Dalla Biennale di Venezia alla cura delle pecore di famiglia, la scelta di vita di Silvia Loddo
L’attuale curatrice della Pinacoteca Contini di Oristano si racconta: da Parigi al ritorno nell’azienda ovina di famiglia
«Non è stato un romantico ritorno alla terra. È un racconto che non esiste, una narrazione anche scorretta. È stata cura: la stessa che ho messo in una vita di lavoro, nell’arte e nella fotografia. Quell’approccio l’ho trasferito sul territorio, nella famiglia, nella storia dell’azienda». Silvia Loddo oggi è la direttrice della Pinacoteca Carlo Contini di Oristano. La prima forma d’arte con la quale è entrata a contatto però, sin dalla nascita, è la natura. La sua famiglia, infatti, da generazioni, produce latte. Per lei, le pecore e l’attaccamento alla terra sono state una costante della quotidianità. Poi è un mondo che ha lasciato per dedicarsi allo studio e all’esplorazione dell’arte, lavorando in più settori. La morte del padre però ha richiamato il suo essere figlia di pastori, e sei anni fa si è aperto uno squarcio in una carriera avviata. E allora lei è tornata ai pascoli, con la delicatezza di una fioritura di primavera.
Com’è nato l’amore per l’arte?
«Quando ho preso il diploma di liceo scientifico nel 1996, volevo andare a Bologna come molti della mia generazione che ambivano a studi umanistici. Non passai per fortuna il test di ammissione alla neo istituita facoltà di Scienze della Comunicazione, e fu un bene. A Lettere mi innamorai di Conservazione dei Beni culturali, che ho completato poi a Ravenna, con una esperienza molto formativa alla Sorbona. Erano gli anni in cui nasceva il concetto di Unione europea, quindi andare a studiare in una capitale come Parigi assumeva un valore stimolante dal punto di vista della formazione, ma anche politico. In questo contesto è nato e si è rafforzato il mio amore per ogni forma di espressione artistica».
Prima di tornare a Oristano, che faceva?
«Mi sono sempre occupata di arti visive, e il mio ultimo incarico in tal senso è stato coordinare il progetto di riordino della fototeca dell’Archivio storico delle arti contemporanee per la Fondazione Biennale di Venezia. Poi, uno stravolgimento. E sono tornata a casa, per dedicarmi all’azienda di famiglia».
Racconti questo punto di svolta.
«Nel 2019 muore mio babbo ed eredito un’azienda agricola di un migliaio di capi ovini, e tre oche. Ho sentito da subito che non volevo abbandonare la nostra azienda, eppure erano gli anni dell’assalto all’eolico e al fotovoltaico ed eravamo tempestati di richieste per vendere i nostri terreni. Così assieme a Cesare Fabbri, il mio compagno – che è di Ravenna, è fotografo, ed è ancor più convinto di me della scelta che abbiamo fatto – ci siamo trasferiti nell’isola dal giorno alla notte. Io ero neo mamma, il nostro bambino aveva appena un anno. È stato difficilissimo, la carriera però è stata la meno faticosa da lasciare. È stato più sfidante iniziare una nuova vita».
Come è riuscita a trovare la chiave di interpretazione?
«Mi sono fidata dei rapporti che aveva costruito mio padre e di chi l’aveva sempre aiutato. Per fortuna avevo al mio fianco gli operai che hanno lavorato con lui per una vita. È stato complessissimo ambientarmi però, perché la campagna vive delle sue leggi. E io conosco i sardi e la Sardegna, a volte mi sono ritrovata a chiedermi se ne valesse davvero la pena. In questo turbinio iniziale, il punto fermo è stata la Cao, Cooperativa allevatori ovini. È stata un grandissimo supporto e occasione di formazione, per me che dovevo partire da zero. Peraltro, nel 1966 mio nonno fu uno dei suoi fondatori, e quindi è stato quasi naturale affidarmi a loro, li ho sentiti parte della famiglia. Così, ho frequentato i loro corsi e le persone, e sono entrata nel Cda. Per addentrarmi nel mestiere, è stato fondamentale il percorso “Pastori e innovatori”, dove ho imparato a prendere confidenza con la campagna e trovare la chiave per riadattarlo alle mie inclinazioni e il mio modo di interpretarla».
Qual è stato l’ostacolo che ha trasformato in opportunità?
«Su connottu è a volte una condanna qui in Sardegna. Per esempio, appena presa in mano l’azienda abbiamo deciso di virare subito verso il biologico e abbiamo incontrato qualche diffidenza iniziale, racchiusa nel semplice “ma abbiamo sempre fatto in altra maniera”. Noi stavamo partendo da zero e volevamo farlo con il piede giusto, integrando la nostra scelta di vita con i valori etici e politici in cui rispecchiamo la nostra identità».
Com’è la sua Sardegna?
«Riconosco in me un modo di stare al mondo che è legato all’isola e al rispetto, all’ascolto e al silenzio. Sono valori che ci caratterizzano come popolo e che si traducono nel nostro fare, che è silenzioso. Bisogna guardarsi intorno e unire le forze».
Sono passati sei mesi dal suo insediamento nella Pinacoteca Carlo Contini, come va a Oristano?
«Io Oristano non la conoscevo più e ci sono tornata dopo 25 anni. Ho trovato un gruppo di artisti vivi, come Tonino Mattu, Gian Luigi Concas, Marta Scanu. Ci sono le opere, ci sono le storie e la storia, figure su cui costruire immagini e visioni. Si tratta di coordinare meglio ciò che accade a Oristano. Tutto è lì ma è un po’ nascosto, invece mi piacerebbe che si creasse una comunità che fa pensa e si interessa di arte. Questo è il progetto che vorrei realizzare nel mio mandato triennale. Per me è un grande onore essere nello stesso stabile della biblioteca. E c’è anche l’Hospitalis, questi spazi potrebbero diventare un hub culturale da paura. Si dovrebbe poter trascorrere pomeriggi interi tra queste mura, vivere gli spazi in comunità e condivisione».
Cosa immagina per migliorare il rapporto della città con l’arte?
«Non sono una curatrice d’assalto, credo nei tempi della storia e la campagna ha gli stessi tempi lenti, quelli che ci vogliono per far maturare le cose. Questo approccio mi ha dato ragione fino a oggi, e voglio mantenerlo anche in Pinacoteca. Vorrei far uscire il museo dal museo, oltre che confezionare mostre negli spazi interni. Ciò che ho proposto in sede di selezione, e che vorrei realizzare entro il mio mandato, è risvegliare la coscienza della città, che troppo spesso si dimentica della sua origine e dimensione agricola. Vorrei realizzare un percorso di residenze d’artista per indagare il rapporto tra città e campagna. Oristano deve recuperare un rapporto vivo con le sue origini, la sua storia è agricola e fuori dalle mura la sua economia si regge sui mestieri ad essa legati».
In questo senso, sente un adeguato supporto da parte della politica?
«Mi dispiace constatare che siamo a un livello fallimentare. Le campagne restano una risorsa che mai si riesce a potenziare. L’Oristanese poi ha la campagna di Bennaxi, che è uno dei terreni più floridi che ci siano nel Campidano, dove potrebbero germogliare tanti progetti che valorizzino il territorio. Sono convinta che lo sguardo d’artista possa davvero aiutare a reinterpretare, ragionando insieme a chi vive città e la campagna, creando nuove connessioni».

