La giornata senza fine di un medico di base, il racconto di dottor Puddu: «Oltre 200 messaggi al giorno, siamo schiavi di WhatsApp» – La storia
Dentro l’ambulatorio di Ozieri 4 medici per 7200 pazienti
Inviato a Ozieri La colonna sonora non cambia mai. È una condanna gentile: Imagine. Solo che qui John Lennon non immagina un mondo migliore. Qui scandisce un piccolo inferno. È la soneria di un telefonino che non fa altro che cantare, il loop di una coda infinita di bisogni. E poi: Ping. Nuovo messaggio. E poi ancora. Ping. Notifica. E ancora. Ping. «Ogni cinque minuti», dice il dottor Marco Puddu, medico di medicina generale, 68 anni, uno che ha visto passare epidemie, riforme, promesse e illusioni. «Vede come macina il mio telefonino? Nei giorni peggiori non sta zitto un secondo».
Siamo a Ozieri, dentro un ambulatorio che è insieme studio medico, centrale operativa e pronto soccorso emotivo. 4 medici: Marco Puddu, Paolo Bogliolo, Andrea Bruccoleri e Maria Teresa Solinas. Per un totale di 7200 pazienti. Una piccola città compressa in quattro stanze e qualche scrivania. Ogni medico ha circa 1800 assistiti: un paese intero sulle spalle, con la differenza che il paese ti chiama anche su WhatsApp. 200 messaggi al giorno, a testa. Una grandinata digitale: richieste di ricette, consulti, dubbi, ansie, certificati, «dottore mi richiama?», «dottore è urgente», «dottore mi serve subito». «Se dovessi rispondere a tutti», calcola Puddu, «servirebbero 48 ore al giorno. Ma non le hanno ancora inventate».
Ci sono giornate in cui la porta dell’ambulatorio si apre e si chiude con il ritmo di un ufficio postale. Dentro però non si spediscono lettere, si ricuciono vite. C’è chi arriva con la pressione alta, chi ha bisogno di una visita e chi di una banale rassicurazione. E poi c’è il “mostro”, che vive sottotraccia, quello che non si vede ma azzanna. «La burocrazia», dice Puddu, «ci mangia tra le tre e le quattro ore al giorno. Solo quella».
Scrivere, compilare, validare, giustificare. «Ricette che si potrebbero fare una volta all’anno e invece si rifanno ogni mese». Moduli che si moltiplicano, procedure che sembrano progettate contro il tempo umano. «Ci hanno trasformati in amanuensi 2.0», dice. «Solo che invece della pergamena abbiamo il computer. Ma il senso è lo stesso: copiare». Un tempo si curavano i pazienti. Ora si curano i Pdf. C’è il file dei pannoloni: quattro pagine. La procedura per entrare in casa di riposo: ventisei pagine, otto da compilare. La medicina, quella vera, si incastra negli spazi rimasti liberi.
Ogni medico, in questo piccolo fortino sanitario, ha sviluppato tecniche di sopravvivenza. La più efficace è l’ironia. «È l’unica cosa che ci salva dal burnout», dice Puddu. «Come nel film MASH di Altman. Siamo come quei chirurghi di guerra. Si ride anche in trincea».
E infatti si ride. Sulla scrivania compare una scatoletta rossa, un farmaco per la stitichezza cronica, Redipeg. Qui ha assunto un altro significato: quando un paziente supera la soglia del sopportabile qualcuno la solleva come fosse un cartellino rosso. «Prescriviamo?». Traduzione libera: lo mandiamo dove dovrebbe andare? Ridono tutti. Devono. Anche perché se smettono, finisce male. I pazienti, va detto, non sono cattivi. Sono abituati male. Il Covid li ha educati a una sanità on-demand: un medico sempre raggiungibile, sempre online e pronto all’uso. Una medicina da display. «Pensano che tu debba rispondere sempre», dice Maria Teresa Solinas. «A qualsiasi ora. Non hanno idea del nostro carico di lavoro». Così il telefono diventa una protesi. C’è chi chiama alle sei del mattino dopo aver munto le pecore, chi scrive a mezzanotte perché «tanto lei vede il messaggio», chi manda cinque solleciti perché il primo non ha avuto risposta immediata. «Una volta», racconta Puddu, «un paziente mi telefonava sempre alle sei. Alla fine l’ho richiamato a mezzanotte. Gli ho detto: scusi, sono riuscito solo ora a raccogliere le informazioni. Ha capito l’antifona: non mi ha più svegliato».
Poi ci sono i pazienti speciali, quelli che ogni medico conosce benissimo e che nella rubrica hanno un soprannome. Non per cattiveria, per orientarsi. «Lo stalker», «il rompiscatole», con appellativi che salgono di livello a seconda della molestia.
«Il problema», dice Solinas, «non è chi ha bisogno. È chi non ascolta. Ti parla sopra, alza il tono della voce, pretende tutto e subito e poi si dimentica quello che gli hai detto un minuto prima». È autoreferenziale, c’è lui, i suoi sintomi, il suo ego malconcio. Tutto il resto, gravita intorno.
Nel frattempo, fuori dall’ambulatorio, c’è un altro universo che scarica su questo. Lo specialista che visita e rimanda al medico di base per le prescrizioni, il pronto soccorso che dimette e delega, il dentista che chiede certificazioni che potrebbe fare da solo. «Diventiamo i segretari di tutti», dice Maria Teresa Solinas. «Non di tutti i colleghi, per fortuna. Ma di alcuni sì». E il paziente, che non ha colpe, si ritrova a fare avanti e indietro come una pallina da flipper. Tutto ciò suona come una presa in giro: «Ma come? La categoria con più carenze è la nostra, manca all’appello un terzo dei medici di base, e dobbiamo farci carico anche del lavoro altrui? Mi trovino in un ospedale un reparto sguarnito di un terzo del personale». La scena più surreale è quella dell’urgenza. «Dottore, mi mette urgente?». «Non posso, è un reato». E il paziente si arrabbia. Oppure arriva già con la prenotazione in mano, senza ricetta, un piccolo mistero italiano. «Al Cup c’è il trucco», sospira il medico. «Le prenotazioni ad accesso diretto, una forzatura. Funziona così: intanto mi accaparro lo spazio libero, alla prescrizione ci pensiamo dopo. Tanto il medico di base, messo davanti al fatto compiuto, firmerà per non farmi perdere il posto. E noi dovremmo avvallare questo sistema marcio? Ma anche no».
Nell’ambulatorio fino a poco tempo fa erano in cinque. Poi uno ha guardato il telefono: 250 chiamate, 120 messaggi. Ha detto: «Questa non è vita». E se n’è andato in pensione, così, con un senso di claustrofobia, come si esce da una stanza troppo piena. «Oggi siamo in quattro», dice Puddu. «Io potrei fare la stessa cosa domani». Poi ci pensa un attimo. «Ma mio figlio mi ha detto: guai a te! Prima mi devi insegnare a usare l’ecografo». E allora resta. Resta anche per una promessa, o forse un miraggio. La ricetta dematerializzata annuale, una rivoluzione semplice: meno burocrazia, più tempo per i pazienti. «Ridurrebbe del 90% il lavoro sulle prescrizioni croniche», spiega. «È stata annunciata, approvata, promessa. Doveva partire in tre mesi». Sono passati. Non è partita. «Aspetto», dice. «Ma ormai non spero più». La sensazione è quella della rana nell’acqua che si scalda lentamente. All’inizio è tiepida, poi calda, poi bollente. E tu resti lì. «Noi ci siamo abituati», dice Puddu. «Ma i giovani non entreranno mai in un sistema così». Troppo carico, troppa burocrazia, troppa fatica invisibile. «Non è più una professione. È un martirio». Eppure, dentro questa fatica, c’è qualcosa che resiste. Una specie di ostinazione gentile. La voglia di fare ancora il medico, nonostante tutto, di ascoltare, visitare, capire, aggiornarsi, essere utili. «È un lavoro bellissimo», dice Puddu, «se te lo lasciano fare. La burocrazia ci schiaccia? Io a 68 anni mi faccio aiutare anche dall’Ai».
Intanto sono le otto di sera. Qualcuno rientra a casa. Qualcun altro resta. Il telefono suona ancora. Imagine all the people… E John Lennon, da qualche parte, continua a cantare. Ma qui, più che immaginare, si cerca ancora di restare umani.
