«Nelle città sarde ci sono troppi b&b ed è caos affitti, è ora di puntare sui piccoli paesi»
Per l’architetto Vanni Maciocco lo spopolamento dei centri può diventare un’opportunità. «Con servizi adeguati e collegamenti efficienti possono rinascere le realtà più piccole»
Sassari «Lo spopolamento delle aree urbane può diventare un’opportunità di riequilibrio territoriale, se cambiamo prospettiva: la qualità della vita non deve essere concentrata solo nelle aree urbane, ma può essere garantita anche nei territori a bassa densità abitativa, e quindi nei piccoli comuni. A patto però che questo processo venga governato, portando servizi di prossimità e collegamenti efficienti con ospedali, scuole, trasporti e lavoro».
Vanni Maciocco, fondatore ed ex preside della facoltà di Architettura di Alghero, propone una lettura non solo emergenziale della crisi abitativa che investe soprattutto i centri costieri.
Qual è il nodo principale della crisi abitativa?
«Prima di tutto c’è una crescita esponenziale di locazioni turistiche e affitti brevi che trasforma il patrimonio abitativo da residenza permanente a abitare temporaneo e si configura come vera attività d’impresa. Questo determina tensioni sociali perché amplifica la domanda di abitazioni permanenti. Tutto questo induce una anomalia nell’equilibrio delle funzioni che creano la complessità delle città e riduce la qualità urbana, quella legata alla qualità dell’abitare, nel senso del prendersi cura dei luoghi che si abitano».
Che effetti produce sul territorio?
«Si creano squilibri territoriali e polarizzazioni: i luoghi centrali diventano ancora più centrali e quelli periferici più marginali».
Sostiene che può essere anche un’opportunità. Quale?
«La risposta alla tensione abitativa nelle città richiede certamente l’attuazione di politiche abitative urbane che facciano fronte a questo disagio, ma al tempo stesso possono aprirsi nuove opportunità alternative e complementari alle politiche abitative delle città che possono avviare la costruzione di nuovi modelli insediativi e inaugurare nuove prospettive per la geografia urbana regionale. L’opportunità è legata alla possibilità di passare da un modello dove la qualità urbana è esclusiva dei luoghi centrali a una dimensione territoriale che preveda una vita urbana di qualità anche nella bassa densità abitativa, una caratteristica dell’isola che è il nostro problema e allo stesso tempo un punto di forza».
Cosa significa concretamente?
«Dobbiamo sperimentare un modello di vita urbana anche nei piccoli comuni che offrono vantaggi indubbi anche dal punto di vista della qualità dell’abitare». Qual è la condizione perché funzioni? «Devono essere dotati di servizi di prossimità e di un’accessibilità agevole ai servizi fondamentali: salute, istruzione, mobilità. Serve una politica dell’abitare che coinvolga i piccoli centri anche per decongestionare le città».
Chi lavora a Olbia o Alghero spesso è costretto a vivere in paesi vicini
«È un fatto positivo che andrebbe governato portando i servizi di prossimità. Se si vive a un quarto d’ora da servizi fondamentali come porto, aeroporto, ospedale, in territori con elevata qualità ambientale, il fenomeno è interessante».
Come si governa tutto questo?
«Si tratta di organizzare politiche nazionali e regionali. La Regione è molto attenta ai piccoli comuni e a questo riequilibrio che porta a prendersi cura di tutto il territorio».
Lei parla anche di una specificità sarda.
«In Sardegna abbiamo una sfida particolare: un abitante deve occuparsi di una porzione di territorio sei volte superiore rispetto a un abitante della Lombardia. Serve una politica che riconosca questo credito ambientale».
Quale visione per i prossimi dieci anni?
«È necessaria una nuova geografia urbana che vede la compresenza di città e nuove entità urbane che io chiamo “Città di paesi”. Perciò i paesi devono incontrarsi in modo cooperativo per far emergere entità urbane più complesse, capaci di accogliere la nuova domanda sociale dell’abitare».
