La Nuova Sardegna

L’intervista

L’assessore regionale Franco Cuccureddu: «Possiamo vivere di turismo e senza abbassare i prezzi, inutile puntare solo su presenze e grossi numeri»

di Luigi Soriga
L’assessore regionale Franco Cuccureddu: «Possiamo vivere di turismo e senza abbassare i prezzi, inutile puntare solo su presenze e grossi numeri»

Il segmento lusso: «Ben venga chi spende cifre folli: ridistribuisce ricchezza»

17 aprile 2024
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Sassari La sua visione di turismo, per molti versi in controtendenza, ha sollevato un polverone. Il vangelo secondo Cuccureddu, ridotto all’essenza, suona più o meno così: meno turismo di massa. I grossi numeri, i record degli arrivi, non portano per forza benessere. Meglio un turismo più selettivo e meno impattante, dove chi sceglie la Sardegna può godere di migliori servizi, è ben disposto a spendere, incide positivamente sul Pil e ridistribuisce la ricchezza.

Assessore, si è insediato da poco e dopo le sue prime dichiarazioni di intenti c’è già chi storce il naso. La critica è questa: che ci fa uno che pensa come un assessore di destra, che predilige un turismo selezionato a quello nazional popolare, dentro una coalizione di centrosinistra?

«Uno che vuole togliere ai ricchi per dare ai più poveri, non mi sembra così di destra. Io ho una formazione cattolica e mi ispiro molto alla dottrina sociale della chiesa, che mette i più deboli al primo posto. Per venire incontro a chi è in una posizione di svantaggio occorre redistribuire il reddito. Lo puoi fare in due modi: o azioni la leva fiscale, ma nel turismo è improponibile. Se all’emiro del Katar io impongo una tassa di ingresso, lui se ne va in Corsica. L’altra possibilità sulla quale invece intendo agire, per fare in modo che chi arrivi nell’isola lasci più soldi possibile, e quella di dare il giusto valore ai prodotti turistici che siamo in grado di proporre. E la gamma è estremamente varia: dalla balneazione, all’enogastronomia, ai borghi, al turismo lento ed esperienziale, ai camperisti, ai sentieri, escursionismo, snorkeling, sport, motociclisti, ciclisti, grandi eventi, alla nautica e via dicendo. La Regione dovrà cercare di attribuire a questi prodotti il valore massimo possibile».

In una precedente intervista lei, estremizzando, ha fatto l’esempio della pizza a 100 euro in un locale della Maddalena, o del menù per cani a 110 euro. Anche queste dichiarazioni hanno destato scalpore. Il timore di molti è questo: alzando così i prezzi nell’Arcipelago o in Costa, magari anche il ristoratore di un posto meno rinomato si sente autorizzato a sparare alto?

«Mi sembra assolutamente impossibile. I prezzi li fa il mercato e ci deve essere sempre qualcuno disposto a spendere quelle cifre. Se una pizzeria in un luogo qualunque si azzardasse a inserire nel menù pizze a 100 euro, chiuderebbe dopo due mesi. Ma se un locale ha una terrazza vista mare, e si fa pagare anche il panorama che offre, allora ritorniamo al giusto valore dato ai prodotti».

Quindi la politica di abbassare i prezzi per attrarre più persone, non la condivide affatto?

«Questo era il mantra del mio predecessore Chessa, che invitava le strutture ricettive ad applicare tariffe più contenute per incentivare i flussi. Per me invece è un approccio profondamente sbagliato. Se arrivano troppe persone, non è detto che spendano di più, e i sardi resteranno comunque poveri. Se arriva il giusto, invece, l’impatto sarà più sostenibile, non si consumerà l’ambiente, e i servizi offerti saranno più di qualità. Al Lago di Garda, giusto per fare un esempio, ai tedeschi fanno pagare anche l’aria che respirano. E loro sono più che soddisfatti».

E perché in Sardegna questa mentalità non esiste?

«Perché alcuni antropologi e politici avevano deciso che la nostra isola non potesse vivere di turismo. Perché sarebbe stato un disvalore identitario. Sardo= ospitale. E chi è ospitale non deve chiedere soldi a chi gli fa visita. È un retaggio pesante e difficile da sradicare. Mi viene in mente un episodio: alcuni americani avevano il desiderio di intervistare un centenario. Li ho messi in contatto con un anziano di Perfugas. Avrebbe potuto chiedergli uno sproposito per quella chiacchierata, e loro sarebbero stati felici di spenderlo, proprio per il grande valore umano e di conoscenza. Ma il centenario non solo non ha voluto un euro, ma gli ha anche offerto il vino e le salsicce. Ora, tanto di cappello per la generosità, ma la mentalità resta questa, anche tra chi ha meno anni sulle spalle. E il risultato è che il turismo in Sardegna incide sul Pil per l’8%, quando la media nazionale è il 12%. Per capirsi: con le nostre potenzialità, non siamo capaci di vivere di turismo, e siamo 4 punti percentuali sotto la media. In Veneto il turismo conta per il 20% del Pil. Ma lì è concepito come un’industria, che applica la logica della massima redditività possibile. Ed è quello che dovremmo fare anche noi».

Lei è favorevole anche alla tassadi ingresso e alla tassa di soggiorno?

«Tassare in maniera generalizzata chi mette piede in Sardegna è solo controproducente. Uno si fa i conti prima di partire, e sceglie altre destinazioni. Così come le tasse sul lusso, gridano ancora vendetta. Invece ben venga la tassa di soggiorno applicata dai singoli comuni, a patto che abbia uno scopo preciso: quello di finanziare servizi per il turismo, come la promozione, gli eventi, o le spese per i musei. Inoltre la tassa di soggiorno è fondamentale per un altro obiettivo: quello di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili su chi sceglie l’isola».

Intende fare una sorta di profilazione del turista?

«Penso che per vivere di turismo ormai ci si debba muovere in anticipo: capire le tendenze e i bisogni dei visitatori prima degli altri. Questo lo puoi fare solo se raccogli una enorme mole di informazioni. Abbiamo invitato il più grande esperto al mondo di Intelligenza artificiale, e insieme cercheremo di capire come utilizzare l’Ai per elaborare i dati sul turismo in tempo reale, in modo da orientare rapidamente le nostre strategie. Se con una convenzione con Mastercard riusciamo a capire come i turisti spendono i soldi nell’isola, se intercettiamo le loro esigenze, se sappiamo quanti visitatori scelgono Barumini invece di altri siti, se prevediamo una domanda in crescita di posti barca ad Alghero, allora si possono alzare i prezzi in anticipo. E si ritorna al principio base: dare il giusto valore ai servizi offerti».

Come pensa di incrementare la produttività del turismo?

«Innanzitutto con la lotta al nero. Cercheremo di monitorare l’evasione anche con l’intelligenza artificiale, con software che incrocino i dati di Booking, Subito, Airbnb e altre piattaforme di ricettività. C’è la geolocalizzazione, ci sono gli indirizzi, non si scappa: a Castelsardo, ad esempio, ci sono 70 attività censite, e altre 400 fantasma». Altre iniziative? «Puntare anche sul turismo di nicchia, che può essere la nautica di lusso. Ma sviluppando una intera filiera, che va dalla cantieristica, alle manutenzioni, ai posti barca. O ancora valorizzare i campi da golf esistenti, e renderli eco-sostenibili irrigandoli con le acque reflue. Anche il turismo d'élite, può costituire un valore aggiunto».

E il low cost?

«Va maneggiato con cura, perché può essere un’arma a doppio taglio. Utilissimi i voli per far viaggiare i sardi, ma se questi vettori scacciano gli altri, allora diventa un problema. Se il turismo di massa fagocita quello più ricco e remunerativo, allora l’isola ha solo da perdere». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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