Evelina Nazzari ricorda il padre Amedeo: «Ma quale divo, era un tenero ma purtroppo l’Italia l’ha dimenticato»
Dall’infanzia a Cagliari al mancato film con Marilyn Monroe, la figlia della stella del cinema del Novecento racconta il papà
È stato uno dei primi divi del cinema italiano. I più grandi registi se lo contendevano e ancora oggi in pochi vantano una filmografia come la sua. Ora Amedeo Nazzari, all’anagrafe Amedeo Buffa, rivive in un libro, la sua prima biografia scritta da Roberto Liberatori per Edizioni Sabinae, che sarà presentata a Cagliari, dove il grande attore era nato nel 1907, l’11 aprile alle 17 alla Multisala Notorious Cinemas di Via Santa Gilla. Per l’occasione sarà presente Evelina Nazzari, figlia del divo e di Irene Genna, anche lei attrice e scrittrice.
Evelina, partiamo dalla Sardegna: ricorda quando la sentì nominare per la prima volta?
«Papà raccontava sempre dei suoi primi sette anni vissuti a Cagliari. Furono pochi, è vero, ma erano successe talmente tante cose nella sua vita. A partire dalla morte del padre».
E la sua prima volta a Cagliari?
«Avrò avuto 15 anni, venni con i miei genitori per una manifestazione cinematografica. Ricordo che mi misero addosso anche il costume tradizionale. E soprattutto che conobbi tanti cugini di secondo grado che non sapevo di avere. Di loro sono rimasta molto legata a Daniela Buffa. Poi negli anni sono tornata in vacanza con una amica a Capo Caccia. E con mio figlio venivo sempre al mare a Villasimius, a Costa Rei. Per noi il mare bello era in Grecia, la terra di origine di mia mamma, e in Sardegna, la terra di papà».
Cosa era rimasto di sardo in Amedeo Nazzari?
«Mia mamma gli diceva: sei sardo testardo. Lui parlava molto dell’isola, della sua infanzia. Purtroppo per lavoro è tornato solo per “Proibito”, non il migliore di Mario Monicelli, ma comunque un bel film. C’erano Mel Ferrer, Lea Massari. Papà faceva un brigante, uno dei tanti fatti nella sua carriera».
Cosa significava essere la figlia di un divo?
«Non so neanche cosa significhi divo, io lo vedevo solo come un papà. E non potevo vederlo in nessun altro modo. Era una persona talmente semplice, tenera. Il divismo glielo hanno un po’ appioppato addosso. È che era uno degli attori più in vista...».
Qual è il suo film preferito?
«Mio padre ne ha fatto di tutti i generi e di tutti i tipi. Per esempio, tutta la serie di Matarazzo per me è fatta di film bruttissimi, neanche lui era granché: sembrano fotoromanzi. Ma ce ne sono tanti che amo: “Processo alla città” e “Frenesia dell’estate” di Luigi Zampa, “Un giorno nella vita” e “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti, “Il bandito” di Alberto Lattuada».
È vero che fu Anna Magnani a lanciarlo nel cinema?
«Papà faceva teatro e Anna Magnani, di cui era amico, lo segnalò al marito Goffredo Alessandrini per “Cavalleria”. Tutto questo è raccontato benissimo nel libro di Liberatori, molto approfondito, un’indagine veramente fatta bene».
Lei ha ricordi della Magnani?
«Forse l’avrò anche incrociata. So che erano amici, anche molto simili di carattere, un po’ burberi tutti e due. Ma mio padre faceva poca vita mondana, era uno molto casalingo».
Suo padre era un divo anche durante il fascismo: gliene parlava?
«In realtà, durante il regime gli artisti famosi temevano poco: facevano guadagnare talmente tanto l’Istituto Luce. Lui non ebbe mai problemi, pur non avendo mai voluto prendere la tessera del partito. Era la povera gente che era costretta ad andare alle adunate».
Ci fu anche una parentesi hollywoodiana e la leggenda di un film sfumato con Marilyn Monroe.
«Andò a Hollywood dopo il successo di “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini, che vinse anche l’Oscar e in cui lui aveva un bellissimo cameo. Ma in America non frequentava le feste di registi e produttori, lui e mia mamma facevano gli innamorati nei ristorantini. E poi non sapeva bene l’inglese, questo un po’ lo frenava. Chissà, magari gli proposero davvero il film con Marilyn, di certo c’è che lo fece Yves Montand».
Lei andava mai sul set?
«Ricordo molto bene “Il clan dei siciliani”, prima a Roma poi a Parigi. C’era anche Alain Delon. Ma per il resto non andavo mai, c’era la scuola».
Suo padre le ha mai proposto di recitare in un suo film?
«Lui no, me lo chiese Vittorio De Sica tramite mia madre. Le disse: “portamela a casa che sto preparando un film”. Era “Il giardino dei Finzi Contini”. Andammo a casa di Vittorio, lui avrebbe voluto farmi fare Dominque Sanda da ragazzina. Ma non andavo bene, sembravo ancora più piccola. Peccato, sarebbe stata un’esperienza bellissima».
A fine carriera il cinema lo aveva un po’ messo da parte. Ne soffriva?
«Se gli proponevano un bel ruolo, anche se piccolo, no. Soffriva di non essere chiamato o non si spiegava perché gli offrissero brutte parti. Ma questo è un lavoro che non dipende da noi».
Non crede che l’Italia abbia in parte dimenticato Amedeo Nazzari?
«Sicuramente lo hanno dimenticato le istituzioni, l’ambiente del cinema, ma questa è una cosa molto italiana. In Francia non è così. Ma non lo hanno dimenticato le persone. Ancora incontro chi mi dice: “mia mamma, mia nonna mi facevano vedere i suoi film”. Diciamo che, nonostante il silenzio delle istituzioni, è rimasto nella memoria».
Anche la Sardegna potrebbe fare di più per ricordarlo?
«Certo, anche la Sardegna, la Regione. Chissà che questa presentazione del libro non scuota un po’ gli animi».
