Luciana Castellina: «Donne, avanti con la rivoluzione: non siamo inferiori ma diverse»
La storica esponente femminista sarà sabato ad Alghero: «In 80 anni molto conquiste, ma la nostra società è ancora patriarcale»
Quando in Italia si parla di femminismo, di battaglia per la parità di genere, di ruolo della donna in generale il primo nome che viene in mente è lei, Luciana Castellina, classe 1929, una vita dentro e fuori le istituzioni a lottare per eliminare le distanze tra uomini e donne. E a questo tema la giornalista e politica ha dedicato un libro, “Il femminismo della mia vicina” (Manni), scritto in tandem con Ginevra Bompiani, scrittrice e sua grande amica, in cui ripercorrono la loro vicenda dall’infanzia a oggi. Le due autrici ne parleranno insieme sabato alle 20 ad Alghero a Lo Quarter insieme a Daniela Preziosi e Anna Veneruso all’interno del festival Dall’altra parte del mare.
Castellina, cosa significa essere femminista?
«Essere femminista vuole dire provare a capire cosa vuole dire essere donna. Perché non lo sappiamo mica. Ci hanno imbrogliato nel corso della storia. È la fatica di tutta la mia vita cercare di capire cosa vuole dire essere donna».
Oggi il termine femminista ha una accezione diversa rispetto al passato?
«Non esisteva prima. La parola femminismo è comparsa tardi, quando le donne hanno cominciato a intuire che non erano dei maschi. Maschi, per di più, deboli e più stupidi».
Serena Dandini ha scritto un bellissimo libro sulle Madri costituenti: perché ci sono voluti 80 anni per riconoscere il loro ruolo?
«Il patriarcato esiste da decine di migliaia di anni, non è mica facile liberarsene. Non è stata una disattenzione, è proprio la struttura della società che è basata sul patriarcato. Quando penso alle madri costituenti, o alle donne che diedero il primo voto nel 1946, penso anche alle grandi aspettative che avevano, ma mai avrebbero immaginato che la sola rivoluzione che tutt’oggi funziona è la rivoluzione femminista. Vorrei poterlo dire a mia nonna che andò a votare tutta emozionata: “nonna, guarda che dopo 80 anni le donne sono protagoniste, la nostra rivoluzione è l’unica vincente che ci sia”».
Vista la sua storia, anche lei può essere definita una madre costituente di un’Italia più libera e moderna.
«Ai tempi io non potevo votare, ma la avvertii come una cosa importante. Ma allora io mi vergognavo di essere donna, proprio perché le donne erano considerate maschi più deboli e stupidi. Ho fatto di tutto per cercare di capire che non potevo essere una donna».
Qual è stata la molla che le ha fatto cambiare direzione?
«Premesso che il femminismo è arrivato in Italia negli anni Settanta - il ’68 è stato come tutti gli altri un movimento maschilista con le donne definite “angeli del ciclostile” relegate a un ruolo subordinato - io ci sono arrivata per caso. Un giorno mia figlia mi fece notare che andavo sempre a cena con uomini e mai con donne. E lì mi sono resa conto che era vero, non mi veniva neanche in mente perché le consideravo meno interessanti. Quello è stato l’inizio di una riflessione autocritica».
La battaglia per la parità è ancora lunga...
«Ci vorrà molto tempo. Le rivoluzioni sono lunghe. Non si tratta di strappare un potere, ma di affermare un qualcosa che non viene preso nemmeno in considerazione: le donne sono diverse dagli uomini. Ma riconoscere che la diversità non è inferiorità è un processo culturale molto complesso. Dopo il 1946 le donne hanno avuto subito un ruolo importante, anche se per il femminismo c’è voluto tempo. Si è costituita l’Udi, Unione donne italiane, una mobilitazione che ha coinvolto migliaia e migliaia di donne. La battaglia per gli asili nido non è stata mica calata dall’alto. Ora le racconto una cosa...».
Prego.
«Quando mi hanno eletta in Europa nel 1979 abbiamo fatto la prima riunione di tutte le donne di tutti i partiti per spiegarci come era la situazione femminile nei vari Paesi. Ebbene, con mia grande meraviglia ho scoperto che in tema di donne l’Italia aveva la legislazione più avanzata d’Europa. Noi abbiamo approvato nel 1950 una legge che nel resto d’Europa è arrivata molto più tardi: il diritto delle donne operaie ad avere il congedo retribuito in gravidanza per sei mesi. Una cosa avanzatissima. La stessa legge sulla parità di retribuzione in Italia è arrivata molto prima della Gran Bretagna. Merito di una forte presenza del sindacato che in Italia non stava solo nelle fabbriche. C’erano le Camere del lavoro che stavano soprattutto per strada, tra la gente».
Quali sono le battaglie più importanti al giorno d’oggi?
«Oggi appare ancora più chiaro di un tempo l’imbroglio del neutro. Tutte le leggi, anche la Costituzione, hanno come referente un soggetto neutro: il cittadino tutto disegnato sull’identità maschile. Poi al suo interno ci hanno cacciato dentro anche le donne, ma tutta la legislazione e l’organizzazione della società sono state basate su quello. Tanto che a un certo punto sono nate le “quote rosa” per fare capire che le donne potevano essere magistrate e non erano stupide. Ma ora l’imbroglio è ancora più chiaro. Negli ultimi decenni le donne manager sono molto aumentate, ma un recente studio evidenzia come i manager uomini che hanno figli sono il 95 per cento, le donne il 30. Il che significa che per fare le manager hanno dovuto rinunciare a fare figli. Ovvio che ogni donna deve essere libera di fare o meno figli, ma deve potere svolgere un lavoro che è compatibile con la possibilità di farli. Invece, l’imbroglio è che la nostra società non è organizzata in modo da permettere loro di fare entrambe le cose. E poi la questione dei femminicidi...».
Purtroppo sempre in aumento.
«I femminicidi sono la dimostrazione che gli uomini, poveretti, non reggono alla rivoluzione delle donne. Ammazzano le donne, non quelle deboli, ma quelle che si ribellano. C’è un problema di curare gli uomini, dobbiamo occuparci di questi poveracci che non capiscono o non accettano la rivoluzione».
La sua storia è agli antipodi di quella di Giorgia Meloni: la premier può essere definita una femminista?
«Con le leggi che fa? Con quello che dice? Lei stessa si vanta di essere conservatrice. Ma cosa vuole conservare di questa società così ingiusta anche nei confronti della condizione della donna?».
Un consiglio alle donne di oggi e soprattutto a quelle di domani.
«Andare avanti con la rivoluzione, non farsi intimidire, sentirsi vincenti in una rivoluzione difficile. Come diceva Lenin: “non c’è rivoluzione senza spargimento di sangue”. In questo momento la rivoluzione conosce anche il sangue, ma bisogna trovare coraggio e andare avanti».
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