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Referendum, Carlo Sama a favore del Sì: «La giustizia deve essere riformata» – L’intervista

di Claudio Zoccheddu
Referendum, Carlo Sama a favore del Sì: «La giustizia deve essere riformata» – L’intervista

L’ex manager di Montedison: «Di Pietro è contro i pm che distruggono le vite? Forse è arrivato un po’ tardi»

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Sassari Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta era uno dei manager più potenti del mondo. Amministratore delegato di Montedison, braccio destro e cognato di Raul Gardini, Carlo Sama era una delle figure apicali di un impero commerciale che valeva 50mila miliardi di lire. Poi il caso Enimont lo trascinò nel vortice di Mani Pulite e in una lunghissima vicenda giudiziaria che lo ha convinto ad esprimersi pubblicamente in vista del prossimo referendum. Prima, però, Sama risponde all’ultima intervista rilasciata dalla figura più in vista del pool di magistrati che guidava l’inchiesta Mani pulite.

Di Pietro ha raccontato alla Stampa di avere un grande rimorso per la vicenda Gardini, dice che non fu abbastanza convincente. Cosa ne pensa?

«Gli fa onore averlo riconosciuto. Lo dico senza ombra di dubbio».

Come visse il periodo di Mani Pulite?

«Furono anni terribili. L’intero Paese rimase sulla graticola per quasi due anni, in un’epoca in cui chi riceveva un’informazione di garanzia era un appestato. Molti hanno perso la stima di familiari e anche dei figli. È stato uno tsunami con onde alte tremila metri».

Per quanto tempo è stato sotto processo?

«Otto anni, per 156 capi d’accusa che vanno dal falso in bilancio, appropriazione indebite, truffa e associazione a delinquere con finalità finanziarie, quest’ultimo lo ricordo perché all’epoca non sapevo nemmeno esistesse un reato di questo tipo. Accuse propedeutiche alle espropriazioni fatte alla famiglia Ferruzzi con un esempio di complicità tra poteri forti».

Cosa accadde subito dopo?

«Enrico Cuccia bloccò tutti i conti correnti del gruppo Ferruzzi. Tutto, anche i crediti, il cash, gli affidamenti. La più grande multinazionale italiana con un capitale da 50mila miliardi e con più di 50mila dipendenti si trovò in ginocchio da un momento all’altro. E fu tutta una manovra che sembrava orchestrata con la magistratura per favorire alcuni capitalisti senza capitali, o con i capitali all’estero. La Fiat nel 1993 aveva 34mila miliardi di debiti, erano falliti. Si sono salvati quando ottennero il controllo di Edison e del suo capitale».

Prima parlava di Mani Pulite come di un gigantesco tsunami. Le onde travolsero anche uomini forti, come Raul Gardini.

«Gardini era una persona intrepida, un uomo impavido. Era visto da tutti come un capitano coraggioso, eppure alla fine ha ceduto. Ecco, io non ho mai capito se il suicidio possa essere un atto di coraggio o qualcosa di diverso. Sicuramente è una scelta tremenda che può arrivare solo quando una persona si rende conto di non avere più alcuna via di scampo. Però vorrei ricordare anche altre persone».

Prego.

«Prima di togliersi la vita Sergio Moroni scrisse una lettera meravigliosa alla figlia, sarebbe bello se i giovani di oggi potessero leggerla. Aveva semplicemente ricevuto un avviso di garanzia, poi sarebbe stato assolto con formula piena. Ricordo anche Gabriele Cagliari (morto suicida in carcere, ndr), festeggiammo insieme dopo la sua nomina alla presidenza dell’Eni. Era emozionatissimo, rammento la sua gioia quando immaginava di prendere il posto di Enrico Mattei. Furono morti tragiche che però fanno capire cosa accadde in quegli anni».

Ovvero?

«La magistratura aveva assunto un ruolo che non gli competeva, la politica si era dissolta, l’opinione pubblica con la complicità dei giornalisti ha trasformato quell’epoca in una gogna. Tutti erano asserviti al nuovo potere, quello della magistratura».

Il senso dell’intervista di Antonio Di Pietro era anche quello di dire basta ai pm che distruggono le vite…

«Forse è arrivato un po’ tardi. Ricordo quello che disse Borrelli, anche se non testualmente. Dichiarò che se fosse stato un uomo di un paese asiatico, come il Giappone, avrebbe dovuto chiedere scusa per gli errori commessi durante Mani Pulite, per tutto quello che ha distrutto e per quello che è venuto dopo».

Pensa che oggi sia cambiato qualcosa e che il tempo abbia acceso una nuova luce su Mani Pulite?

«Credo di sì, viviamo un periodo di rivisitazione. Le polveri sottili si sono depositate e sta emergendo quello che è stato; un abuso».

Tuttavia è complicato credere che fu tutto un enorme abbaglio.

«Non dico questo, furono commessi tanti errori. La faccio breve: esisteva una legge che disciplinava il finanziamento ai partiti e la prassi voleva che ci si riferisse al presidente della Camera firmando un impegno formale. Molti, però, lo facevano in forma riservata, non ufficiale. L’errore è stato questo. La politica accettò e gli industriali proseguirono nei finanziamenti».

Non è un mistero che si trattasse di una prassi comune praticamente a tutti.

«La sintesi fu il discorso di Craxi a camere unite, quando disse ai colleghi che chi non sapeva si sarebbe dovuto alzare e lo avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente».

Lei ha detto che il sistema politico avrebbe dovuto sorvegliare sulla vostra vicenda. Cosa intendeva?

«Intendevo che la classe politica, in quegli anni, era terrorizzata dalla magistratura. Per questo motivo hanno votato per l’immunità parlamentare, un disegno di legge approvato con rapidità, in meno di sei mesi. E lo hanno votato tutti perché chi non lo avesse fatto sarebbe finito sulle prime pagine di tutti i giornali, ammettendo le sue colpe. La politica non è esistita in quel momento storico e la magistratura ha preso il sopravvento».

Qualche tempo fa ha raccontato di persone che venivano da lei in lacrime per chiederle qualcosa da dare in pasto ai giudici pur di non essere arrestati.

«Confermo tutto. Era una sorta di azione inquisitoria. Ti chiamava questo o quel pm, chiedeva di raccontare qualcosa o di portare qualcos’altro, altrimenti la chiacchierata si sarebbe conclusa con l’arresto. Un incubo».

Con una storia personale di questo tipo immagino che per lei il prossimo referendum rappresenti qualcosa in più di un semplice voto.

«È così e le dico di più: ho già votato. Sono residente all’estero e ho potuto farlo in ambasciata».

Ha votato Sì?

«Ho votato Sì per tutte le ragioni legate a quello che vissuto. Sono convinto che sia necessario rafforzare la garanzie, evitare le concentrazioni di potere, ristabilire l’equilibrio».

Obiettivi che verranno raggiunti con la separazione delle carriere?

«La giustizia deve essere imparziale. Chi accusa non deve seguire lo stesso percorso di chi giudica. Il pm Woodcock ha detto candidamente che tutti i pm e tutti i giudici fanno lo stesso percorso, lavorano insieme, creano rapporti personali. Direi che diventa evidente la necessità di separarli».

Non è stato l’unico pm a raccontare dettagli della magistratura.

«Luca Palamara mi ha lasciato senza parole. Nel suo libro ha raccontato come le nomine negli uffici giudiziari non venissero definite nel Csm ma durante gli incontri tra le correnti. Parliamo di un libro che ha venduto 250mila copie, un bestseller. Eppure non ha sortito alcun effetto. È clamoroso. Se non fosse vero quello che ha scritto sarebbe dovuto finire agli arresti e non mi pare che sia accaduto...».

Ammettiamo che vinca il Sì, crede che sia sufficiente a riformare la giustizia?

«Mi faccia fare una premessa: io sono stato salvato da giudici che si sono opposti ai pm. Lo dico perché è giusto ricordare esistono ma spesso, purtroppo, non esiste il merito solo perché non appartengono alla corrente giusta. Magari la separazione delle carriere non sarà sufficiente, perché i problemi sono tanti, ma iniziamo a dividere i giudici dai pm. E poi, è una cosa che vogliono tutti e che hanno sempre voluto, da D’Alema a Prodi passando per Mastella e Renzi. Sono tutti favorevoli, anche se hanno trasformato questa votazione in una lotta politica».

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