Da Sassari a Cagliari, i nomi delle città sarde nascondono storie sorprendenti: ecco cosa significano davvero
Viaggio tra i toponimi dell’isola tra pronunce sbagliate, trasformazioni linguistiche e identità ancora vive
Sassari Chissà quante volte ci siamo chiesti quale sia l’origine del nome di un paese o di una città della Sardegna. E quante volte abbiamo sentito storpiare pronunce, come per Nùoro modificata in Nuòro. Con il professore Alessandro Soddu, docente di Storia medievale all’università di Sassari e componente della commissione toponomastica del Comune di Sassari, abbiamo provato a ricostruire il significato di alcuni toponimi dell’isola.
Sassari
Un nome che cambia nel tempo ma conserva tracce del passato. «Nel medioevo è attestato come Thathari, poi diventato Sassari». Una trasformazione linguistica che convive ancora oggi con le varianti locali: «Nel Logudoro resta Tattari, mentre nel Nuorese sopravvive il suono più antico del “th”». Da qui una precisazione: «Non hanno senso le correzioni “identitarie”: sono stati i sassaresi medievali a scegliere Sassari».
Cagliari
«Il nome è la trascrizione iberizzante di Callari, forma medievale derivata da Calaris o Caralis, insediamento fenicio e poi romano». Con l’arrivo dei Pisani nasce il Castel di Castro, poi semplicemente “Castello”. «Nel 1324 i Catalano-Aragonesi lo ribattezzano Castell de Càller, da cui la pronuncia moderna». Soddu sottolinea anche un aspetto identitario: «In fin dei conti, il nome Cagliari è più “sardo” dell’amato Casteddu», ricordando come i sardi fossero esclusi dal borgo fortificato.
Olbia
La storia del nome riflette le trasformazioni della città. «Olbìa (con l’inedito, per noi contemporanei, accento sulla i) era il nome fenicio-punico e romano». Poi il medioevo porta Civita e, con i Pisani, Terranova, denominazione rimasta fino al Novecento, con l’aggiunta nel 1862 di Pausania. «Negli anni Trenta il fascismo ripristinò Olbia, ma con accento sulla “o”». Eppure, ricorda Soddu, «ancora a lungo si è usato Terranoa e terranoesi per gli abitanti».
Nuoro
Come detto nella premessa è uno dei casi più noti di pronuncia sbagliata. «Il nome originario era Nugor, poi Nuor, con accento sulla “u”». L’aggiunta della vocale finale ha portato alla diffusione dell’accento errato: «Per assimilazione a parole come nuora».
Alà dei Sardi e Bari Sardo
Due esempi di modifiche amministrative. «Alà dei sardi fu imposto nel 1863 per distinguerlo da altri centri come Ala (Trento) e Ala di Stura (Torino) che peraltro non recano l’accento», mentre «Barì divenne Bari Sardo nel 1862, per distinguerlo, in modo inspiegabile, rispetto al capoluogo pugliese, che però anche in questo caso non c’è l’accento nella vocale finale e dunque la scelta appare del tutto immotivata».
Stintino
Un toponimo che affonda nel Trecento. «La località denominata Vistentinu Picchinu de Algas costituisce il punto di partenza per delimitare una proprietà fondiaria dell’Opera di Santa Maria di Pisa (il saltu di Fretu). L’aggettivo picchinu sottintende evidentemente l’esistenza di un Vistentinu Mannu, senza che tuttavia si possa stabilire se già nel 1336 vi fosse una qualche forma di popolamento».
Villanova Monteleone
Qui il nome racconta un’evoluzione più complessa. «La “villa vecchia” era Avellanas», poi Villanova dal XVI secolo. «La denominazione di Villanova è attestata solo a partire dal XVI secolo, mentre è più tardiva l’aggiunta “Monteleone”, che non ha comunque a che vedere con una presunta “migrazione” degli abitanti dell’omonimo villaggio e castello oggi noto come Monteleone Rocca Doria».
Burgos
Un nome che richiama la Spagna. «È chiamato localmente Su Burgu, mentre la forma al plurale, attestata dalla fine del XVII secolo, evoca molto probabilmente la città spagnola di Burgos. L’origine del nome è legata all’iniziativa di Mariano, figlio del giudice di Arborea e signore di Goceano e Marmilla. Un centro costruito attorno al castello di Goceano, per secoli uno snodo politico fondamentale».
Collinas e Norbello
Due cambiamenti legati a scelte locali. «Collinas sostituisce Forru nel 1863 per volontà di Giovanni Battista Tuveri, forse per differenziarlo dalla vicina Villanova Forru», mentre «Norbello deriva da Norghiddo, italianizzato nel 1862 su iniziativa del sindaco-sacerdote Paolo Mele».
Porto Cervo
Un caso spesso frainteso. «È attestato già nei portolani toscani del XIII secolo», spiega lo studioso, smentendo l’idea che sia un nome nato recentemente e con una matrice turistica.
Poltu Cuatu
Qui il significato è più immediato: «Nella doppia grafia gallurese e logudorese significa “porto nascosto”, cioè riparato dai venti». È invece errata la forma, spesso utilizzata, “Quadu”.
Liscia di Vacca
Anche qui conta la grafia: «La forma corretta è L’iscia di Vacca, dal nome dell’area paludosa (iscia) nella quale venivano portate al pascolo le vacche».
Mal di Ventre
Tra i nomi più curiosi. «È attestato già nel XIV secolo», chiarisce Soddu, «smentendo la formazione dotta del XIX secolo che vorrebbe ricondurre il toponimo al malu ’entu, il “vento cattivo” (ossia, il maestrale»).
Portobello di Gallura
Un esempio moderno: «È una “sostituzione turistica” degli anni ’60-’70», che ha preso il posto del più antico Poltu ’Ecchju.
Dietro ogni nome, dunque, non c’è solo una parola ma una stratificazione di lingue, dominazioni e trasformazioni. E questo piccolo viaggio dimostra che, anche nei toponimi più familiari dell’isola, restano ancora molte storie e molte origini da scoprire o da riscoprire.
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