La Nuova Sardegna

Il caso

Cinturrino il poliziotto accusato di omicidio confessa la messinscena: «L’ho fatto da solo»

Cinturrino il poliziotto accusato di omicidio confessa la messinscena: «L’ho fatto da solo»

Il delitto a Rogoredo. L’assistente capo ha messo accanto al corpo di Mansouri una pistola giocattolo

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Milano «Dovevo far osservare la legge e ho sbagliato». Carmelo Cinturrino si dice «pentito nei confronti di tutta l’Italia», chiede «scusa» e ammette la messinscena allestita accanto al corpo di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio nel “bosco della droga” di Rogoredo.

La confessione

Davanti al gip Domenico Santoro, per due ore, l’assistente capo del Commissariato Mecenate ha confessato di aver piazzato accanto al giovane una pistola giocattolo, simulando la legittima difesa dopo aver esploso il colpo alla tempia.  «L’ho fatto da solo», ha detto al giudice nell’interrogatorio di convalida del fermo per omicidio volontario disposto dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola. Nelle prossime ore il gip deciderà sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. Il difensore, l’avvocato Piero Porciani, ha chiesto i domiciliari: «Ha ammesso tutte le responsabilità ed è pronto a pagarle, ma non per quello che non ha fatto», respingendo l’immagine di un agente infedele dedito a pestaggi ed estorsioni.

La ricostruzione dell’accusa

Secondo l’accusa, dopo lo sparo delle 17.33 Cinturrino si sarebbe avvicinato al corpo di Mansouri – soprannominato “Zack” – girandolo tra le sterpaglie di via Impastato. Tredici minuti più tardi avrebbe inviato un messaggio per far credere che il pusher fosse ancora vivo. La pistola a salve, una finta Beretta, l’avrebbe trovata anni fa durante un servizio, senza denunciarla perché arma giocattolo. Quanto al martello descritto da alcuni colleghi, sarebbe stato solo un attrezzo usato per scavare nei nascondigli della droga.

L’inchiesta

Ma l’inchiesta della Procura e della Squadra mobile si allarga. Diversi agenti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno messo a verbale voci raccolte tra tossicodipendenti e spacciatori di Corvetto e Ponte Lambro: racconti di percosse, schiaffi e “martellate” per farsi consegnare sostanza e denaro, fino all’ipotesi di accordi per evitare arresti in cambio di droga. «Lo chiamavano Luca Corvetto», riferiscono, sostenendo che fosse noto nell’ambiente. Il legale parla di «Carnevale» di accuse senza prove. Ma i sospetti investono un’intera carriera ventennale.

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