Gino Marielli: «I miei primi 50 anni nella musica. Con i Tazenda una storia infinita»
Dalla tournée con Morandi alla collaborazione con De André. «Ma siamo ancora belli vispi»
Chitarrista, compositore, voce e anima dei Tazenda. Gino Marielli ha attraversato quasi mezzo secolo di musica portando il nome della Sardegna in giro per l’Italia e il mondo. Accanto a lui, fin dagli esordi, Gigi Camedda e Andrea Parodi, voce simbolo del gruppo scomparso nel 2006. «Ho iniziato a fare musica e serate quando avevo 18 anni, quindi sì, possiamo dirlo tranquillamente: sono quasi 50 anni di carriera», racconta. Un percorso fatto di scelte artistiche coraggiose e collaborazioni che hanno lasciato il segno da Morandi a Mogol, da Ramazzotti ai Modà, e poi ancora Grignani e Renga.
Quando ha capito che la musica poteva diventare un mestiere?
«Con i Sole Nero, nel’ 78. Abbiamo vinto un concorso della Rca con 40mila partecipanti e ci siamo ritrovati a girare il mondo. Prima avevo un gruppo prog, “Verso la luce”, guardavamo ad Area, Genesis, Pink Floyd. Con i Sole Nero abbiamo capito che diventava una professione. Non più solo passione, diventava anche un vero e proprio lavoro».
Poi la tournée con Morandi?
Non eravamo semplici turnisti. Morandi ci dava spazio nei concerti per proporre le nostre cose. Siamo stati nell’Unione Sovietica e poi negli Stati Uniti, in piena guerra fredda. Cercavano un gruppo vivo, non i soliti musicisti di studio. È stata una scuola formidabile».
L’incontro con Mogol e il periodo del Coro degli Angeli.
«Il nome Sole Nero non gli piaceva. Ci propose nomi terribili, alla fine accettammo “Coro degli Angeli”. A noi sembrava lontanissimo da quello che volevamo essere, ma incidemmo un disco di canzoni di Battisti che andò molto bene. Un’esperienza importante, anche se sentivamo di non essere completamente noi stessi».
Come nascono i Tazenda?
«Dopo lo scioglimento del Coro degli Angeli io volevo fare il solista. Andrea Parodi ci chiamò per alcune serate legate alla Nazionale Cantanti. Non avevamo neanche un nome. Venne fuori “Tazenda” da un libro di Asimov che avevo prestato a Gigi, il suono somigliava a Sardegna. E resta quello. È stato quasi un caso, ma poi si è rivelato perfetto».
L’intuizione di Mara Maionchi fu decisiva per trovare la vostra identità.
«Le portammo dei provini in inglese e una cassetta in sardo. Saltò dalla sedia con “Non potho reposare” e ci disse: mischiate queste due anime. È lei che ci ha fatto capire che rock britannico e tradizione sarda potevano stare insieme. Ci fece ascoltare U2 e Pogues per farci capire come fondere rock con radici popolari. Aveva capito tutto».
Sanremo Rock è il primo spartiacque?
«Ci fece entrare in un giro importante: Litfiba, Avion Travel, CCCP. Poi siamo arrivati al Gran Premio di Pippo Baudo quasi per gioco. Ci siamo detti: se non succede niente molliamo. Invece ci fu l’esplosione di “Carrasecare” e “No potho reposare”. Da lì cambiò tutto».
La standing ovation per “Spunta la luna dal monte” resta un momento unico nella storia di Sanremo.
«La casa discografica pensava che fossimo ancora troppo poco “big” per andare da soli. Quando abbiamo fatto sentire Disamparados hanno detto “facciamo scrivere qualche parola a Bertoli”. All’inizio pensavo che il testo non rientrasse nella metrica. In studio ho capito che lui non cantava, raccontava. Non si trattava più di rispettare le note ma l’intensità. Bertoli aveva una capacità narrativa straordinaria».
Come arrivò la collaborazione con Fabrizio De André?
«Siamo andati a casa sua e gli abbiamo fatto sentire “Pitzinnos in sa gherra”: Subito ci disse “ci vorrebbe una filastrocca”. Andò in soffitta e tornò con libri enormi. Venti giorni dopo arrivò un fax con dieci proposte sue. Scegliemmo quella che poi abbiamo aggiunto nel pezzo. È stato un onore immenso».
Come avete vissuto la scelta di Andrea Parodi di andare via?
«Malissimo come una rottura sentimentale. Poi abbiamo capito che stava seguendo una strada nobile, quella della musica tradizionale pura. Quando ci siamo ritrovati era già malato, ma cantava con un’intensità incredibile. Se avesse avuto tempo sono sicuro che sarebbe tornato con noi».
Ha fatto anche un docufilm “Monkey Monk” di cosa tratta?
«È un progetto dedicato ad una domanda che ci poniamo da quando nasciamo: il significato della vita. Nel docufilm ho intervistato una serie di persone che hanno dedicato la propria vita alla ricerca del senso dell’esistenza».
Ci sono sogni rimasti irrealizzati?
«Due nomi: uno purtroppo è irrealizzabile: Franco Battiato. Lo abbiamo incontrato per caso in aeroporto e ci ha fatto i complimenti, ma non siamo riusciti a collaborare. Il secondo è Peter Gabriel, il mio idolo assoluto. Le cose devono capitare, non si organizzano. Se un giorno dovesse succedere, sarebbe meraviglioso».
Ritornereste a Sanremo?
Sì, indubbiamente, perché quel palco produce sostanze chimiche che durano tutto l’anno. Non fa male anche se arrivi ultimo».
Cosa riserva il futuro ai Tazenda?
«Siamo ancora belli vispi. Il nostro progetto artistico prosegue con Serena Cartamantiglia. Abbiamo due pezzi nuovi pronti. Sono brani misti in sardo e in italiano. E poi c’è il libro “Tazenda – S’istoria infinida” di Felice Liperi che stiamo presentando in teatro. Insomma, ci siamo e abbiamo ancora tante cose da proporre».

