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Straordinaria scoperta in Sardegna, individuati due nuovi coleotteri endemici – Ecco cosa sappiamo

di Redazione Web
Straordinaria scoperta in Sardegna, individuati due nuovi coleotteri endemici – Ecco cosa sappiamo

Il “maggiolino dei pini” del Limbara e lo scarabeo dei Sette Fratelli, confermata l’eccezionale ricchezza e diversità della Sardegna

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Sassari Due nuovi coleotteri endemici arricchiscono il patrimonio naturale della Sardegna: si chiamano Polyphylla ichnusae e Chelotrupes anachoreta e raccontano, ciascuno a modo suo, una storia di isolamento, boschi antichi e habitat fragili.

Un “maggiolino” sardo scambiato per un’altra specie

Il primo protagonista è Polyphylla ichnusae, grande scarabeo estivo imparentato con i classici “maggiolini dei pini”. È stato descritto da Guido Sabatinelli, Maria Tiziana Nuvoli e Davide Cillo sulle pagine della rivista faunistica Faunitaxys nel febbraio 2026, dopo un riesame approfondito di materiale museale e collezioni private. Per decenni i suoi esemplari erano stati attribuiti a Polyphylla fullo, specie diffusa in buona parte d’Europa, e addirittura considerati frutto di una possibile introduzione accidentale in Sardegna.​

Lo studio dei genitali maschili, della forma delle tibie anteriori e della colorazione ha ribaltato questa interpretazione: Polyphylla ichnusae è una specie autonoma, autoctona, ed endemica dell’isola. Si distingue per il corpo nettamente bicolore (capo e pronoto neri, elitre bruno‑chiare), per le protibie con due soli denti e per particolari dettagli delle parti genitali maschili, diversi dalle popolazioni europee e nordafricane di P. fullo.​

Dove vive Polyphylla ichnusae e perché la scoperta conta

Polyphylla ichnusae è nota finora solo nel nord‑est della Sardegna, dall’area di Tempio Pausania e del Monte Limbara fino alle zone costiere tra Posada e Porto Pollo, tra il livello del mare e i mille metri di quota. Frequenta boschi misti di pini e querce su suoli sabbiosi o sciolti, in contesti che combinano elementi mediterranei e montani. La sua associazione con una delle pochissime pinete montane native dell’isola, quella del Limbara, indica che non si tratta di un “ospite” recente, ma di una linea evolutiva radicata da lungo tempo nel blocco sardo‑corso.​

Per gli autori, la scoperta conferma che la Sardegna possiede un livello di endemismo più alto rispetto alla vicina Corsica anche tra i grandi scarabeidi, come già osservato per altri gruppi (ad esempio il genere Pachypus). Il caso di Polyphylla ichnusae si inserisce in una serie di “ritrovamenti tardivi” di coleotteri di grandi dimensioni ma sfuggiti alla letteratura per decenni, come Melolontha sardiniensis e alcune specie del genere Anoxia. È un segnale chiaro: anche in un’isola relativamente ben esplorata, interi capitoli della biodiversità rimangono ancora da scrivere.​

Chelotrupes anachoreta, lo scarabeo eremita dei Sette Fratelli

La seconda specie, Chelotrupes anachoreta, appartiene a un gruppo di coleotteri geotrupidi incapaci di volare, legati ai suoli profondi e alla sostanza organica del terreno. È stata descritta da Daniel Patacchiola, Davide Cillo e Fabrizio Fabbriciani in un lavoro pubblicato su Giornale Italiano di Entomologia nel numero di marzo 2026, dedicato al genere Chelotrupes in Sardegna. Anche in questo caso si tratta di una specie “nascosta a vista”: per lungo tempo le sue popolazioni erano state assegnate a Chelotrupes matutinalis, altro endemismo sardo.​

Gli autori hanno esaminato oltre 1200 esemplari provenienti da tutta l’isola, confrontando in dettaglio sia i caratteri esterni sia gli organi genitali maschili e femminili. Da questo lavoro emerge che i coleotteri del settore sud‑orientale, in particolare il massiccio dei Sette Fratelli, rappresentano una specie distinta, battezzata Chelotrupes anachoreta. Il nome richiama l’idea dell’eremita: un abitante appartato, isolato in un comprensorio montano relativamente separato dal resto dell’isola.​

Un endemismo chiuso tra boschi e graniti

A differenza delle altre specie sarde del genere, Chelotrupes anachoreta appare confinato alle aree collinari e montane del sud‑est, con un areale che non entra in contatto con quello di Chelotrupes hiostius e Chelotrupes matutinalis. Vive in ambienti boschivi e di macchia arbustiva, su substrati adatti allo scavo, e non sulle dune costiere dove è comune Chelotrupes hiostius. Come tutti i Chelotrupes, è privo di ali metatoraciche funzionali e presenta elitre saldate: una scelta “evolutiva” che lo ancora letteralmente al suo territorio, riducendo la capacità di dispersione ma favorendo la differenziazione locale.​

La nuova cartografia proposta nello studio mostra come la fauna dei Chelotrupes in Sardegna sia strutturata in tre areali principali: occidentale costiero (C. hiostius), sub‑costiero e collinare centro‑settentrionale (C. matutinalis), sud‑orientale montano (C. anachoreta). In alcuni tratti, specie diverse risultano sintopiche (co‑presenti), ma C. anachoreta resta nettamente separata, a sottolineare il ruolo delle barriere orografiche e della scarsa vagilità in processi di microendemismo.​

Un laboratorio di microendemismi (e un invito alla ricerca)

Le due scoperte mettono in luce una Sardegna che si conferma laboratorio d’elezione per lo studio dell’evoluzione insulare. Nel caso di Polyphylla ichnusae, Sabatinelli, Nuvoli e Cillo legano l’origine della specie a fasi di colonizzazione del blocco sardo‑corso durante le glaciazioni pleistoceniche, seguite da isolamento e speciazione. Nel caso di Chelotrupes anachoreta, Patacchiola, Cillo e Fabbriciani mostrano come la combinazione tra incapacità di volo, barriere montuose e habitat molto specifici possa generare nuove linee evolutive nel giro di tempi geologici relativamente brevi.

Entrambi i lavori arrivano alla stessa conclusione implicita: conoscere davvero la biodiversità dell’isola richiede campagne di ricerca mirate, continuità di monitoraggio e attenzione alle micro‑aree, dai rilievi granitici del sud‑est alle pinete del Limbara. In un contesto di cambiamenti climatici, pressioni turistiche e trasformazioni del paesaggio, sapere che esistono specie come P. ichnusae e C. anachoreta significa anche avere nuovi indicatori per misurare la salute degli ecosistemi e nuovi argomenti per difenderli.

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