Claudia Zedda e i segreti delle janas: «Mi chiamano strega, ma è scienza»
Antropologa e scrittrice, studiosa di etnobotanica ha una Academy online. Le lezioni sulle tradizioni: «Non siamo solo la terra della medicina dell’occhio»
«Quando mi presento a un corso, per esempio, con erbe e infusi, la domanda che mi rivolgono più frequentemente è che tipo di pozione io stia preparando. Mi danno della strega, ancora oggi come nel Medioevo. E antropologicamente è molto affascinante come, nei secoli, la donna esperta di erbe mediche, ricette di rimedi naturali, caratteristiche scientifiche sulle piante sia associata alla sfera della magia».
Claudia Zedda è un vortice di cose: ma è soprattutto antropologa, scrittrice ed etnobotanica, divulgatrice specializzata in cultura, miti e tradizioni della Sardegna. Laureata in Lettere moderne con indirizzo socio-antropologico all’Università di Cagliari, è diventata famosa sui social e oggi ha oltre 115mila follower, unendo ricerca accademica e narrazione con l’obiettivo di raccontare l’isola in modo autentico e accessibile. All’attivo ha sette libri, di cui uno in uscita entro la fine dell’anno.
Lei è dunque una janas, ma non nel senso comune.
«Esatto (ride, ndr). Quando parliamo di janas dobbiamo fare un piccolo passo indietro e liberarci subito dell’idea delle “fatine”. È una traduzione comoda, ma non restituisce la profondità di queste figure».
Quindi cosa sono?
«Le janas sono molto di più: sono presenze femminili antiche, custodi di un sapere che affonda le radici nella notte dei tempi. Vivono ai margini del mondo umano, nelle rocce, nelle grotte, nei luoghi dove la natura conserva memoria. Non appartengono alla dimensione dell’uomo, ma la sfiorano. E quando lo fanno, non è mai per caso: intervengono quando c’è rispetto, quando c’è ascolto, quando c’è bisogno».
Sono dunque custodi del sapere umano.
«Sono legate alla cura, alla conoscenza, alla trasformazione. Pensiamo alla tessitura, alle erbe, ai gesti antichi tramandati di donna in donna. Le janas rappresentano questo: un sapere profondo, spesso invisibile, che non si impone ma si rivela solo a chi è pronto».
Lei ha scritto molti libri dedicati a questa figura, uno proprio intrecciato alle sue due figlie, Rebecca e Caterina. Perché?
«Parlare di janas significa parlare di noi: della nostra identità, della nostra relazione con la terra, di un tempo in cui il femminile non era marginale ma centrale. Non sono solo mito: sono memoria viva».
È fondatrice della Janas Academy, scuola online dedicata alla riscoperta del sapere tradizionale sardo. Cosa insegna?
«Medicina popolare sarda, antropologia culturale, etnobotanica, simbolismo. In breve, come passare dal mito all’identità sarda. Quando mi concentro sui cibi della tradizione, il mio non è un semplice approccio alla ricetta dei culurgiones, per dire. C’è del magico nei movimenti di preparazione dell’impasto, per chi ci crede, ma innegabilmente c’è un sapere antico, fatto di conoscenza della chimica della lievitazione, per esempio, o dei benefici al corpo che dà il movimento delle mani sull’impasto».
Gesuino Némus, lo scrittore, da poco ha lamentato un certo disappunto per l’accostamento tra Sardegna e magia. Lei cosa ne pensa?
«Stiamo parlando di una stereotipizzazione della Sardegna che ha avuto la sua efficacia nei tempi passati per un certo tipo di marketing legato alla Sardegna. Oggi quel format non soddisfa più perché c’è un livello di consapevolezza della propria identità che è cresciuto tra le persone che abitano l’isola, così come è cresciuta la stima nei confronti delle proprie tradizioni. Siamo riusciti a staccarle da una lettura unicamente folkloristica e qualunquista, per ridare dignità a studi scientifici e antropologici. In questo senso, non siamo solo l’isola della medicina dell’occhio. Anche se quel rituale fa parte di noi, ma non ha certo connotazioni scaramantiche».
Ci sono però tante pagine millantatrici di rituali sui social.
«Ed è proprio questa la differenza tra quello e un lavoro strutturato come quello che porto avanti io. Quando parlo di medicina tradizionale, per esempio, lo faccio perché ho la qualifica di erborista ed etnobotanica. Se analizzo come la calendula nei secoli abbia avuto degli utilizzi di cura, ma sia considerato anche un fiore capace di levare il malocchio perché di colore giallo, approfondisco quali sono i costrutti antropologici che stanno dietro a quella credenza, o al rituale associato. Che poi, se ci pensiamo, di rituali siamo pieni, anche chi crede di non compierne».
Cosa intende?
«Pensiamo al gesto di benedire il cibo. Ci sono studi che correlano quella azione a una maggiore digeribilità e assimilazione dei macro-nutrienti dopo l’assunzione di quel pasto. In realtà, fermarsi un momento prima di mangiare, non farlo di corsa al bar mentre si telefona o si lavora, per dire, rilassa il corpo, stato durante il quale si beneficia del rilascio di alcune sostanze, che influiscono sull’assimilazione del cibo».
Lei parla sempre di rivoluzione femminile nel suo lavoro. In che senso?
«Il sapere è stata la chiave che ha permesso alle donne sarde di emanciparsi, nonostante abbiamo subito anche noi il patriarcato nei secoli. Negli anni Sessanta le nostre nonne, invece che protestare in piazza, hanno mandato le figlie femmine a studiare, perché raggiungessero l’indipendenza. Lo stesso lascito lo sto dando io alle mie figlie: con lo studio oggi vivo di scrittura, e quello studio serio e scientifico trasmetto a chi è pronto per un approccio non stereotipato sulla Sardegna e il sapere. Con un pizzico di magia».
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