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Il personaggio

L'intervista esclusiva a Renato Soru: «Volevo far svoltare la Sardegna, ora lascio la politica. Il mio futuro? Istella e l’intelligenza artificiale»

di Giuseppe Centore
L'intervista esclusiva a Renato Soru: «Volevo far svoltare la Sardegna, ora lascio la politica. Il mio futuro? Istella e l’intelligenza artificiale»

L’ex governatore si racconta: dal suo addio alle istituzioni alla sua nuova creatura imprenditoriale, dagli ostacoli durante la sua governance alla candidatura alle scorse regionali

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Cagliari Renato Soru lascia definitivamente la politica attiva e si concentra sulla sua nuova creatura imprenditoriale, Istella. In questa intervista l’ex presidente della Regione, 69 anni il prossimo agosto, spiega il perché di questa scelta con i tre tratti tipici del suo modo di pensare: l’attenzione ai dettagli cruciali; la ricerca della motivazione in ogni scelta e la perseveranza quasi instancabile davanti agli ostacoli.

Presidente perché lascia la politica attiva?

«Con i nuovi soci di Istella, mi sono impegnato a guidare la società e non avere alcun ruolo politico attivo, né tantomeno istituzionale. Penso di avere fatto politica per tutta la vita, nell’impresa, nelle istituzioni ed ora ancora nell’impresa. Ancora oggi sogno spesso di politica, amarezza per le difficoltà di tutti i giorni e pensieri sul futuro, su come potremmo cambiare la nostra vita e quelle che verranno, indirizzando la Sardegna verso un futuro possibile».

Ventitré anni fa, quando decise di entrare nell’agone politico con Progetto Sardegna, candidandosi alla guida della Regione veniva da una avventura, allora vincente, chiamata Tiscali. Perché il salto?

«Pensavo che l’energia, la velocità, la stessa qualità di cambiamento che stavamo vivendo con Tiscali, l’avremmo potuta portare nelle istituzioni e nella società sarda».

Programma ambizioso.

«Ma io ero ambizioso, volevo veramente far svoltare la Sardegna verso un cambio di paradigma e incidere sull’economia e la società. Un percorso interrotto troppo presto».

Come è nata la candidatura di Renato Soru a presidente della Regione?

«Veniva a trovarmi un consigliere regionale, ogni volta mi ripeteva la stessa domanda. Da me arrivavano solo no. Poi mi sono detto che se avessi rinunciato a impegnarmi per cambiare lo stato delle cose, avrei perso il diritto di lamentarmi. Mi sono detto: se la rivoluzione della Rete e dell’economia digitale fosse stata portata a beneficio di una intera Regione, avrei certamente dato un senso alla mia vita. Poi avvenne l’incontro di Ghilarza».

Ce lo racconti.

«Mi chiamò Pietrino Soddu che già conoscevo poiché da Presidente della Provincia mi chiamò per parlare di internet. Decidemmo di incontrarci a Ghilarza. Ci siamo seduti a parlare nella panchina di una piazza, da soli, per alcune ore. Mi convinse ricordando l’impegno della sua generazione, appena uscita dalla guerra, con grande volontà di riscatto personale ma all’interno di un progetto collettivo».

Catalizzatore di odii e passioni. I suoi detrattori erano convinti che anche qui sarebbe prevalsa la logica di un uomo solo al comando. Lei non fece nulla per dissuaderli.

«Al contrario, quell’etichetta ingiusta mi ha sempre ferito. Ho di continuo ricercato la condivisione delle scelte ma sentivo anche l’urgenza di fare le cose e la necessità di decidere. Ricordo bene i primi giorni, appena eletto Presidente, ancor prima della costituzione della Giunta, venni immediatamente sommerso dalle urgenze (mi ricordo il problema della discarica di Oristano). Sperimentavamo per la prima volta l’elezione diretta del Presidente e il Direttore Generale della Presidenza, mi disse che per poter assumere legittimamente le mie prime decisioni avrei dovuto prestare giuramento senza attendere la seduta di insediamento del consiglio regionale, pertanto giurai, con molta emozione, davanti a lui e a due testimoni. Poi alla prima riunione del Consiglio confermai il giuramento già reso. Sbagliai. Avrei dovuto giurare direttamente di fronte all’assemblea eletta dai sardi».

Cosa ricorda della fase di composizione della giunta?

«Fu facile, presentai una giunta rispettosa dei partiti a cui chiesi delle rose di candidati con specifiche competenze. Come da programma, scelsi metà uomini e metà donne e senza Consiglieri Regionali».

Il suo modo di interpretare l’istituzione venne definito dalla sua visita improvvisa all’ospedale di Is Mirrionis.

«Accettai di fare il presidente della Regione non per tirare a campare o per guadagnarmi la rielezione, ma per realizzare le promesse indicate nel nostro Programma di Governo: trasformare la Regione, accogliere le necessità e le difficoltà del momento e allo stesso tempo costruire le basi per un futuro di modernità e maggior benessere per tutti i sardi. Guardavamo in profondità e guardavamo lontano».

Verrebbe da dire forse troppo. Ma Is Mirrionis?

«Era il mio primo giorno, dopo il giuramento della Giunta in Consiglio. Arrivai in ospedale al mattino presto, da solo. Volevo toccare con mano la Regione al lavoro. Per me è sempre stato necessario capire i problemi dall’interno, partendo da chi li vive tutti i giorni. Non andai nelle corsie, chiesi del direttore. Mi fecero aspettare nella sua stanza, invasa dal fumo e con un grande posacenere zeppo di cicche nonostante il divieto di fumare. Quel luogo vuoto, sporco, pieno di carta ammucchiata esso stesso fuori dalle regole, parlava più di tante parole».

E nacque la solitudine politica di Soru.

«Ma non era voluta. Cercavo di convincere tutti i miei interlocutori che fuori dagli uffici regionali c’era un mondo che correva con bisogni da soddisfare e trasformazioni da portare avanti. Ho visitato tutti gli assessorati regionali, parlavo con i dirigenti, entravo negli uffici, mi facevo spiegare come lavoravano e cosa facevano, cercavo di capire come migliorare la nostra attività. Volevo cambiare lo stato delle cose. Quest’ansia mi guidava. Era lo stesso metodo che avevo sempre applicato nel lavoro, facendomi guidare dalla curiosità e la passione».

Governare la Regione quanto era diverso dal presiedere un cda di una società quotata?

«Tanto. Governare una Regione è molto più difficile. Perseguire il cambiamento, correre e spiegare, andare avanti guardandosi indietro per non restare solo. Per questo la nostra Giunta non era un fatto formale dove ciascun assessore portava all’approvazione la sua proposta di delibera, disinteressandosi del resto. Era un vero organo collegiale, dove tutto era discusso e deciso insieme».

Parliamo di rifiuti. L’attuale sistema, premialità, differenziata e programmazione, nasce nella sua giunta, con l’assessore Dessì.

«Fu una sua intuizione. Io ne comprendevo l’urgenza e lo seguii, aggiungendo la penalità come ulteriore incentivo».

Quello il suo atto di governo più qualificante?

«Ogni atto di governo faceva parte della visione coerente contenuta nel Programma e diventava importante insieme agli altri. Avevamo degli obiettivi chiari: accrescere il livello di istruzione, tutelare l’ambiente e il paesaggio, superare lo storico ritardo di sviluppo contando su noi stessi, reclamando diritti e responsabilità. Ci sono stati alcuni capisaldi quali il Piano Paesaggistico, i piani per l’ambiente, l’istruzione, la vertenza entrate e la riscrittura dell’articolo 8 dello statuto, che definisce i nostri diritti di compartecipazione a tutte le imposte e tasse raccolte (o pagate nel caso dell’Iva e dell’Irpef)».

Veniamo al capitolo sanità. La spesa è in carico a noi, ma meno Pil produciamo, meno soldi entrano per la sanità, che oggi impegna il 45% del bilancio. Tra dieci anni saremo a oltre il 50.

«Diritti e responsabilità vanno sempre insieme. Nel passato la Regione finanziava già, col suo bilancio, oltre i due terzi della spesa sanitaria. Con il nuovo articolo 8 della Statuto ci siamo presi l’impegno di finanziare l’ulteriore trenta per cento, con in cambio il 90% di tutta l’iva pagata dai consumatori e dai turisti (invece che il 20% dell’iva pagata dalle aziende sarde) con un vantaggio di quasi due miliardi».

Arriviamo al Ppr. Ha sbagliato qualcosa?

«No. Sono estremamente orgoglioso di quel provvedimento. Avevamo la promessa fatta in campagna elettorale da mantenere. Decaduti i vecchi Piani Territoriali Paesaggistici, c’era un vuoto legislativo che metteva gravemente a rischio le coste sarde. Dopo tre mesi dall’insediamento demmo una risposta all’emergenza, poi arrivò il Piano Paesaggistico Regionale. Divisivo? Lei conosce una decisione radicale che non sia anche divisiva? E infatti la nuova Legge Urbanistica necessaria per dare piena attuazione al PPR, fu il culmine di tutte le divergenze politiche della mia maggioranza. Ancora oggi, dopo 20 anni, non è stata approvata».

Primi segnali di attrito col Pd già un anno prima delle dimissioni, quando si candidò senza essere eletto segretario Dem. Poteva fermarsi, perché non lo fece?

«Mi accorsi di una volontà diffusa di rallentare l’azione che ritenevo doverosa sul Ppr, la legge urbanistica, la Legge Statutaria e la legge di riforma della Regione. Mi candidai perché avevo bisogno di un maggior sostegno da parte dei partiti e perché in quel momento, con la nascita del PD, la guida del partito era associata anche a livello nazionale alla guida nelle istituzioni. Purtroppo, dopo anni ho chiaro che quelle primarie, anche considerato coloro i quali si presentarono ai seggi, vennero usate per frenare me, più che per eleggere il segretario del partito».

Poi ci fu l’assalto a casa sua, il 10 gennaio 2008. Una notte allucinante e voluta?

«Un gesto vile ben organizzato da personaggi politici noti. L’occasione fu la richiesta del Presidente Prodi, a tutti le Regioni, di dare una mano a risolvere la grave emergenza napoletana con la città invasa dai rifiuti. Noi, offrimmo un contributo di solidarietà, potendolo fare. Mi assunsi la responsabilità di aderire alla richiesta del governo di far arrivare alcune navi di rifiuti, modeste quantità che venivano smaltite in poche ore dal nostro inceneritore. Fu un pretesto facile da utilizzare. Dissero che fossero solo gli ultrà del Cagliari avversari del Napoli calcio. In realtà si trattò di un vero e proprio attacco squadrista, presenti (mi spiace dirlo) anche alcune bandiere di partito».

Perché decise di acquistare l’Unità?

«L’Unità era in piena crisi e rischiava di chiudere. Ero sul pullman elettorale insieme a Veltroni, nella strada tra Nuoro ed Olbia, mentre arrivavano i messaggi di un’impellente chiusura del quotidiano. Pensavo che avrei potuto aiutare e contribuire ad una storia nuova».

Lei ha subito diversi processi, per reati come abuso d’ufficio turbativa d’asta, evasione fiscale e bancarotta. Ne è uscito pulito. Complotto delle Procure?

«No. Non c’è stato alcun disegno. Avevo ruoli importanti ed ero più visibile di altri. Credo sia normale essere stato oggetto di maggiore attenzione. Alcuni processi, poi, sono nati nei media, non in Tribunale. Mi dispiace solo che per il caso Saatchi, dopo l’assoluzione in primo e in secondo grado si sia dovuti arrivare in Cassazione per essere assolto ancora».

E poi la rivincita, con la segreteria regionale del Pd dopo le Europee.

«Non ero assolutamente a caccia di rivincite. Venni eletto a Strasburgo con un grande e inaspettato consenso, ho pensato che ci fosse lo spazio di costruire una vera comunità del Pd, un “intellettuale collettivo” utile alla Sardegna, mettendo da parte conflitti e incomprensioni. Mi ero illuso, in realtà alcuni tra quelli che mi sostennero erano interessati a mantenere lo stato delle cose piuttosto che a cambiarle. Per questo mi sono dimesso».

Arrivando a ieri, ma perché si è candidato alle Regionali rischiando di far vincere i suoi avversari?

«Domanda sbagliata. Quella corretta sarebbe perché il Pd nazionale e locale ha preferito perdere un pezzo, anche rilevante, di partito per allearsi con coloro che sino al giorno prima hanno rappresentato idee e un modo di far politica totalmente diverso dal nostro? Che quando hanno potuto governare hanno scelto di farlo con Salvini piuttosto che con Bersani? La Sardegna ha subito l’imposizione di una candidata Presidente da parte di un partito di non particolare consenso. Abbiamo pagato il prezzo per accordi romani che non ci riguardavano».

Che fine farà Progetto Sardegna?

«Progetto Sardegna è una comunità politica che attraverso centinaia di incontri pubblici in giro nei nostri territori ha nel tempo costruito un patrimonio di idee e progetti, rappresentando una visione di Sardegna innovativa e ben piantata sulle sue radici. Il futuro di PS è nelle mani di questa comunità, per quanto mi riguarda, e a lei che passo il testimone continuando a dare il mio contributo in modo diverso».

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