«Il voto è il diritto di scegliere, così la nostra voce ha un peso»: le ragioni dei giovanissimi
Una studentessa spiega i motivi che l’hanno spinta a entrare nella cabina elettorale
Sassari Il 22 e 23 marzo siamo stati chiamati a votare. Un gesto semplice, quasi automatico: entrare in una cabina, prendere una scheda, tracciare un segno. Eppure, dietro quel gesto, c’è una storia che non possiamo permetterci di dimenticare. Per molti è stato solo un referendum. Per altri, forse, un appuntamento da saltare. Per me no. Per me andare a votare è stato qualcosa di più. È stato un atto consapevole, quasi necessario. Perché il diritto di voto non è nato con noi. È stato conquistato.
C’è stato un tempo in cui le donne non potevano scegliere. Non potevano esprimere un’opinione, non potevano decidere sul proprio futuro, non potevano partecipare alla vita politica del Paese. Un tempo non così lontano. Quando pensiamo al voto, spesso lo consideriamo un diritto acquisito, qualcosa che ci appartiene da sempre. Ma non è così. Le donne in Italia hanno votato per la prima volta nel 1946, dopo anni di esclusione, di silenzio imposto, di vite vissute ai margini delle decisioni. Provo a immaginare cosa significasse. Guardare il mondo cambiare senza poter dire la propria. Vedere leggi approvate, scelte fatte, senza avere voce. Sentirsi escluse non solo dalla politica, ma dalla possibilità stessa di contare. E poi, finalmente, quel momento.
Il primo voto. La prima volta in cui una donna ha potuto entrare in una cabina elettorale e dire: “Io esisto. La mia voce conta”. Non è stato solo un diritto. È stato un riconoscimento. Una conquista. Una rivoluzione silenziosa ma potentissima. Per questo oggi, quando ci viene data la possibilità di votare, non dovrebbe mai essere un gesto vuoto. Non dovrebbe mai essere scontato. E invece, troppo spesso, lo diventa. L’astensione cresce, l’interesse diminuisce, la partecipazione si affievolisce. Come se quel diritto fosse sempre garantito, come se non potesse mai essere messo in discussione. Ma la storia ci insegna il contrario. Ogni diritto, se non viene esercitato, rischia di perdere valore. E il voto è forse il più importante tra tutti, perché è ciò che ci permette di essere parte attiva della società, di contribuire alle scelte che riguardano la nostra vita e quella degli altri.
Il 22 e 23 marzo, entrando in quella cabina elettorale, ho pensato proprio a questo. A chi non ha potuto farlo prima di me. A chi ha lottato perché oggi io potessi scegliere. Non è solo una questione politica. È una questione di memoria. Di rispetto. Di consapevolezza. Votare significa esserci. Significa non lasciare che siano sempre gli altri a decidere. Significa riconoscere che la nostra voce ha un peso, anche quando sembra piccola. E soprattutto, significa non dimenticare. Non dimenticare le donne che sono state escluse che non potevano parlare, che non potevano scegliere. Non dimenticare che quello che oggi abbiamo è il risultato di un percorso lungo, fatto di sacrifici e battaglie.
Il voto non è solo un diritto. È una responsabilità. E forse dovremmo iniziare a viverlo così: non come un dovere imposto, ma come un privilegio conquistato. Perché ci sono state persone, prima di noi, che avrebbero dato qualsiasi cosa per avere quella scheda tra le mani. E noi, oggi, non possiamo permetterci di sprecarla.
*studentessa del Liceo musicale Azuni di Sassari, partecipa a La Nuova@Scuola
