La Nuova Sardegna

a tu per tu
Il personaggio

Elia di Buggerru: «Sono un pescatore social e mostro la vita lenta in mare. La pesca sostenibile è il futuro»

di Caterina Cossu
Elia di Buggerru: «Sono un pescatore social e mostro la vita lenta in mare. La pesca sostenibile è il futuro»

Gli inizi a 20 anni, l’inverno duro, i video online: «Racconto un mestiere antico ai giovani»

7 MINUTI DI LETTURA





Trentaquattro anni, pescatore per scelta e divulgatore per vocazione. Elia Broccia è uno degli esempi più interessanti di come un mestiere antichissimo possa dialogare con il presente senza tradirsi. Dal 2018 racconta su Instagram la vita vera del mare: niente filtri, niente spettacolarizzazione, solo reti, fatica e rispetto per l’ecosistema. Un approccio virtuoso che unisce tradizione, consapevolezza ambientale e comunicazione autentica. Tra Instagram e Tiktok conta quasi 40mila follower.

Elia, come sta vivendo questo inverno così difficile per chi lavora in mare?

«È un periodo complicato. Sono fermo da circa un mese a causa del maltempo e per chi fa questo lavoro lo stop forzato pesa molto, non solo economicamente ma anche emotivamente. Quando non si può uscire, si sistemano le reti, si fa manutenzione alla barca, si cerca di non restare con le mani in mano. Però il mare diventa un’assenza fisica. È un mestiere che comporta rischi e sacrifici e, nonostante sia tra i più antichi del mondo, spesso non è adeguatamente tutelato. Nei momenti di emergenza ci si sente un po’ dimenticati. È una lotta continua, prima di tutto con se stessi, serve una grande forza mentale per andare avanti».

Lei però ha saputo dare una dimensione nuova a questo lavoro attraverso i social. Come?

«Non ho aperto la pagina Instagram per cercare visibilità, anzi: sono una persona piuttosto timida. All’inizio pubblicavo qualche video quasi per gioco. Poi mi sono accorto che tante persone erano curiose di capire cosa succede davvero in mare, come si vive da pescatori, quali sono i ritmi, le difficoltà, le soddisfazioni. La pesca è un mestiere poco raccontato, eppure il pesce arriva ogni giorno sulle tavole di tutti. Ho capito che potevo trasformare quella curiosità in un’occasione di divulgazione. Per me l’aspetto più importante è proprio questo: far conoscere, spiegare, creare consapevolezza».

Chi segue i suoi social cosa può imparare?

«I social, se usati con responsabilità, sono uno strumento potentissimo: arrivano ovunque e in tempi rapidissimi. Io li vedo come un mezzo per avvicinare le persone al mare, per mostrare la fatica ma anche la bellezza di questo mestiere. Se, a chi guarda quei video, trasmetto il messaggio che dietro la pesca di un’orata o una spigola c’è studio, sacrificio, conoscenza dell’ambiente, allora ho raggiunto il mio obiettivo. Mi piace pensare di poter essere un esempio positivo, soprattutto per le nuove generazioni».

Quando è diventato pescatore?

«Avevo poco più di vent’anni. Prima facevo lavori precari, non avevo una direzione chiara. La pesca mi ha conquistato all’improvviso: mi ha incuriosito. Continuavo a farmi domande, a voler capire di più. Quando succede questo, significa che stai trovando la tua strada. Mio padre ha sempre avuto barche da passeggio, ma per lui la pesca è rimasta una passione parallela al lavoro negli impianti telefonici. Con lui ho iniziato ad andare per mare. Quando ho capito che non portavo a casa solo il pesce per la tavola ma che poteva diventare un mestiere, ho deciso di mettermi alla prova, anche senza grande esperienza. Mi sono buttato, seguendo il richiamo del mare».

Quanto è stata importante la formazione sul campo?

«Fondamentale. Ho iniziato con una piccola barca di sei metri, facendo esperienza giorno dopo giorno. Imparare a costruire e riparare le reti è stato uno spartiacque: significa non dipendere dagli altri, acquisire autonomia e consapevolezza. Devo molto a Pino, un vecchio lupo di mare che ancora oggi a più di 70 anni lavora in tonnara. Nei momenti in cui mi veniva da mollare, soprattutto all’inizio, mi ripeteva che la perseveranza è una qualità, lo sconforto no. È un insegnamento che mi porto dentro e che ha formato il mio carattere prima ancora che il mio mestiere».

Oggi porta le persone anche a vivere una giornata di pesca con lei nella sua Buggerru. Che tipo di esperienza è?

«Non la definirei semplicemente pesca turismo, non vendo un’esperienza costruita a tavolino. Chi sale in barca con me partecipa alla giornata di lavoro: si sporca le mani, vede la fatica, comprende i tempi del mare. È un’esperienza spartana, autentica, senza filtri. Non voglio svendere un’immagine romantica o patinata del pescatore, ma trasmettere la realtà. Per me è un modo per tramandare un mestiere che qui a Buggerru rischia di scomparire, dopo di me. Se nessuno lo racconta e nessuno lo vive, muore».

Nei suoi video emerge anche un forte messaggio legato alla sostenibilità.

«Per me la pesca sostenibile non è uno slogan, è l’unica strada possibile. Significa rispettare i periodi di fermo, le zone, le taglie minime, usare attrezzi adeguati. Ma significa anche fare scelte coraggiose: se una specie è sotto pressione, bisognerebbe fermarsi davvero, anche per un anno intero, e valorizzare invece il cosiddetto pesce povero, che è altrettanto buono ma meno richiesto. Il mare è infinito, i limiti dobbiamo metterceli noi, e guai se non lo farà nessuno».

Cosa servirebbe per rendere concreta questa visione?

«Servono studi continui, pianificazione, collaborazione tra pescatori e istituzioni. E serve sostegno economico nei periodi in cui si decide di fermare la pesca per permettere il ripopolamento, oppure quando arriva l’inverno che ci mette ogni anno in ginocchio. Tutto è fattibile, ma occorrono idee chiare e responsabilità condivisa. Io, nel mio piccolo, provo a fare la mia parte raccontando queste cose. Perché se le persone capiscono, poi pretendono anche regole migliori».

Qual è il regalo più grande che le ha fatto il mare?

«La vita va veloce, in barca invece i tempi sono lenti. Mi posso fermare e godere il viaggio». 

Primo Piano
Le indagini

Omicidio di Orani: Tonino Pireddu forse conosceva il suo assassino

di Alessandro Mele
Le nostre iniziative