La Nuova Sardegna

L’intervista

Enrico Berlinguer quarant’anni dopo, Gavino Angius: «Una lezione ancora attuale»

di Vindice Lecis
Enrico Berlinguer e al centro Gavino Angius (foto Fondazione Gramsci)
Enrico Berlinguer e al centro Gavino Angius (foto Fondazione Gramsci)

L'allora responsabile della organizzazione racconta il segretario del Pci scomparso il 7 giugno 1984. «Metteva estremo rigore nel suo lavoro. Analizzava e ponderava ogni scelta»

15 maggio 2024
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La voce di Gavino Angius si rompe, per un attimo, dall’altro capo del telefono ricordando quando gli comunicarono la notizia del malore di Berlinguer, la notte del 7 giugno 1984. «In quella giornata avevo tenuto due comizi a Imperia e San Remo – racconta Angius che all’epoca era il responsabile dell’organizzazione nella segreteria nazionale del Pci –. Poi, terminata la cena con i compagni, rientrai in albergo. Era l’una circa. Il portiere mi aspettava e disse con una faccia cupa che mi aveva cercato Alessandro Natta. Pensai subito a qualcosa di grave e quando lo chiamai comunicò che Enrico si era sentito male a Padova: ha avuto un ictus, ed è molto grave. Aggiungeva che poche ore dopo, alle 5, una macchina da Roma mi avrebbe portato a Padova dove sarei dovuto rimanere per tutto il tempo necessario».

Gavino Angius, sassarese, classe 1946, è stato uno dei giovani dirigenti del Pci promossi da Berlinguer. Segretario cittadino del partito nella prima metà degli Anni Settanta, quindi segretario regionale dal 1977 al 1984 e poi membro della segreteria nazionale. È stato in seguito anche deputato del PCI-PDS dal 1987 al 1996 e senatore dello stesso PDS e dei DS dal 1996 al 2008. È stato capogruppo del suo partito al Senato dal 2001 al 2006 e vicepresidente dell’assemblea di palazzo Madama dal 2006 al 2008. In questa intervista, la prima dopo molti anni, racconta alcuni aspetti del suo rapporto con Berlinguer e rivela dettagli poco conosciuti.

Come avvenne la scelta di chiamarla nella segreteria nazionale del Partito?

«Alla vigilia delle politiche del 1983, Natta mi comunicò che il partito mi avrebbe voluto capolista in Sardegna. “Sei già 6 anni e mezzo a Cagliari come segretario regionale, devi fare una nuova esperienza”, mi disse: risposi che avrei preferito continuare il lavoro politico. Mi disse che sarebbe stato meglio parlarne ancora con Berlinguer dopo le elezioni, Così accadde e il trasferimento avvenne agli inizi del 1984».

Andò all’Organizzazione, incarico di prestigio che nel Pci era stato di Secchia e Amendola.

«Ero il vice di Adriana Seroni, una brava compagna che era la responsabile. Si ammalò gravemente e poi morì. A quel punto entrai nella segreteria nazionale come responsabile organizzazione. Eravamo una grande organizzazione con 1 milione 850 mila iscritti, 119 federazioni, 11 mila sezioni. Un grande partito di massa, animato da una costante e diffusa pulsione democratica. L’esatto opposto di quella specie di elefante pacioso guidato da burocrati che veniva descritto».

Nel 1977 era stato lo stesso Berlinguer a volerlo alla guida del Pci sardo. Come aveva conosciuto il leader comunista?

« Lo avevo conosciuto nel 1971 a Stintino. Alla fine delle sue vacanze andai per salutarlo insieme a una delegazione della federazione, ricordo la presenza di Lorelli e Polano. La cosa si ripetè ogni anno, il partito sassarese gli garantiva anche protezione. E gli portavamo anche pecorino, vino buono e salsiccia».

Parlavate di politica?

«Si parlava di mare, barche, maestrale, vecchi personaggi di Stintino e Sassari. Non si parlava di politica. Una scelta».

Nel 1977 lei divenne il segretario sardo del Pci in sostituzione di Mario Birardi. Entrò dunque a far parte del gruppo dirigente largo nazionale.

«Da segretario regionale avevo un rapporto costante con i dirigenti nazionali come Pio la Torre, Napolitano, Reichlin e altri. Ero un invitato permanente ai lavori della direzione dove si analizzavano le questioni della linea da seguire e altre questioni assai delicate. Ho quindi sin da allora vissuto tutte le vicende politiche nazionali in prima persona. La riunione della direzione era basilare per dirigere un partito grande e radicato come il Pci».

Un partito che, pur non governando, aveva una grande influenza nel Paese. E anche molti nemici interni ed stranieri.

«Oggi è difficile spiegare la condizione particolare dell’Italia in quel momento. La storia delle democrazia italiana è stata segnata da conquiste importanti ma è stata anche tragica, terribile, sofferta. Costellata dallo stragismo fascista, dal terrorismo rosso che avevano lo stesso identico obbiettivo: impedire l’avvicinamento e l’ingresso del Pci al governo del Paese. Dietro quella strategia della tensione c’era un altro stato che tramava, con la P2 e Gladio. Tanto per dare un’idea il comitato di crisi che seguiva il rapimento di Aldo Moro era composto tutto da membri aderenti alla P2. Lo si scoprì tre anni dopo. Quando uscirono gli elenchi P2 si trovarono tre ministri in carica, ex ministri, docenti universitari, militari, giornalisti, industriali».

Lei ha lavorato con Berlinguer. Come era il suo stile di lavoro?

«Non si risparmiava. La dimensione della sua politica era globale. Non c’era discorso pubblico o relazioni alle riunioni dei nostri organismi che non fosse legato e ispirato dalla situazione globale. C’era in lui un metodo severo e accurato di analisi critica delle varie situazioni, compresa quella internazionale, una sorta di analisi permanente».

Si parla, a volte, di un Berlinguer autore di svolte in solitaria.

«Lui era chiaramente contro la personalizzazione della politica. La risposta alla domanda è altro che personalismo, costruì invece un gruppo dirigente che fa impressione oggi a rileggerne i nomi. Il fior fiore della cultura, rappresentanti della produzione e del lavoro. Avevamo l’Istituto Gramsci e riviste come Studi Storici, Politica ed Economia, Critica Marxista, Rinascita, l’Unità. Attorno alle riviste, ai giornali si raccoglievano tantissimi uomini e donne di valore che spesso venivano eletti nel comitato centrale».

Non decideva dunque da solo?

«Al contrario. Lo stile di Berlinguer era sempre volto al confronto. Metteva estremo rigore nel suo lavoro. L’ho provato e visto personalmente. Ogni scelta, ogni parola veniva analizzata e ponderata. Quando veniva in Sardegna per comizi o conferenze mi chiedeva non un semplice parere ma un contributo scritto che lui leggeva, analizzava e, se d’accordo, poi faceva suo. Ci lavorava per ore e ore».

Il centralismo democratico non evitava dunque le discussioni interne?

«Nessun unanimismo albergava a Botteghe Oscure. Dalla rottura con Mosca o alle discussioni sul compromesso storico o sull’alternativa democratica o sulla scala mobile si discuteva, e come!».

Berlinguer era capace di svolte importanti. Come la rottura con la Dc.

«Il punto che segnò quella svolta notevole ha inizio nel terremoto in Irpinia che disvelò lo sfascio dello stato. La notizia venne data come sesta notizia dal Tg1. Quando Berlinguer fu informato dai compagni di Napoli chiamò Pertini, che non sapeva ancora nulla. Berlinguer restò 2 giorni nei luoghi del disastro e, quando tornò a Roma, ci fu la svolta. Riunì la direzione e disse basta: basta con la Dc e deve essere spazzato via quel sistema».

Quale fu la reazione? Non era un mistero che una parte del gruppo dirigente fosse molto più moderata.

«Molti restarono allibiti e fu una riunione drammatica. Ma Berlinguer andò avanti e due giorni dopo a Vietri durante un comizio spiegò la svolta e lanciò l’alternativa democratica».

E anche la questione morale.

«Quando Scalfari lesse la cosa fece la famosa l’intervista. Ma nel gruppo dirigente, dove sedevano personalità autorevoli, non venne condivisa da tutti».

L’anno prima c’era stata la rottura con Andreotti.

«E infatti era una linea che si dipanava coerente. Ci fu una risposta di Giorgio Napolitano che rappresentava i riformisti o miglioristi quando, nell’anniversario della morte di Togliatti, scrisse un editoriale sull’Unità che era un’accusa esplicita, forte contro Berlinguer. Praticamente lo attaccava su una presunta impronta massimalistica che sarebbe uscita dal solco Togliatti. Un’accusa grave».

Quale fu la reazione di Berlinguer?

«Era a Stintino, andai a trovarlo. Tatò, il suo segretario, mi esternò la preoccupazione per il subbuglio nel partito in presenza di un attacco politico così forte e di una svolta come quella avviata. Da quel momento l’area che si rifaceva a Napolitano aprì una battaglia politica aperta e dichiarata. Permanente. La ricordo bene».

Sullo sfondo il rapporto col Psi di Craxi.

«Il rapporto col Psi e la corposa questione sociale e operaia, la crisi dell’apparato industriale e della Fiat era fortissima. Berlinguer prese anche la decisione di andare ai cancelli di Mirafiori dove fu accolto in modo entusiastico dagli operai e parlò ai picchetti: vi sosterremo, disse, e se deciderete di occupare valuteremo cosa fare ma noi comunisti saremo con voi. Suscitò critiche. Ma non tra gli iscritti».

Siamo negli ultimi mesi della vita di Berlinguer: dopo l’83 fu un susseguirsi di vicende politiche. Si oppose al tentativo di far mutare pelle al Pci?

«Sì, qualcuno voleva farlo. In quegli anni una certa influenza di tipo mondiale invase il campo dei valori e della sinistra, il reaganismo e il thatcherismo fecero breccia con un liberismo assai spinto che puntava alla cancellazione politiche pubbliche, all’abbattimento delle conquiste, del salario. Questo era il decreto che aboliva la scala mobile. Ma domani a Sassari qualcos’altro lo dirò».

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