Banda ultra larga, la Sardegna arranca: in due case su tre non c’è rete veloce
La relazione pubblicata dalla Corte dei conti evidenzia i ritardi nei cantieri di tutta Italia
Sassari Il 30%. È questa la percentuale di unità immobiliari collegate con la fibra ottica col piano per la banda ultra larga avviato, ormai da diversi anni, dallo Stato per portare la connessione a 100 mbit al secondo nelle case dei sardi.
I ritardi sono stati individuati dalla Corte dei Conti, che negli ultimi mesi ha lavorato a un’indagine per capire a che punto è l’estensione della rete e analizzare le cause dei problemi. I risultati, pubblicati nelle scorse settimane, non sono incoraggianti: a pochi mesi dalla scadenza dal target, fissato a settembre 2024, l’azienda che si aggiudicata i cantieri, Open fiber, è indietro sulla tabella di marcia.
I numeri La relazione dei giudici contabili mette in fila i numeri di tutti i cantieri d’Italia. Nell’isola risultano 20.882 le unità immobiliari collaudate; 6.612 in fase di collaudo; 40.932 in lavorazione; 383 in progettazione esecutiva. Questo a fronte del target finale, fissato a 69.135 unità, sparse in 102 Comuni. L’altro target riguarda le unità immobiliari da coprire in Fwa, reti via radio da 30 mbit al secondo. Si tratta di 47.851 punti di connessione per i quali, da quanto rileva la Corte dei conti, la copertura è nulla.
In Italia Alla fine del 2023, si legge nella relazione, sono stati collegati 3,4 milioni di immobili con tecnologia Ftth (la fibra che arriva dentro casa) cioè il 54 per cento dell’obiettivo; 18.616 sedi della pubblica amministrazione e aree industriali, cioè il 62% del previsto. Sono invece 400mila le case collegate con tecnologia FWA, circa il 20% del previsto. Tra le regioni con le percentuali di copertura Ftth più basse rispetto agli obiettivi iniziali ci sono la Liguria, col 25% di completamento, e poi subito la Sardegna, col 30%. Al top c’è, invece, la Sicilia, dove è stato raggiunto l’88%.
Il progetto L’idea di portare la banda ultra larga, cioè almeno 30 megabit al secondo, viene da lontano. Il governo iniziò a occuparsene nel 2003 quando venne creata Infratel, una società pubblica controllata da Sviluppo Italia, poi diventata Invitalia, un’azienda di Stato partecipata al 100 per cento dal ministero dell’Economia. Fin da subito il compito di Infratel era collegare a internet le zone del paese lontane dalle città, dove gli operatori privati non hanno intenzione di investire perché hanno scarse possibilità di ottenere un ritorno economico. Nel 2015 fu l’anno della “Strategia italiana per la banda ultra larga”. Cominciarono a partire i primi bandi per estendere la fibra ottica: furono vinti tutti da Open fiber, una società controllata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti, che non “vende internet” ma realizza le reti e poi offre l’accesso alle aziende che vogliono commercializzare le proprie offerte per navigare sul web.
Le penali Nella relazione della Corte dei Conti si spiega che negli ultimi anni Open fiber ha comunicato diversi cambi di programma. L’ultimo in ordine di tempo è stato presentato nel mese di gennaio del 2023 per prevedere la fine degli interventi entro il mese di settembre di quest’anno. I problemi sono sorti soprattutto nella fase di progettazione e di realizzazione dei lavori. Ma tant’è, che Infratel non ha concesso proroghe sul contratto. Di conseguenza, Open fiber si è beccata penali per oltre 50 milioni di euro.
I problemi I ritardi durante la progettazione e nella realizzazione dei lavori durante i cantieri dipendono da molti fattori. Il principale è sicuramente la burocrazia, e quindi le lungaggini per ottenere le autorizzazioni, soprattutto nei piccoli Comuni. Poi, come se non bastasse la burocrazia, ci si è messa anche l’invasione russa in Ucraina, che ha fatto schizzare in alto i prezzi per le forniture e il materiale tecnologico. Tra i rallentamenti nei cantieri bisogna considerare anche un altro dettaglio importante: la manodopera. Il Pnrr, infatti, sulla spinta di target e scadenze stringenti, ha costretto molte aziende a concentrare gli sforzi su certe opere trascurandone altre. Su questo punto l’Anie Sit, l’associazione delle imprese che si occupano di infrastrutture telematiche, si è mossa per fare inserire la categoria tra quelle del decreto “Flussi” così da poter utilizzare i lavoratori stranieri. Ma i risultati sono stati molto scarsi.
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