La storia del lupo Mirco, abbattuto in Tirolo: monitorato da un team dell'Università di Sassari, è stato ucciso per errore
Cresce la polemica: l’esemplare insieme al suo branco era seguito dal zoologo Marco Apollonio ed era al centro di uno studio sulla dispersione
Sassari Un lupo radiocollarato, monitorato da mesi da un'équipe di ricercatori, seguito nei suoi spostamenti per raccogliere dati preziosi sulla colonizzazione delle Alpi e sulla convivenza tra uomo e grandi carnivori. Poi un colpo di fucile e tutto finisce. La storia di Mirco, il giovane lupo abbattuto nei giorni scorsi in Tirolo, è diventata il simbolo di un conflitto sempre più evidente non solo tra uomo e animale, ma tra ricerca scientifica e gestione politico-amministrativa della fauna selvatica. Da una parte il lavoro di studiosi che investono anni, risorse e competenze per comprendere il comportamento della specie anche per migliorare il rapporto con le comunità; dall'altra le scelte adottate senza confronto dalle amministrazioni chiamate a gestire la presenza del lupo sul territorio.
Il lupo Mirco e la ricerca scientifica
A seguire da mesi le fasi di sviluppo e crescita, fino al distacco dal branco di Mirko, vi era il gruppo di ricerca guidato dal professor Marco Apollonio, zoologo del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Sassari, impegnato dal 2022 in una collaborazione con il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, convenzione recentemente rinnovata fino al 2029: ad affiancarlo un nucleo operativo di cattura e monitoraggio composto da quattro specialisti, oltre a dottorandi, ricercatori e docenti dell'Università di Sassari impegnati nello studio della genetica, dell'ecologia e del comportamento dei grandi mammiferi. Partito dalle Dolomiti Bellunesi, transitato nel Tirolo orientale, sceso verso il Trentino e poi nuovamente diretto in Austria: questo è stato il lungo viaggio di Mirco, esemplare di circa due anni monitorato grazie a un radiocollare satellitare nell'ambito dell’innovativo progetto scientifico condotto da UNISS. Il progetto ha consentito di catturare dieci lupi all'interno dell'area protetta, otto dei quali dotati di radiocollare. Gli animali, vengono catturati con sistemi sicuri, sedati per il tempo necessario alle operazioni scientifiche e successivamente rilasciati nello stesso punto del prelievo. Durante questa fase vengono raccolti dati biometrici e genetici utili a ricostruire le relazioni familiari tra gli individui e a studiare la popolazione alpina. Grazie ai radiocollari i ricercatori ricevono una localizzazione ogni mezz'ora durante la notte e ogni due ore durante il giorno, un flusso di dati che consente di ricostruire gli spostamenti e studiare il comportamento alimentare dei branchi. Un lavoro enorme e complesso: «La cosa interessante - spiega Apollonio - è che quando si lavora su un individuo di cui si conosce la storia si può seguire l'intero percorso della sua vita. Mirco apparteneva a un branco presente nel parco e insieme a lui abbiamo catturato anche il padre, il maschio riproduttivo. Abbiamo osservato quando ha lasciato il gruppo, quanto lontano è arrivato e avremmo voluto seguirlo fino alla creazione di un nuovo branco».
Il monitoraggio
Come tutti i lupi adulti monitorati nel progetto, Mirco pesava tra i 35 e i 40 chilogrammi. Dal punto di vista genetico apparteneva alla popolazione delle Alpi orientali, dove negli ultimi decenni si sono mescolati i lupi provenienti dalla popolazione italiana e quelli arrivati dall'area balcanica. Mirko era entrato nella fase della dispersione, durante la quale i giovani lasciano il branco d'origine per cercare un territorio libero e una compagna con cui fondarne uno nuovo. Dietro numeri, coordinate satellitari e analisi genetiche c'è ovviamente anche una componente umana. Monitorare un animale per mesi o addirittura anni crea inevitabilmente un coinvolgimento emotivo e i ricercatori ammettono che con gli esemplari seguiti più a lungo si sviluppa un legame profondo.
L’abbattimento di Mirco
Questa perdita è particolarmente difficile da accettare anche perché interrompe un lavoro scientifico importantissimo. Nelle ultime ore il caso sta facendo discutere: il lupo abbattuto, inoltre, non sarebbe nemmeno l'esemplare a cui faceva riferimento l'ordinanza emanata dalle autorità tirolesi il 2 giugno, provvedimento adottato in seguito ad alcuni avvistamenti di un lupo nei pressi di abitazioni del comune di Schlitters, nella valle dello Zillertal. Mirco non sarebbe dovuto morire. Questa specie crea quindi una profonda polarizzazione di pensiero e la ricerca punta a fornire dati oggettivi proprio per migliorare la convivenza tra uomo e grandi carnivori. I risultati raccolti fino ad ora confluiranno in una rete di studi nazionali per costruire un quadro sempre più preciso della biologia del lupo in Italia. «Si parla di lupi da decenni, ma con pochi dati oggettivi», osserva il professore. La sfida è superare stereotipi e opinioni per comprendere davvero come vivono i lupi italiani e individuare gli strumenti più efficaci per la convivenza con le comunità. «Vorremmo contribuire a una migliore conoscenza della specie e fornire indicazioni basate sui fatti e non sulle impressioni». Una convivenza che dipende anche dall'uomo: evitare di rendere i centri abitati attrattivi per la fauna selvatica, attraverso una corretta gestione dei rifiuti e delle risorse alimentari, è uno degli elementi chiave per ridurre i conflitti. Perché, conclude Apollonio, il lupo «non è né buono né cattivo»: è un grande carnivoro che deve trovare il proprio spazio in ecosistemi sempre più condivisi con l'uomo.
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