Francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde»
Il progetto della ricercatrice 36enne intreccia identità, lingua e cultura
Cagliari In Sardegna sarebbe più appropriato chiamarla Sa bia de sa palla o Sa caminera de sa paza furada e non Via Lattea. «Secondo il racconto dominante, che si basa sulla mitologia greca, la Via Lattea è nata perché Era ha perso il latte mentre allattava Ercole. Ma stando all’interpretazione sarda, la storia è tutt’altra. Sette fratelli, andati a rubare paglia, ne avrebbero persa un po’ per strada: questo ha dato origine alla lunga striscia di polveri e stelle che è la nostra galassia». A spiegarlo è Francesca Loi, 36enne ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di Cagliari, che parla di una vera e propria cultura sarda del cielo. Cultura che da anni sta cercando di ricostruire e divulgare in maniera scientifica anche attraverso i social, dove Francesca si chiama “Astrollica”.
Un cammino, quello del progetto “Chelu nostu” tutto in divenire. Ecco perché Francesca lancia un appello: c’è bisogno di testimoni di quel passato – non troppo lontano, di circa 100 anni – durante il quale ci si orientava ancora guardando il cielo. La sua missione però è più ampia: la divulgazione la fa in sardo, inserendosi nel grande movimento di ritorno alla lingua che ha ri-preso piede in tutta l’isola.
Chelu nostu
«Ogni popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato qualcosa di identitario – spiega Francesca – La modernità ci ha imposto il modello astronomico greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». E c’era. «Per ora – continua – sono riuscita a identificare tredici costellazioni, alcune hanno più nomi. Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il nome di su pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grapolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is sete frades o su carru per l’Orsa Maggiore o il grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche is tre marias. «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via cambiano di zona in zona».
Identità e lingua
E ancora, le comete diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla dominazione che c’è stata in un certo territorio. Questo rende molto più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio. Parliamo di circa 100 anni fa. L’abilità poi si è persa con la modernità». Da qui, dunque, l’appello. «La mia idea – dice – non è solo quella di divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia identità, cultura e lingua. E infatti, innanzitutto, Chelu nostu viene raccontato in sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e meno giovani». Un movimento che, cioè, sta cercando di restituire al sardo la dignità che merita, dopo i tentativi fatti in passato di sopprimerlo in favore dell’italiano.
“Astrollica”
A spiegare ancora meglio la natura del progetto di Francesca, poi, c’è anche il nome che si è data sui social. “Astrollica”. «Intorno a “astro” ci ruota tutta la mia vita – spiega – mentre “strollica” in campidanese sta a indicare persone particolari che, per esempio, parlano troppo o fanno cose fuori dagli schemi». Ma non solo, perché si rifà anche a una professione ritenuta in passato poco affidabile. «Indicava gli antesignani degli astronomi quelli che cercavano di prevedere il futuro con gli astri o il volo degli uccelli, ma non ci prendevano sempre – dice sorridendo – Mi piaceva scherzare su questo approccio perché io faccio il contrario. Il mio messaggio è che non c’è bisogno di affidarsi alla fantasia per trovare la meraviglia, perché tutto ciò che ci circonda lascia senza fiato».
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