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Medicina estetica, basta eccessi: ecco il medico che dice “no” ai volti-format di Instagram – Le storie di chi si è pentito

di Luigi Soriga
Medicina estetica, basta eccessi: ecco il medico che dice “no” ai volti-format di Instagram – Le storie di chi si è pentito

Labbra, zigomi, volumi fuori misura: i social riscrivono i canoni di bellezza . Astrid Chessa: «La vera cura è ascoltare i pazienti e aiutarli a fermarsi»

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Sassari C’è un momento, mentre scorri Instagram, in cui ti accorgi che non stai più guardando dei volti. Stai guardando un modello. Ripetuto. Replicabile. Zigomi ad alta quota, russian lips che debordano, mandibole che sfidano l’anatomia. Non sono persone: sono format. E ogni format ha una funzione precisa: catturare attenzione, fermare lo scroll. Dentro questo palcoscenico dell’eccesso, la medicina estetica è diventata terreno di conquista. I like hanno preso il posto dei titoli. Le visualizzazioni quello dell’esperienza clinica. L’algoritmo diventa regista e detta il canone di bellezza, il paziente regredisce a contenuto. E mentre il volto viene trattato come un progetto da aggiornare, il disagio che lo muove resta spesso sottopelle.

Leggi qui le storie di pazienti che hanno subito trattamenti di medicina estetica con gravi conseguenze

Astrid Chessa, medico estetico, docente al master universitario, sassarese, lavora da quasi trent’anni in questo campo. Ha visto la medicina estetica nascere come cura e trasformarsi, in molti casi, in spettacolo. Ha visto il prima e il dopo Instagram. Ha creato un blog “Oltre il filtro”, e parla senza indulgenza di medici influencer, di dismorfofobia alimentata dai social, di professionisti collusi che lucrano sulle fragilità emotive. E rivendica un principio antico, oggi rivoluzionario: dire no è un atto medico ed etico.

Partiamo da qui: oggi la medicina estetica cura o vende?

«Dipende da chi la pratica. Ma dobbiamo essere onesti: una parte importante del settore oggi vende soluzioni rapide a disagi profondi. E quando la medicina smette di interrogarsi e inizia solo ad accontentare, diventa pericolosa».

Pericolosa per chi?

«Per i pazienti fragili. Per chi non si riconosce più allo specchio, per chi insegue continuamente la perfezione del proprio avatar social, perché vive immerso in un’estetica filtrata e irraggiungibile. In quel caso il medico dovrebbe fermarsi. Invece spesso accelera».

È qui che entra in gioco la dismorfofobia?

«Esatto. E non parliamo di vanità. La dismorfofobia è un disturbo serio. Il problema è che oggi viene ignorata o, peggio, sfruttata. Un paziente dismorfofobico è spesso incontentabile. Torna, chiede di più, non è mai soddisfatto. Se trovi un medico etico, si ferma. Se trovi un medico che guarda solo al guadagno, che ti considera alla stregua di un bancomat, diventa una rendita. È lì che nasce l’overtreatment. È lì che vedi volti deformati, non migliorati».

Quanto incidono i social in questo meccanismo?

«In modo devastante. Un paziente dismorfofobico non accetta se stesso. Cerca modelli di perfezione su Instagram. E l’algoritmo cosa fa? Ti bombarda. Più guardi certi contenuti, più te ne propone. Più ti senti inadeguato, più ti mostra volti “perfetti”. È una spirale che accentua le insicurezze. E il paziente non chiede più di stare meglio: chiede di assomigliare a un’immagine che non esiste».

Le capita di vedere pazienti che inseguono la propria versione filtrata?

«Continuamente. Arrivano con foto salvate, screenshot, reel. A volte con il proprio volto filtrato. Quella diventa la meta. E tu devi smontare un’immagine che per loro è ormai un’identità. È un lavoro enorme, faticoso, che richiede tempo e ascolto. E infatti molti non lo fanno».

Le capita di dire no ai pazienti?

«Spesso. Ci sono pazienti con cui parlo soltanto. Li ascolto. E poi li mando via. Non pagano. Perché non hanno bisogno di un trattamento, hanno bisogno di essere ascoltati. Questo è fare medicina. Il problema è che oggi molte sale d’attesa sono diventate catene di montaggio».

In che senso?

«Visite rapidissime, zero ascolto, trattamenti fatti in serie. A volte nemmeno dal medico, ma da assistenti senza formazione adeguata. Questo non è curare: è fare business».

C’è molta improvvisazione nel settore?

«Oggi inietta chiunque. Basta un corso di poche ore per sentirsi “medico estetico”. Iniettano infermiere, iniettano estetiste, iniettano persone senza una vera formazione clinica. È una deriva gravissima».

E le conseguenze?

«Le vedo tutti i giorni. Pazienti che arrivano da me per aggiustare i danni fatti da mani inesperte. Occlusioni vascolari, asimmetrie, volumi sbagliati, visi stravolti. Il problema è che spesso chi ha fatto il danno non rivede nemmeno il paziente».

Eppure la medicina estetica dovrebbe far stare meglio.

«Certo che sì. La medicina estetica, se fatta bene, ti fa sentire meglio con te stesso. Ma per lavorare eticamente talvolta devi rinunciare ai guadagni facili e immediati».

Perché?

«Perché il tempo non fa engagement. Il “no” non fa engagement. L’eccesso sì. I social premiano ciò che colpisce. E il medico-vetrina entra in un circolo vizioso: più mostro, più piaccio; più piaccio, più devo mostrare».

Chi è il medico-vetrina?

«È il professionista che vive in funzione del contenuto. Selfie in camice, storie quotidiane come mini-reality, trattamenti trasformati in spettacolo. Immagini “Prima e Dopo” spesso photoshoppate. Il problema è che mentre è sempre presente online, spesso è assente nella relazione clinica».

Il paziente che ruolo assume in questo schema?

«Diventa contenuto. Uno sfondo. Una storia da condividere. Ma il paziente è una persona vulnerabile che ti affida il suo corpo e la sua immagine. Trasformarlo in materiale da engagement è una violazione profonda del patto di fiducia».

Parliamo degli eccessi che oggi fanno click.

«I trend sono questi, li chiedono tutti. La mandibolona alla Ridge Forrester, le labbra esasperate. Io non le faccio. Dico no. Perché non mi piacciono. Ognuno ha i pazienti che si merita, dico io». Cosa vede nei volti estremizzati?

«Vedo volumi che non esistono in natura. Vedo zigomi che chiudono gli occhi, labbra che arrivano prima del volto, profili che non esistono più. Sembrano pesci. E poi vedo colleghe che sono diventate avatar. Ma se tu sei un avatar, come puoi non avere pazienti avatar? Tu sei il biglietto da visita del tuo lavoro. I tuoi pazienti sono il tuo riflesso».

Lei invece lavora sulla naturalezza.

«Sì. Io adoro la medicina rigenerativa. Dove posso uso il grasso, sfrutto le cellule staminali, stimolo il collagene. Il corpo è già predisposto a rigenerarsi. Noi dobbiamo accompagnare, non forzare. Riequilibrare una simmetria. Migliorare la qualità della pelle. Eliminare le macchie. Un labbro sottile può diventare un po’ più turgido, ammorbidire i tratti. Questo sì. Ma cambiare i connotati a una persona non le dà sicurezza. Spesso gliela toglie. Per me dire no significa proteggere. Significa riconoscere che non tutto ciò che è richiesto è giusto. Il “me lo chiede il paziente” è solo una vile scappatoia morale».

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