Via dai social pensieri, video e testi della scrittrice Michela Murgia: la sua eredità digitale diventa un archivio indipendente – ecco come consultarlo
I familiari hanno deciso di spostare tutti i contenuti su una piattaforma indipendente sarda
Sassari Michela Murgia ha smesso di scrivere, ma non ha smesso di far parlare. Le sue parole non sono mai svaporate, per chi l’ha amata e odiata sono rimaste sempre vive: sarebbe un peccato che quel testamento di riflessioni finisse a fare la muffa nei server della Silicon Valley. Qualcuno ha deciso di sottrarlo dal flusso caotico dei social. Di portarlo altrove. Fine dei giochi con gli algoritmi. Fine del sequestro di persona operato dai "mi piace" e dalle pubblicità dei condizionatori. Oggi l’universo digitale di Michela trasloca. Esce dal recinto velenoso di Mark Zuckerberg e sbarca su Zephorum, un’isola indipendente, fatta anch’essa di bit, ma che sa di pace. Un archivio ordinato, consultabile, leggibile. Si trova all’indirizzo www.michelamurgia.zephorum.com. e custodisce già 15 anni di contenuti.
Le origini della scelta
La scelta è più politica che tecnologica: i social sono alberghi dove siamo tutti ospiti, ma nessuno è padrone di casa. Scriviamo sui muri, ma la parete è di un miliardario che può decidere, da un mattino all'altro, di abbattere il palazzo o di cambiare le serrature. Elon Musk insegna: ha preso Twitter, lo ha ribattezzato con una X che sembra una cancellazione, e ha rimescolato le carte. Chi garantisce che tra dieci anni i post di Michela sulla "famiglia queer" non finiscano in un buco nero digitale perché una piattaforma ha deciso di cambiare modello di business o di censurare il passato? Gli eredi di Michela, guidati dal professor Alessandro Giammei (accademico e studioso di letteratura italiana alla Yale University, ha curato alcune opere postume tra cui "Anna della pioggia" e "Lezioni sull'odio") hanno fiutato il pericolo. Hanno capito che lasciare una memoria così ingombrante e viva nelle mani di una multinazionale significa consegnarla all'oblio o, peggio, alla manipolazione algoritmica. Hanno preso l’immenso patrimonio di post, video, riflessioni e battaglie della scrittrice e lo hanno messo in salvo. Lo hanno "de-piattaformizzato". È un atto di sovranità. È dire: questi dati sono nostri, questa vita è nostra, le identità non sono delle piattaforme. Nemmeno dopo la morte.
Il figlio d’anima Alessandro: «Il suo pensiero appartiene a chi legge»
Alessandro Giammei, che di Michela è stato figlio d'anima e custode rigoroso, non usa giri di parole per spiegare la necessità di questo strappo: «Abbiamo deciso di tutelare l’eredità digitale di Michela su una piattaforma indipendente e stabile per essere certi che lettrici e lettori possano continuare a consultare i suoi post indipendentemente dal destino delle piattaforme che li hanno ospitati. Sulle piattaforme Meta è sempre più difficile cercare post specifici o leggere in pace senza essere bombardati dai richiami pubblicitari e di attenzione dell’algoritmo. Su Zephorum ora tutto quello che Michela ha postato si può invece visitare con ordine e criterio, come in un archivio agile e pubblico. Anche se domani Facebook e Instagram chiudessero, i contenuti di Michela resteranno accessibili lì». È qui il punto. Non si tratta di difendere Michela dagli haters: «lei – dice Giammei – si difende benissimo da sola, anche adesso, con tutto quello che ha già detto e scritto». Si tratta piuttosto di difendere le sue parole dalla dispersione, dalla trasformazione in contenuto qualsiasi. «Quelle parole, assieme a immagini e video, non possono restare nelle mani di piattaforme che non le possiedono. Appartengono, credo, solo a chi legge».
No alla deriva dei ghost account
C’è una categoria silenziosa, inquietante: i ghost account. Ormai sono milioni. Profili di persone che non ci sono più. Rimasti lì, sospesi. A volte abbandonati, a volte violati, a volte semplicemente dimenticati. Un’identità che si svuota, ma resta esposta. È il contrario della memoria. È una specie di deriva. Zephorum nasce proprio lì, su quel confine: tra il ricordo e la dispersione. Tra la memoria e l’oblio digitale. «Abbiamo scelto Zephorum per la qualità dei suoi servizi, perché è una realtà sarda di respiro internazionale e perché è guidata da una donna», dice Giammei. Questi sono dettagli rilevanti, che probabilmente a Michela sarebbero piaciuto da matti, lei che la Sardegna la portava addosso come una corazza e come un vanto.
Cosa è Zephorum
A costruire questo mausoleo digitale interattivo è stata Zephorum, una tech-company guidata da Giulia Salis Nioi, che negli ultimi anni ha portato il tema dell’eredità digitale nel dibattito pubblico e istituzionale. «Nel corso della sua vita Michela Murgia ha costruito online una presenza intensa e articolata, fatta di interventi politici, riflessioni culturali, dialoghi con lettrici e lettori e narrazioni personali. Una produzione digitale che oggi costituisce un archivio di grande valore – spiega Giulia Salis – Questa iniziativa non rappresenta soltanto un’operazione di conservazione archivistica, ma assume anche un forte significato politico e culturale. Reimpossessarsi e gestire la propria eredità digitale». Michela Murgia ha sempre lavorato sul linguaggio come campo di battaglia. Ha sempre saputo che le parole non sono mai neutre. E allora anche la loro conservazione non può esserlo. Un archivio così non è un mausoleo. Non è nostalgia, non è celebrazione: è un dispositivo vivo. Uno spazio dove si studia, si legge, si torna. Dove una frase scritta su Facebook nel 2018 può ancora colpire nel 2026 senza passare attraverso il filtro di un algoritmo. Lo staff di Zephorum, assieme agli eredi, hanno lavorato per mesi, con la pazienza dei restauratori. Hanno setacciato la rete, recuperato i frammenti dispersi tra Facebook e YouTube, li hanno ripuliti dal rumore di fondo e hanno creato un luogo dove si può navigare nel pensiero di Michela con ordine e silenzio. Niente notifiche che distraggono, niente suggerimenti dell'algoritmo che ti propone un paio di scarpe mentre leggi un trattato sul fascismo o sull’omofobia. Solo lei. È la trasformazione di un profilo social in una biblioteca. L’accesso è aperto a studiosi e istituzioni: non è solo memoria, è materiale da studio. Chi entra e si registra non troverà il pollice alzato dei social. Al suo posto c'è il carciofo.
La reaction a carciofo
«Una reaction – spiega Giulia Salis – che abbiamo personalizzato in suo ricordo, perché Michela Murgia detestava i fiori recisi e chiedeva sempre che le si regalassero dei carciofi. Nella piattaforma non ci sarà spazio per gli odiatori seriali, le interazioni sono controllate e filtrate, non si potrà commentare liberamente come su Fb. Però sarà possibile richiedere direttamente agli eredi di consultare tutti gli altri materiali digitali, dai commenti ai post al Google Calendar, purché sia per finalità di studio o ricerca». Michela Murgia, insomma, è riuscita a stare un passo avanti anche da morta. A spalancare un altro dibattito. La sua operazione infatti non riguarda solo una scrittrice famosa. Riguarda il destino di tutti noi, cittadini di un'epoca che scambia la memoria con il cloud. Lasciare i propri profili aperti dopo la morte, senza una pianificazione, comporta rischi enormi: contenuti che spariscono, account che diventano "profili fantasma" in balia dei furti d'identità o di utilizzi contrari alla volontà della persona. Alla fine, questa storia dice una cosa semplice e nuova insieme: che la morte, nell’epoca digitale, non è la fine dei contenuti. Ma è il momento in cui qualcuno decide che forma devono avere. Se restare dispersi, o diventare memoria. Gli eredi di Michela Murgia hanno scelto la seconda. E così, per una volta, internet non è un luogo che inghiotte. È un luogo che restituisce.
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