La Nuova Sardegna

L’intervista

Beppe Pisanu: «I miei 80 anni di Repubblica: il referendum, il compromesso storico, il sequestro Moro, il Viminale»

di Alessandro Pirina
Beppe Pisanu: «I miei 80 anni di Repubblica: il referendum, il compromesso storico, il sequestro Moro, il Viminale»

L’ex ministro parla in occasione dell’anniversario del 2 giugno 1946: «Avevo solo 9 anni, ma ricordo i comizi e la canzoni. A Ittiri, caso raro, la monarchia perse»

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Gli esordi nella Dc del Sassarese, poi l’approdo a Roma, dove diventa il capo della segreteria politica di Zaccagnini negli anni più difficili della Repubblica. Sottosegretario nei governi Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita, nella Seconda repubblica Beppe Pisanu sarà per quattro anni ministro dell’Interno con Berlusconi. Insomma, una vita nelle istituzioni repubblicane.

Senatore Pisanu, la Repubblica compie 80 anni, 9 meno di lei. Come l’ha vista nascere?

«Con gli occhi del ragazzino di Ittiri, il mio paese rivoluzionario per antica tradizione sempre schierato a sinistra. Della campagna referendaria e di quel lontano 2 giugno ho solo vaghi ricordi: i simboli contrapposti di monarchia e repubblica, i comizi affollatissimi, gli altoparlanti e soprattutto le canzoni e le canzonature che mi sono rimaste in mente. La più cantata era anche la più accesa: “una massa di cani e di ladri/comandati dal boia del re/sulla punta di quello stile/c’era scritto tre volte vile/ vile vile Vittorio Emanuele/ vogliamo la Repubblica vogliamo la libertà”. Caso raro in Sardegna a Ittiri stravinse la Repubblica: 2727 voti contro 1735. E i più contenti festeggiarono spargendo papaveri rossi per le vie del paese».

Lei ha iniziato, giovanissimo, nella Dc. Ai tempi anche la Repubblica era giovanissima: che ricordo ha di quell’epoca?

«Innanzitutto, la ricostruzione morale e materiale del nostro Paese dopo le sciagure del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Mi riferisco all’opera dei cinque governi De Gasperi e all’intero periodo centrista. Prima la pacificazione degli italiani con la fine della guerra civile e l’amnistia del ministro Togliatti e poi la costruzione delle basi politiche e istituzionali di quel grande processo di sviluppo che fu chiamato “miracolo economico”: crescita del Pil al 6%, ascensori sociali in piena funzione, oscar della stabilità per la nostra moneta e l’Italia quinta potenza industriale del mondo. Il merito di tutto questo? Certamente della vitalità del popolo italiano ma anche della sapienza politica della “repubblica dei partiti”».

Capo della segreteria politica di Zaccagnini all’epoca del compromesso storico tra Dc e Pci: poteva davvero essere la svolta per il Paese?

«Probabilmente sì. Mi lasci precisare che “compromesso storico” era la definizione di Berlinguer. Noi amici di Moro parlavamo di “solidarietà nazionale” condividendo con Berlinguer due essenziali obiettivi: il primo fronteggiare una tremenda congiuntura economico-sociale (Pil a meno 4%, inflazione vicina al 20%) e allo stesso tempo fermare il terrorismo che insanguinava le strade e minacciava le istituzioni. Il secondo, più strategico, avviare una moderna democrazia della alternanza nella quale Dc e Pci potessero tranquillamente alternarsi al governo del Paese senza alcun rischio per la democrazia. Moro e Berlinguer sapevano bene che un progetto così ambizioso aveva bisogno di tutti i partiti dell’arco costituzionale perché sfidava la logica della “guerra fredda” e poteri molto forti all’interno e all’esterno del nostro Paese. E proprio per questo procedettero con estrema cautela ma come è noto il tentativo fu stroncato sul nascere. Il sistema dei partiti riuscì a sopravvivere per qualche tempo e poi arrivò il bipolarismo selvaggio della cosiddetta Seconda repubblica».

Il sequestro Moro è stata la più nera della storia del Paese: la Repubblica ha mai vacillato di fronte ai terroristi?

«Sì, vacillò perché fu colpita con estrema violenza. “Più in alto di così non potevano colpire”, affermò Ugo La Malfa nel corso di un drammatico dibattito parlamentare paragonando la strage di via Fani e il sequestro di Moro ad un vero e proprio atto di guerra al quale si doveva rispondere dichiarando lo stato di guerra contro i terroristi e i loro complici. Vacillò ma tenne perché era ancora la “repubblica dei partiti” e i partiti tennero, seppure a costo di decisioni laceranti, specialmente per noi amici e discepoli di Aldo Moro».

Come ha fatto l’Italia a ripartire dopo gli anni di piombo?

«Con il rifiuto generalizzato della violenza come strumento di lotta politica e con la forza paziente dello stato democratico. Su questo terreno ci fu una reale unità di intenti tra popolo, partiti e istituzioni. Pensi alla fermezza di Enrico Berlinguer contro le Brigate Rosse che erano nate nelle Case del popolo e godevano di consensi e sostegni più o meno oscuri nell’estrema sinistra interna e internazionale. E dal lato opposto pensi all’analogo atteggiamento di Giorgio Almirante nei confronti del terrorismo nero, che pure proveniva dalle sue file e aveva sostegni oltre che nell’estrema destra nella cosiddetta “destra profonda” che si era annidata minacciosamente nelle viscere dello Stato. Non mi chiedo, per carità di patria, che cosa succederebbe oggi in Italia di fronte a simili situazioni».

Nel 1992 scoppia Tangentopoli: una nuova prova di resistenza della Repubblica?

«Resistenza sì, ma a che cosa? Certamente alla corruzione, al finanziamento illecito di tutti i partiti che perdurava fin dagli inizi della vita repubblicana, come sostenne Bettino Craxi con un coraggioso discorso alla Camera dei deputati. Ma resistenza anche alle turbative che subì l’equilibrio dei poteri. Quanti processi clamorosamente aperti e mai celebrati? Quanti inquisiti consegnati alla gogna mediatica e alla rovina morale e poi assolti nel silenzio generale? Quante invasioni di campo della magistratura nella politica? La pagina di Tangentopoli ha posto problemi ancora irrisolti e che non si risolveranno mai a colpi di maggioranza e di referendum abrogativi».

Lei è stato protagonista della Prima e della Seconda repubblica: quali sono state le differenze tra quelle due stagioni?

«Premesso che fino a quando non si cambia la Costituzione non si cambia la Repubblica, riconosco che Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi hanno prodotto un tale cambiamento di fase da giustificare la distinzione politica tra Prima e Seconda repubblica. A mio parere la madre di tutte le differenze è la fine dei partiti, in quanto strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Vengono da lì il graduale depotenziamento del cittadino elettore, le leadership individuali, la personalizzazione del potere che è di per sé fonte di corruzione, l’esaltazione illiberale dell’elezione diretta dei vertici senza contrappesi democratici, come se non avesse insegnato nulla l’esperienza dei presidenti di Regione diventati governatori e di fatto padroni delle assemblee elettive. Anche per questo io mi sento a pieno titolo uomo della Prima repubblica, profondamente legato ai valori del movimento politico dei cattolici italiani. Nella Seconda ci sono entrato e rimasto a lungo come in terra di missione».

Nei primi anni Duemila è ministro dell’Interno, poco amato dalla Lega ma molto apprezzato dall’opposizione: cosa porta con lei di quella esperienza?

«In linea generale, l’aver fatto il mio dovere non già come ministro di polizia ma come ministro di garanzia. In particolare, l’aver colto buoni risultati in materia di sicurezza e ordine pubblico, di immigrazione, di salvaguardia dei diritti di cittadinanza, di diffusione, anche a livello europeo, del dialogo interreligioso per l’integrazione dei migranti nelle società europee e per la costruzione della pace nell’area mediterranea. Ma basta così, chi si loda si imbroda».

Siamo già nella Terza repubblica o deve ancora nascere?

«Nascerà solo quando la politica riuscirà a rinnovare se stessa e le istituzioni repubblicane, mettendo in opera strumenti moderni ed efficaci per la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Se non c’è partecipazione non c’è politica e tanto meno democrazia. Ho letto da qualche parte che “nelle istituzioni quando esce la politica rimane solo la volgarità”».

Ha lavorato coni più importanti politici del Paese: chi c’è nel suo Pantheon?

«Prima di tutti Moro e Zaccagnini. Insieme a loro gli altri “professorini cattolici” dell’Assemblea costituente (Dossetti, Fanfani, La Pira, Lazzati) che furono protagonisti del memorabile confronto di idee con i marxisti e i liberali dal quale è nata la nostra Costituzione. Tra i presidenti della Repubblica che ho conosciuto più da vicino indico Antonio Segni, Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi».

Quale augurio si sente di fare alla Repubblica italiana?

«Che resti fedele ai valori intramontabili della parte prima della Costituzione. E su questa base restauri organicamente la parte seconda per metterla al passo con i tempi che vengono».

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