La Nuova Sardegna

Palestina

«La mia missione con la Flotilla: 21 giorni in viaggio, poi l’incubo» – Il racconto

di Caterina Cossu
«La mia missione con la Flotilla: 21 giorni in viaggio, poi l’incubo» – Il racconto

Impossibile per il convoglio di terra arrivare a Gaza: ora l’unico attivista sardo è tornato a casa

3 MINUTI DI LETTURA





Guspini La data del ritorno era già scritta nei fatti: i visti per entrare in Libia durano un mese e non possono essere rinnovati. «Se fossimo rimasti, saremmo diventati clandestini. E avremmo rischiato ancora di più di quello che sapevamo di affrontare partendo». Ieri sera, mercoledì 27 maggio, Filippo Boi è rientrato in Sardegna, nella sua Guspini, dopo l’ultimo tratto verso casa in treno dall’aeroporto di Elmas. Solo poche ore prima aveva salutato gli altri partecipanti italiani della missione umanitaria della Global Sumud Flotilla: tredici attivisti partiti via terra con l’obiettivo di raggiungere il valico di Rafah passando dalla Libia e dall’Egitto, per portare aiuti su Gaza. «Non ce l’abbiamo fatta, ma sento comunque che qualcosa abbiamo mosso. La missione però non è finita: c’è da riportare a casa i compagni fermati. Da quando sono stati bloccati non abbiamo più notizie dirette».

Boi ha vissuto tutte le fasi che hanno preceduto il fermo dei dieci attivisti. «Ci siamo mossi dall’accampamento il 14 maggio. Dopo una notte a Misurata ci siamo fermati nel deserto, vicino a una stazione di servizio, praticamente l’ultimo presidio di civiltà della zona. Eravamo circa 300 persone con appena tre bagni e l’acqua razionata, disponibile solo nel pomeriggio». Dopo una settimana di attesa è arrivato il vertice decisivo sul tentativo di passare il confine orientale della Libia. «C’erano già stati altri due tentativi andati a vuoto. Abbiamo chiesto almeno il passaggio degli aiuti umanitari, ma non c’è stato verso». Il fermo poi domenica 24 attorno alle 15.20, nella zona di Sirte, dopo il superamento di un primo checkpoint: «I nostri compagni erano riusciti ad accedere a una fascia controllata sia da ovest che da est per proseguire verso l’Egitto. È lì che poi sono stati bloccati». Più che il panico, racconta Boi, tra gli attivisti ha prevalso la consapevolezza del rischio: «Era lo scenario peggiore, ma anche uno di quelli che avevamo messo in conto. Quando sono saltate le comunicazioni e il tempo ha iniziato a passare, abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di grave e che si stava concretizzando».

Ora la partita è soprattutto diplomatica. «Non ci siamo mai sentiti abbandonati. Anzi, tra i Paesi coinvolti l’Italia è stata probabilmente quella che si è attivata più rapidamente, anche perché aveva una delle delegazioni più numerose». Dal fermo degli attivisti la situazione sul posto, una volta tornati all’accampamento, si è ulteriormente irrigidita. «Due giorni fa i militari libici ci hanno sgomberato dall’accampamento e non l’hanno fatto certamente a parole – racconta –. Però dobbiamo mantenere il massimo riserbo sui dettagli: ogni particolare divulgato potrebbe creare problemi ai nostri compagni, e loro restano la priorità assoluta per tutti noi». Sul quadro geopolitico, l’attivista sardo non nasconde amarezza: «La sensazione è che ormai il confine reale di Israele si sia spostato molto più in là. E tra Libia ovest e Libia est le differenze sono nette e non ci sono “buoni”». Adesso, per lui, è il momento di un ritorno alla normalità solo apparente. «Sarà strano ricominciare la vita di tutti i giorni, ma ci sono tante cose che possiamo fare anche da qui e continueremo a farle. Lo sciopero del 29 maggio sarà importante, così come qualsiasi iniziativa capace di mantenere alta l’attenzione mediatica». © RIPRODUZIONE RISERVATA

(tutte le foto sono di Filippo Boi)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il ricordo

Marco Muredda, morto nell’incidente sulla 129: due punti Conad chiusi per lutto. Il messaggio dei colleghi: «Non di dimenticheremo»

Le nostre iniziative