Virginia Pishbin, medico sardo-persiano: «Andrò in Iran solo da donna libera»
«Lotto per un paese che sento anche mio. Dal 2003 fa parte della Resistenza al regime dei mullah»
Sassari «Non sono mai stata nella terra di mio padre, andrei in Iran solo da donna libera. La lotta contro il regime che va avanti da 40 anni è anche la lotta di chi come me sogna un Paese nel quale vengono rispettati i diritti umani». Virginia Pishbin, 42 anni, è nata e vissuta a Sassari, suo padre era persiano ed era arrivato in Sardegna per studiare all’Università di Sassari nella facoltà di Agraria. Una scelta, anche quella, imposta dal regime che permetteva l’aiuto economico agli studenti esclusivamente per studiare all’estero materie tecniche. Qui conobbe una ragazza sarda che sarebbe diventata la moglie con cui ha costruito la propria vita nella nostra isola. Senza mai dimenticare l’Iran, la sua famiglia, il suo popolo per il quale ha sempre lottato, partecipando attivamente e organizzando ogni tipo di iniziativa a sostegno della resistenza iraniana, fino al giorno della sua morte avvenuta nel 2016.
«Io ho vissuto e mi sono formata in Sardegna, dopo la laurea in medicina e la specializzazione ho vinto il concorso per dirigente medico e ora lavoro nel Laboratorio di analisi dell’Ospedale San Francesco di Nuoro».
Quando inizia la sua attività nella resistenza iraniana?
«A Washington nel 2003, ovviamente insieme a mio padre anche se fu una scelta completamente mia, volevo entrare in contatto con i valori di giustizia e libertà della resistenza iraniana e ora faccio parte dell’Associazione giovani iraniani che sostiene il Consiglio nazionale della resistenza».
Sono passati 21 anni, cosa è cambiato?
«In Iran il regime dei mullah continua a perpetuare la sua azione violenta e repressiva, emettendo ed eseguendo migliaia di condanne a morte, imprigionando e torturando oppositori tra cui anche donne e minori. Ma non dobbiamo dimenticare che è anche la fonte principale dei conflitti in medio oriente e del terrorismo in altri Paesi. Dopo l’uccisione di Mahsa Amini, le rivolte in Iran sono balzate agli onori delle cronache di tutto il mondo, ma è da 40 anni che esiste un’opposizione che lotta ogni giorno contro il regime. È giusto ed è utile ricordare il sacrificio di una donna che ha pagato con la vita la sua lotta per la libertà ma il mondo deve sapere che quanto accaduto a lei accade quotidianamente».
Il 1 marzo ci sono state le elezioni, le avete definite una farsa.
«Sì, una farsa che però ha messo in evidenza la forte volontà di cambiamento in Iran. Il regime ha parlato di un 60% di astensionismo, ma i numeri sono ancora più impietosi: il Quartier generale sociale dell’Organizzazione dei Mojahedin del popolo, infatti, ha monitorato oltre 1900 seggi e ha stimato un’affluenza dell’8.2%, 5 milioni su 61 milioni aventi diritto».
Che cosa fa la principale opposizione democratica iraniana che vive lontano dal proprio Paese?
«Il nostro compito è soprattutto informare su quanto accade in Iran, tenere sempre alta l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Partecipiamo a incontri pubblici nei quali descriviamo la situazione in Iran, organizziamo assemblee e manifestazioni in ogni parte del mondo. L’opposizione all’estero ha anche una rete all’interno del Paese costituita dalle Unità della resistenza. La nostra presidente eletta Maryam Rajavi ha fatto una serie di proposte alla comunità internazionale».
Quali sono?
«La designazione del Corpo delle Guardie rivoluzionarie (IRGC) come organizzazione terroristica; l’attivazione del meccanismo del grilletto previsto dalla Risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; il riconoscimento del regime dei mullah come minaccia primaria alla pace e alla sicurezza globali ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite; il riconoscimento della lotta del popolo iraniano e degli sforzi dei giovani iraniani e delle unità di resistenza contro l'IRGC, per il rovesciamento del regime».
Ha fatto medicina e parallelamente lotta per la libertà di un Paese nel quale non è mai stata. Come si conciliano questi due aspetti della sua vita?
«Non hanno bisogno di conciliarsi, esistono e fanno parte di me in eguale misura. Sono sarda e sento profondamente il legame con la mia terra. Mi piace pensare di poter restituire con il mio lavoro quello che ho ricevuto dalla mia isola e dalla mia famiglia. La mia famiglia è anche mio padre, da lui e da mia madre ho avuto la vita, l’amore, i principi, i valori ed è seguendo questi valori e questi principi che lotterò fino alla fine per vedere libera una terra che sento anche mia. Quel giorno andrò in Iran e sarà un giorno felice, non solo per me».
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