La Nuova Sardegna

La proposta

La Sardegna ha sete ma nel sottosuolo c’è un tesoro d’acqua

di Salvatore Santoni
La Sardegna ha sete ma nel sottosuolo c’è un tesoro d’acqua

Il geologo Mario Nonne: «Siamo la regione più in ritardo, abbiamo più risorsa sotto terra che negli invasi»

01 giugno 2024
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Sassari Nessuno sa bene quanti siano con precisione ma verosimilmente nelle profondità dell’isola c’è un valido antidoto alla siccità. Si parla di miliardi di metri cubi di acqua, di cui però nessuno si è mai curato per decenni. E ora, con mezza Sardegna a patire la grande sete, le campagne e i rubinetti di zone turistiche che rischiano di restare a secco, i geologi propongono di recuperare il tempo perso.

Un tesoro snobbato «Le risorse idrogeologiche sotterranee sono quelle più ricche ma sono anche quelle più sensibili, perciò devono essere studiate a fondo per evitare che vengano rovinate. Ma nel sottosuolo c’è probabilmente più acqua di quella raccolta negli invasi di superficie. E quindi non si capisce perché negli ultimi decenni nessuno abbia voluto studiare il sottosuolo». A parlare è Mario Nonne, componente del consiglio nazionale dei geologi, che fa da eco alla posizione dei colleghi sardi che nei giorni scorsi sono usciti allo scoperto chiedendo di essere coinvolti dalla Regione nei tavoli decisionali. «In Sardegna – riprende il geologo – siamo avanti rispetto ad altre regioni per quanto riguarda la gestione delle acque superficiali. Abbiamo programmi pluriennali e ci sono un po’ di opere di interconnessione delle dighe anche se poi non sono state completate. Non a caso è da 60 anni che non riusciamo a collaudare le dighe per sfruttarne al massimo le capacità. E poi c’è una rete colabrodo che è sotto gli occhi di tutti».

La querelle sui pozzi La siccità che sta martoriando i territori tra Baronia e Gallura ha portato, nei giorni scorsi, a iniziative che i geologi sardi non condividono tout court. Si tratta dei pozzi che si iniziano a scavare per tentare di salvare la stagione estiva. Dato per archiviato il fatto che le campagne resteranno a secco, la principale preoccupazione dei sindaci è ritrovarsi con un carnaio di turisti e senza un goccio d’acqua che esce dai rubinetti. «Sento parlare di estrarre acqua da pozzi privati senza che si conosca la risorsa – riprende Nonne –. Io credo che in emergenza si dovrebbe fare altro. Prima di tutto, per dirne una, bisognare fare le prove sui pozzi abbandonati da Abbanoa. Poi ci sono molte sorgenti che in passato si usavano nei piccoli Comuni che ora non si usano più. Insomma, bisognava cominciare con le cose più facili, fare delle prove di portata per poi programmare tutto il resto». A risucchiare acqua dal sottosuolo senza criterio si rischia grosso.

«Abbiamo l’esempio lampante di Muravera, dove si è munta la falda sotterranea a più non posso e i terreni si sono salificati. E così le arance più famose sono andate completamente bruciate. L’acqua del mare non entra nella terra quando dalla montagna arriva l’acqua dolce. Se manca quest’ultima, succede come a Muravera. Questo per sottolineare, ancora una volta, che le iniziative vanno studiate prima perché tutto il sistema deve restare in equilibrio».

Condotte colabrodo Se da una parte si potrebbe attingere generosamente all’acqua nel sottosuolo, è anche vero che prima di tutto è bene evitare di disperdere quel poco che è rimasto in superficie. «Sul sistema di distribuzione e controllo siamo fermi a 40 anni fa – conclude il geologo –. Il consorzio di bonifica in Baronia ha un dato reale sulle perdite? È un sistema che non è stato né pianificato né coordinato bene. Intervenire così, come dire, attivando pozzi e raccogliendo le acque in alveo nel rio Posada è un pericolo».

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