La Nuova Sardegna

2 giugno

Michela Ponzani: «Il voto non fu una concessione, le donne ricostruirono il Paese»

di Massimo Sechi
Michela Ponzani: «Il voto non fu una concessione, le donne ricostruirono il Paese»

La storica e saggista in occasione dell’80° anniversario della Repubblica ricorda le battaglie contro i pregiudizi e le discriminazioni di genere

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Sassari «Il voto alle donne non fu una concessione, ma un diritto rivendicato e conquistato legittimamente. Le donne arrivano a prenderselo dopo aver vissuto la guerra, dopo aver seppellito i morti, salvato i figli, ricostruito il Paese». Michela Ponzani, storica e saggista, insegna Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata. Autrice di diversi libri, tra cui “Donne che resistono” e il recentissimo “Giovani liberi partigiani”, con lei il tema dell’80° anniversario del voto alle donne è anche il racconto di una lunga battaglia contro pregiudizi e discriminazioni .

Il 2 giugno del 1946 fu una conquista o un inizio?
«Entrambe le cose. Il 1945, quando la guerra finisce, segna l’inizio e non la fine di una battaglia per i diritti e per l’uguaglianza. Per le donne comincia un’altra guerra, molto lunga, per ottenere diritti che saranno previsti in Costituzione ma che per molto tempo non verranno applicati».

Quanto pesò la loro partecipazione alla Resistenza?
Fu essenziale, perché le donne non avevano mai preso le armi nei conflitti armati. Con i movimenti partigiani scelgono legittimamente di farsi letteralmente banditi. Ada Gobetti lo dice nel suo diario partigiano: “Io ero una sposa, una madre esemplare. Ho distrutto tutti i simboli della sposa e della madre esemplare per trasformare me stessa in un bandito”. Scelgono di combattere perché non vogliono essere più considerate preda e bottino degli eserciti. Scelgono di lottare per un mondo nuovo».

Le donne della Resistenza vengono spesso ricordate solo come staffette. È una semplificazione?
«Sì, perché le donne che fanno la Resistenza non sono solo staffette, anche se fare la staffetta è essenziale per la tenuta del fronte e per la buona riuscita delle operazioni delle bande. Ma la partecipazione femminile fu molto più ampia. E fu anche molto rischiosa, forse persino più di quella degli uomini, perché quando una donna veniva catturata, sotto tortura rischiava lo stupro. Era una forma di violenza ulteriore, anche simbolica, nei confronti delle ribelli che avevano osato alzare la testa contro il regime».

In quei mesi si discuteva già dell’Italia che sarebbe venuta dopo?
«Sì. Nei giorni della clandestinità queste donne combattenti discutevano di tutto: di un’Italia in cui fosse possibile divorziare, votare, lavorare, abortire senza essere sbattute in galera. Le donne potevano essere mandate in prigione per il reato di procurato aborto, che nel nostro codice penale è rimasto fino al 1978. Questo ci fa capire la lunga visione e l’essenziale presenza delle donne nel costruire la Repubblica. Senza l’apporto delle donne, questa Repubblica democratica fondata sulla libertà e sulla giustizia sociale non sarebbe stata possibile».

Il pregiudizio nei loro confronti era ancora molto forte.
«Gli uomini guardavano con sospetto al voto femminile. Autorevoli esponenti dell’Italia liberale non erano d’accordo nel concedere il voto perché le donne erano considerate suggestionabili di natura. Teresa Vergalli aveva combattuto a Reggio Emilia, ricordava proprio il voto del 2 giugno dicendo: “Avevo il cuore in gola, avevo paura di non essere all’altezza”. E sentiva mariti che dicevano: “Tranquilli che mia moglie fa quel che dico”».

Le 21 donne elette nella Costituente che ruolo ebbero?
«Fondamentale. L’articolo 3 fu il punto d’inizio. Lina Merlin ricordava che quando si cominciò a scrivere questo articolo secondo i colleghi sembrava pleonastico scrivere “senza distinzione di sesso” se si diceva già che tutti i cittadini sono uguali. Lei invece disse: “No, aggiungetelo, perché quando è stato varato il decreto per il diritto di voto vi eravate dimenticati di aggiungere che potevamo essere anche elette”. Nulla era scontato».

Ci furono episodi che raccontano bene quel clima?
«Teresa Mattei, la più giovane delle elette all’Assemblea Costituente, quando prese la parola per la prima volta sentì brusio e vide onorevoli colleghi andarsene alla buvette a prendere il caffè. Togliatti la chiamava “la ragazzina di Montecitorio”. A un deputato della Democrazia cristiana che le disse: “Signorina, ma lei lo sa che ci sono dei giorni del mese in cui le donne non ragionano?”Lei rispose: “E lei lo sa che ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese?” L’aula scoppiò in una risata. Immagini una ragazza di 22 anni che prende la parola davanti a Benedetto Croce e ai mostri sacri della politica, sbaragliando tutti con ironia».

Su quali diritti si concentrò il lavoro delle Madri della Repubblica?
«Si discusse soprattutto di lavoro. Nel 1950 fu approvata una legge firmata da Teresa Noce, comunista, e Maria Federici, democristiana, che garantiva alle donne lavoratrici diritti negati fino a quel momento. La legge che oggi concede il diritto all’astensione obbligatoria dal lavoro nasce da lì. Fu una conquista anche il divieto di essere esposte a esalazioni nocive».

Anche la legge sul divorzio ha origine in quel lavoro?
«Sì. La legge sul divorzio arriva nel 1970 e poi c’è il referendum nel 1974. Ma se non ci fosse stata Nilde Iotti a discutere nella Commissione dei 75 e a far togliere la parola “indissolubile” dal testo costituzionale, noi non avremmo avuto la legge sul divorzio nel 1970, perché sarebbe stata incostituzionale».

Oggi abbiamo la prima presidente del Consiglio donna e una donna guida il primo partito dell’opposizione. La parità reale è vicina?
«Non basta dire “sono la prima donna presidente del Consiglio” per parlare di reale parità. Dovremmo interrogarci sulla maternità, che ancora oggi suona come un diritto negato perché c’è lo spauracchio del licenziamento. Il carico di cura dei figli e degli anziani è ancora squilibrato. Finché non supereremo questo, dobbiamo continuare a lottare. Le donne del 1946 avrebbero gridato battaglia di fronte a tutto questo».

Che cosa direbbe oggi alle donne che nel 1946 erano in fila davanti ai seggi?
«Direi: vi siamo molto riconoscenti per tutto quello che avete fatto per l’Italia. State un po’ più vicino a noi nel pensiero, perché ogni tanto abbiamo ancora paura delle cose che ci attendono».

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