chiesa di Cala D’Oliva, il direttore del carcere gli mise in mano una busta e gli ordinò di portarla a Roma agli uffici del ministero: dentro c’era il certificato di matrimonio. Il giorno in cui Totò Riina sbarcò per la prima volta sull’isola, fu tra i primi al quale il boss – che conosceva i gradi dalle mostrine – rivolse la parola, proclamandosi innocente.

L’ispettore Capula c’era anche quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino andarono via per l’ultima volta dalla casa rossa, quando Matteo Boe si diede alla fuga in gommone, ed era a bordo campo quando un giovane Gianfranco Zola scese in campo a Trabuccato con la maglia della Torres contro una squadra di detenuti.

Un ufficio all’Asinara Ottantatrè anni, originario di Castelsardo ma trapiantato da una vita a Sassari, Mario Capula è una delle ultime memorie storiche del carcere dell’Asinara. Sull’isola-caienna ha prestato servizio come guardia penitenziaria ininterrottamente dal 1965 al 2000, anno in cui è andato in pensione con il grado di ispettore superiore. Trentacinque anni di onorato servizio, nei quali ha avuto a che fare con boss mafiosi, pericolosi brigatisti, poveri cristi, killer sanguinari e anche ladri di polli. «Perché in carcere ci finisce qualsiasi tipo di umanità – dice –, e chi ci lavora dentro deve essere bravo a essere egualmente severo e rispettoso nei confronti di tutti».

L’isola nel destino «Sono arrivato all’Asinara il primo gennaio 1965 – racconta l’ispettore – dopo avere fatto il corso da agente penitenziario di 6 mesi a Cairo Montenotte e dopo un’esperienza di 4 mesi a Pianosa, l’altra isola carcere. Da allora non me ne sono più andato, anche se ho avuto brevi esperienze in quasi tutte le carceri della Sardegna».

Vino e sigarette Mario Capula inizia come agente ma viene presto nominato responsabile del sopravitto dei detenuti, ovvero il servizio che permette loro di acquistare beni non di prima necessità. «Avevano la possibilità di acquistare mezzo litro di vino al giorno, sigarette senza limiti e poi dentifricio, saponette, abiti. C’è da considerare che al tempo non c’erano soltanto detenuti in regime di massima sicurezza, ma anche detenuti comuni. Io tenevo i conti, annotavo tutto su un registro e ogni fine settimana rendevo conto all’amministrazione penitenziaria. Qualcuno provava a fare il furbo, qualcun altro provava a convincermi a dare qualcosa in più del dovuto. In generale si stava abbastanza attenti, soprattutto con i detenuti più pericolosi. Un tale signor Trunfio arrivava una volta la settimana da Sassari per portare le nuove provviste».

Don Raffae’ L’ispettore Capula non è l’omologo del brigadiere Pasquale Cafiero, ma il Don Raffae’ cantato da Fabrizio De Andrè, all’Asinara c’è stato davvero. Raffaele Cutolo è stato uno dei detenuti di spicco del super carcere e la sua presenza è legata all’unico matrimonio celebrato sull’isola. «Scortammo la fidanzata sino alla chiesa, non c’erano invitati o ospiti, solo guardie. Poi toccò a me e al mio collega Cau partire per Roma per consegnare il certificato di matrimonio agli uffici del ministero».

Il capo dei capi «Le brigate rosse erano probabilmente i personaggi con i quali era più difficile rapportarsi, anche i loro familiari non erano “leggeri”. Renato Curcio era uno che non dava fastidio e non creava problemi, ma già il suo aspetto incuteva un certo timore a tutti. In compenso ricordo la sua fidanzata come una spina nel fianco. Ma io non facevo una piega. Curcio aveva un servizio di custodia dedicato a lui, così come successivamente sarebbe toccato a Toto Riina». La maggior parte dei detenuti e dei visitatori arrivavano all’Asinara a bordo della leggendaria motonave Cantiello, che faceva avanti e indietro nelle acque del Golfo scortata dalle motovedette comandate da Capula. Con qualche eccezione: il capo dei capi di Cosa nostra arrivò all’Asinara in elicottero. «Io al tempo ero assegnato al servizio navale – racconta Mario Capula –, ma chiesi al direttore Gianfranco Pala (scomparso pochi giorni fa, ndr) di poter essere presente: l’elicottero atterrò nel campo di calcio sopra Cala d’Oliva, Riina mi vide, riconobbe i gradi e mi disse: “Comandante, come mai tutta questa gente? Io nenti fici, non ho fatto niente”. Come è noto, il trattamento per lui era particolarmente restrittivo».

Falcone e Borsellino I due magistrati arrivavano via mare o in elicottero, spesso insieme alle famiglie, e alloggiavano nella celebre casa rossa. «Facevano le ferie e lavoravano. Ovviamente le misure di sicurezza erano massime. Spesso c’era il direttore generale dell’amministrazione penitenziaria Luigi Daga. Una volta la signora Falcone espresse il desiderio di andare alla Maddalena e fui io ad accompagnarla. Lei era molto timorosa, ma le assicurammo che nessuno avrebbe saputo chi era».

La grande fuga Uno degli episodi segnanti della storia del super carcere dell’Asinara è la fuga di Matteo Boe. «Quel giorno tornavo dalle ferie – ricorda Capula – scattò l’allarme e corremmo a Campu Perdu. Tutte le ricerche si concentrarono nel tratto di mare verso Stintino, invece la barca navigò verso Castelsardo. Un piano ben congegnato. Certo le guardie erano disarmate da regolamento, e in quel momento c’era un’unica guardia per 15 detenuti che lavoravano. Forse Boe sarebbe dovuto stare al chiuso a Fornelli, non insieme ai ladri di polli che lavoravano nelle varie diramazioni e durante il giorno potevano muoversi liberamente».

Zola e Parodi Nel 1987 e nel 1988 la Torres di Gianfranco Zola giocò due storiche partite amichevoli contro i detenuti, sul campo di Trabuccato. «Il merito fu del dottor Esposito, magistrato di sorveglianza, che organizzava le sfide tra le diramazioni. Mi capitò poi di rivedere Zola a Sassari e di pranzare con lui. Ma all’Asinara veniva abitualmente anche Andrea Parodi, allora al top della fama: la moglie di una guardia carceraria era una sua parente e lui appena possibile veniva sull’isola. Un giorno saltando dalla motonave mi cadde il portafogli in acqua, lui si tuffò e dopo un paio di minuti riemerse trionfante col mio borsello. All’Asinara, nonostante tutto, c’era anche il tempo per farsi due risate».

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