La Nuova Sardegna

L’intervista

Francesco Demuro: «L’isola rimane nel mio dna. Ai giovani dico: non andate via»

di Francesco Zizi
Francesco Demuro: «L’isola rimane nel mio dna. Ai giovani dico: non andate via»

Il tenore si racconta: «La mia terra è famiglia, il mare è vita. Puntare sulla lirica è stato rischioso, ma con fede e sacrifici ce l’ho fatta»

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Ci sono storie che sembrano scritte dal destino, ma che in realtà nascono da chilometri di sacrifici, da un coraggio quasi incosciente e da una fede incrollabile nei propri sogni. La parabola di Francesco Demuro, da Porto Torres ai templi mondiali della lirica, appartiene a questa categoria. Un bambino che cantava nei circoli popolari, una voce che riempiva le feste di paese e che oggi vibra nella Scala di Milano e al Metropolitan di New York. La sua vicenda non è soltanto l’ascesa di un artista, ma il viaggio di un uomo che ha saputo trasformare le radici in slancio, la sofferenza in energia e il talento in missione. Demuro non è “soltanto” un tenore: è l’esempio vivente di come si possa arrivare ovunque senza dimenticare mai da dove si è partiti.

Se ripensa al bambino che cantava nei circoli, cosa le torna in mente?

«Ricordo un bambino che aveva solo voglia di cantare ed esibirsi. Io mi divertivo, la gente ascoltava e l’importante era quello: eravamo felici tutti. In quegli anni Porto Torres era diversa, c’era tanto lavoro, i locali e il corso erano pieni, la festa grande era davvero grande. Si cantava nei circoli con la chitarra, le famiglie si ritrovavano e la musica faceva parte della vita quotidiana. Oggi lavori tanto ma i soldi non ci sono più, allora invece la gente lavorava e aveva la possibilità di godersi di più il tempo libero».

Come avvenne il passaggio dai canti popolari alla lirica?

«Ho cantato vent’anni nelle piazze, e per me quello era già un traguardo bellissimo. Poi, grazie al conservatorio e all’incontro con Elisabetta Scanu, ho capito che potevo fare qualcosa di più grande. Ho studiato privatamente, e dal Teatro di Sassari sono arrivato a Parma. È stata una gavetta lunga, fatta di sacrifici e di prove, ma fondamentale. Oggi continuo ad amare il canto popolare e, quando capita, lo faccio ancora volentieri: fa parte delle mie radici, anche se ormai non sono più un “cantadore”, a livello di tecnica vocale non è possibile fare sia lirica che canto sardo».

Il debutto a Parma nel 2007 rimane una pietra miliare della sua carriera. Che cosa provò quella sera?

«Un’emozione indescrivibile. Era il 7 ottobre 2007, nella patria di Verdi, in un teatro che tutti temono. Ho trasformato quella tensione in energia e ne ho fatto un motore. Due anni dopo ero già alla Scala e poi al Metropolitan. Ancora oggi, quando salgo sul palco, non è mai routine: l’emozione è fortissima, ma la trasformo in energia positiva. Siamo fortunati a vivere queste esperienze, a cantare melodie eterne in teatri che hanno fatto la storia».

Lei ha vissuto momenti personali dolorosi mentre era in scena. Come si affrontano situazioni così estreme?

«I momenti critici ci sono, nel 2015 dovevo cantare alla Scala ma morì mio padre. Non potevo cancellare perché ero l’unico tenore previsto. È stato uno dei momenti più difficili: ho cantato con la morte nel cuore. E poi ci sono anche momenti in cui il fisico non ti sostiene, eppure devi stringere i denti: fa parte del gioco».

Quali sono i suoi rituali prima di entrare in scena?

«Faccio vocalizzi, cerco di non stancarmi troppo, mi carico con pensieri positivi e faccio qualche preghiera. Mi affido sempre a Dio, sono molto credente. Conosci i tuoi mezzi, sai cosa puoi dare, e capisci che quel momento lì deve arrivare al meglio».

Molti giovani l’hanno seguita dal canto popolare alla lirica. Che valore attribuisce a questo?

«È la prova che i giovani hanno bisogno di punti di riferimento. Vale per la musica e per tutto. Le tradizioni vanno salvaguardate, ma non si può fare da soli: serve un gioco di squadra, perché nessuno ce la fa individualmente. Io stesso mi sono aggrappato agli esempi che avevo davanti, e se oggi qualcuno prende me come riferimento, significa che il cerchio si è chiuso».

Se dovesse scegliere un personaggio d’opera chi sarebbe?

«Non il Duca di Mantova, che era un donnaiolo che odiava le donne. Nemmeno Rodolfo, troppo irresponsabile. Alfredo forse, per certi aspetti: si innamora perdutamente, ma resta immaturo. Se però devo sceglierne uno, dico Arturo dei Puritani: un eroe romantico, sincero, con cui mi identifico di più».

Il suo percorso è stato un salto nel vuoto...

«Venivo da una famiglia umile e studiare lirica significava rischiare tutto. Continuavo a cantare in sardo, ma sapevo che avrei potuto restare con niente in mano, né l’uno né l’altro. È stato come buttarsi senza paracadute. Sono stati anni di grandi sacrifici, ma dentro di me ero convinto che ci fosse una strada segnata da Dio».

Che cosa rappresenta la Sardegna per lei oggi?

«La Sardegna per me è famiglia, festa e mare. Le feste sono state la mia vita per vent’anni, il mare per me è vita. Il mio sogno è tornare a vivere in barca a vela nella mia isola. Mi fa male, però, vedere tanti giovani costretti ad andarsene. Siamo un popolo che dovrebbe essere tra i più ricchi al mondo, per storia e per risorse, e invece ci ritroviamo spesso a piangere chi parte».

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