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«L’isola ha risorse immense ma non riusciamo a sfruttarle» - L’ultima intervista di Bachisio Bandinu sulla Nuova Sardegna

di Massimo Sechi

	Bachisio Bandinu insieme all'accademico dei Lincei Giovanni Lilliu
Bachisio Bandinu insieme all'accademico dei Lincei Giovanni Lilliu

Il giornalista e antropologo aveva descritto il rapporto con la sua terra: «L’identità non è un qualcosa che si eredita, bisogna costruirla ogni giorno»

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Pubblichiamo di seguito l’ultima intervista concessa alla Nuova Sardegna da Bachisio Bandinu, il giornalista e antropologo scomparso oggi 23 giugno

L’antropologo, giornalista e scrittore Bachisio Bandinu da ormai diversi decenni anima il dibattito sull’identità e la cultura dell’isola. «L’identità non si eredita, non è una tanca e non è un palazzo – ci dice introducendo un tema da lui affrontato in diverse pubblicazioni. «L’identità – afferma – uno o se la costruisce o non ce l’ha. La scommessa verte principalmente su come si gestisce la relazione tra locale e globale. Il rischio è quello di una chiusura o di abbandonarsi a una sorta di modernismo in cui confermiamo il nostro essere periferia. L’identità ce la facciamo noi come persona e come popolo».

Lei ha vissuto vent’anni in Lombardia. Cosa l’ha spinta a tornare?

«È stata l’insistenza del presidente della Regione Mario Melis che veniva a trovarmi a Varese. Tanti incontri sempre con questa sollecitazione, e alla fine con piacere sono rientrato dopo vent’anni».

Negli anni ’70 parlava di conflitto tra mondo pastorale e civiltà dei consumi. Quale conflitto vede oggi?

«Oggi il problema si pone diversamente. Il globale pervade tutte le culture. Non ci sono obiezioni possibili. Contro il tempo di Coca-Cola non c’è arma difensiva. Il problema oggi non è tanto diventare moderni, perché comunque col marketing, col telefonino siamo in comunicazione obbligata col mondo. Lo viviamo contemporaneamente locale e globale assieme. Il pericolo non è il rischio di una chiusura localistica, tanto è impossibile. Il problema è che non dobbiamo entrare senza soggettività politica, economica e culturale, nel mondo della globalità che vede in noi un utente e un cliente. La scommessa è questa: fare i conti come soggettività sarda nel rapporto col globale, riuscire a filtrare questo rapporto e non abbandonarci a esso passivamente».

Ogni estate l’isola fa i conti con la piaga degli incendi.

«Io sono molto severo: di fatto siamo noi sardi che bruciamo la Sardegna. Questa è la realtà. Certo che ci sono motivi economici esterni, interessi sul versante del turismo, versanti vendicativi del mondo agropastorale. Ne abbiamo analizzato almeno sette di motivazioni. Però comunque siamo noi sardi che appicchiamo il fuoco. Non c’è una coscienza ambientale perché non abbiamo avuto il trauma di una perdita del territorio come il triangolo Genova-Milano-Varese. Non abbiamo perduto il nostro bene ambientale, ci viviamo dentro. Oggi l’ambiente si conquista, si costruisce, la componente umana è determinante. Non riusciamo a tradurre il valore che ha l’ambiente in Sardegna, la più grande risorsa che abbiamo, in unità produttive di economia e di cultura. Nella società della conoscenza ci manca un sapere che è sempre un saper fare».

Anche la criminalità è cambiata: dal banditismo al traffico di droga, alle rapine ai portavalori.

«Noi ci meravigliamo di questa nuova delinquenza come se venisse chissà da dove. La globalizzazione è pervasiva anche nelle forme delinquenziali. Tutte queste nuove forme di criminalità si verificano anche altrove negli stessi modi. Persino la mafia, era difficile nel passato che arrivasse in Sardegna perché qui non esiste il gruppo con un capo. Nel gruppo che compie un sequestro di persone non c’è un capo. E se uno si erge a capo gli dicono “Ma tu sei maccus, ma che ti credi? Qui semus paris”. Quindi non c’è mafia nella struttura formativa piramidale. Questo non vuol dire che non si possa formare, perché non esiste più una garanzia antropologica che ci crea una sorta di resistenza al suo arrivo».

Negli anni ’80 scrisse un libro molto duro sulla Costa Smeralda. Cosa pensa oggi?

«Io partivo da un punto di vista politico dell’identità. Negli anni Settanta non un litro di latte, non un chilo di carne sardo entrava in Costa Smeralda. Tutto veniva da fuori. I capitali investiti andavano altrove. Dopo 45 anni c’è stato un miglioramento: ci sono anche molti sardi a livelli dirigenziali. Cominciano a entrare prodotti sardi, formaggi, vino. Ma la mia difficoltà qual era? Se l’Aga Khan avesse costruito un’agricoltura della pianura di Arzachena usando l’acqua del Liscia, avrebbe trasformato il concetto di sviluppo agroalimentare in Sardegna. Non sono contro il turismo, figuriamoci, viva il turismo. Ma bisogna fare sempre la domanda cruciale: quale profitto arriva per noi sardi?».

Se guarda alle nuove generazioni cosa vede?

«Ho scritto tre libri sui giovani. La cosa che mi preoccupa di più è questa: tutti gli universitari sardi posti nelle condizioni di poterlo fare andrebbero via. Se perdiamo i giovani, e la natalità in Sardegna è la più bassa d’Europa, 0, 9, alla fine chiudiamo. C’è un arcipelago: ci sono aspetti positivi di nuova coscienza, startup, un fare. Ma c’è anche questa propensione ad andare altrove, non per forza per ritornare arricchiti. Questo fatto mi angoscia».

Che fare allora?

«Il punto fondamentale è che manca la conoscenza: il deficit sardo è un deficit di conoscenza. Noi abbiamo potenzialità immense ma non riusciamo a tradurle. Io vado in un paese dell’Ogliastra e vedo B&B organizzati da un bresciano che ha comprato tre case vecchie. Lo ringrazio, ma perché non l’ha fatto uno di quel paese? Per noi sardi il sole era siccità, il vento prosciugava la pioggia. Erano connotate negativamente. Arriva il capitalismo e dice: la Sardegna ha 300 giorni di sole, ha un vento da tutte le parti. Ma perché noi sardi non l’abbiamo capito? Di risorse ce ne sono all’infinito. Io seguo da 50 anni la pastorizia sarda: ancora non riusciamo a capire quale nuovo agroalimentare, quali forme nuove da inventare. Ci manca il saper fare culturale. Qual è la condizione della scuola oggi in Sardegna? Quale formazione danno le università? Come possiamo diventare un’isola della conoscenza per avere industrie non inquinanti e pure modernissime? Sono queste le scommesse vere per la nostra terra». 

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