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La Bce alza i tassi, ecco la stangata sui mutui: fino a 176 euro in più al mese

La Bce alza i tassi, ecco la stangata sui mutui: fino a 176 euro in più al mese

La nuova stretta di Francoforte riporta il costo del denaro al 2,25%: il conto più pesante arriva per chi ha un variabile, con aumenti che possono superare i 2.100 euro l’anno.

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Roma La Banca centrale europea torna ad alzare i tassi dopo quasi tre anni e riporta il tasso sui depositi al 2,25%. La decisione, arrivata giovedì 11 giugno, è una risposta alla nuova fiammata dell’inflazione, spinta dal caro energia e dalle tensioni legate alla guerra in Medio Oriente. L’obiettivo di Francoforte è evitare che l’aumento di petrolio, gas e bollette si trasferisca stabilmente su prezzi, salari e consumi. Ma la stretta ha un costo immediato per famiglie, imprese e conti pubblici.

Il primo effetto riguarda i mutui, soprattutto quelli a tasso variabile. L’aumento della rata non è uguale per tutti: dipende dall’importo del finanziamento, dalla durata, dal capitale residuo e dagli indici usati nel contratto. Secondo le simulazioni della Fabi, per un mutuo da 50mila euro l’aggravio mensile può andare da 29 a 35 euro. Su un finanziamento da 100mila euro l’aumento sale tra 59 e 70 euro al mese; per 150mila euro si va da 88 a 106 euro. Il peso diventa più consistente sui mutui più alti: da 118 a 141 euro in più al mese per 200mila euro, fino a 176 euro mensili per un finanziamento da 250mila euro, oltre 2.100 euro in un anno.

La Bce non può abbassare direttamente il prezzo dell’energia, ma può rendere più costoso il credito e raffreddare la domanda. È una scelta pensata per impedire che lo choc energetico diventi inflazione permanente. In Italia, secondo le stime preliminari dell’Istat, a maggio i prezzi sono cresciuti del 3,2% su base annua. Il problema principale resta il potere d’acquisto: i salari reali, pur in recupero, restano ancora sotto i livelli del 2021. Se la guerra dovesse prolungarsi, l’Ufficio parlamentare di bilancio stima un possibile impatto aggiuntivo sull’inflazione italiana pari a 1,4 punti.

La stretta pesa anche sulle imprese. Con tassi più alti, finanziarsi diventa più caro: investire, acquistare macchinari o sostenere nuovi progetti può diventare meno conveniente. Sui mercati, il rialzo tende a penalizzare le obbligazioni già emesse, perché i nuovi titoli offrono rendimenti più alti. Può pesare anche sulle azioni, perché il credito più costoso riduce le prospettive di crescita delle aziende. Le banche, invece, possono trarre beneficio da margini più ampi su prestiti e mutui. Anche l’oro può risentirne, perché tassi più elevati rendono più interessanti altre forme di investimento.

Per l’Italia c’è poi il capitolo del debito pubblico. L’aumento dei tassi non si scarica subito su tutto lo stock di debito, perché gran parte dei Btp è a tasso fisso e ha una durata medio-lunga. Ma ogni nuova emissione e ogni titolo da rifinanziare rischiano di incorporare rendimenti più alti. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, la spesa per interessi è destinata a salire dal 3,9% del Pil nel 2025 al 4,5% nel 2029. Il rischio è doppio: più interessi da pagare e crescita più debole, due fattori che rendono più difficile ridurre il rapporto tra debito e Pil.

La nuova stretta di Francoforte nasce quindi per contenere l’inflazione, ma il conto può arrivare in più direzioni: rate più care per le famiglie, credito più oneroso per le imprese, maggiore pressione sui conti pubblici e crescita meno robusta. Per l’Italia, già esposta al caro energia e alla fragilità dei salari reali, la sfida sarà evitare che la cura contro l’inflazione diventi un ulteriore freno all’economia.

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