Salari italiani bloccati da mezzo secolo: la svolta nel 1979, poi il peggioramento negli anni Novanta
Un’analisi contenuta nel Rapporto annuale dell’Inps ricostruisce cinquant’anni di retribuzioni nel settore privato
Roma Il problema dei salari bassi in Italia non nasce con le crisi degli ultimi anni, ma affonda le radici nei primi Anni Ottanta. A dimostrarlo è un approfondimento pubblicato nell’ultimo Rapporto annuale dell’Inps, dedicato all’evoluzione delle retribuzioni nel settore privato nell’arco di mezzo secolo.
Come riferisce il Corriere della Sera, lo studio è stato realizzato da Maria De Paola, dell’Università della Calabria, e Fabiano Schivardi, della Luiss. I due economisti hanno analizzato gli archivi dell’Inps relativi ai lavoratori dipendenti privati, escluso il settore agricolo, nel periodo compreso tra il 1975 e il 2024, concentrandosi sui salari reali, cioè depurati dall’effetto dell’inflazione.
Dai dati emerge un rallentamento iniziato già all’inizio degli anni Ottanta. Tra il 1976 e il 1979 le retribuzioni reali crescevano in media di circa il 3 per cento. Il ritmo si è poi progressivamente ridotto, fino ad avvicinarsi allo zero tra il 1996 e il 2000. Negli anni successivi le variazioni hanno continuato a oscillare intorno alla stagnazione.
Il dato peggiore riguarda il quinquennio 2020-2024, quando i salari reali sono diminuiti in media dello 0,6 per cento. Una flessione legata in larga parte all’impennata dell’inflazione registrata nel 2022 e nel 2023. Secondo gli studiosi, tuttavia, la perdita di potere d’acquisto più recente si inserisce in un processo strutturale molto più lungo.
Nella prima fase, durante gli Anni Ottanta, il rallentamento sarebbe stato determinato soprattutto dalla minore crescita delle retribuzioni all’interno delle imprese già presenti sul mercato. Dagli Anni Novanta hanno invece pesato sia le caratteristiche delle aziende sia quelle dei lavoratori.
Il sistema produttivo italiano non ha favorito un significativo trasferimento degli occupati verso le imprese che pagano salari più elevati. A frenare la mobilità contribuiscono anche gli ostacoli agli spostamenti territoriali. Allo stesso tempo, le aziende più produttive e capaci di garantire retribuzioni migliori non si sono espanse abbastanza, mentre quelle con salari bassi non sono state sostituite da realtà più efficienti.
Le nuove imprese entrate nel mercato del lavoro hanno inoltre offerto, in media, retribuzioni inferiori a quelle già esistenti. Una tendenza diventata più marcata dal 2004 e collegata alla crescita di attività nei comparti a bassa produttività e con ridotto valore aggiunto, come alcuni servizi caratterizzati da un limitato contenuto tecnologico.
Il nodo centrale resta infatti la produttività, alla quale storicamente è legata la crescita delle retribuzioni. In Italia è rimasta sostanzialmente ferma, impedendo alle imprese di sostenere aumenti salariali duraturi.
Dal lato dei lavoratori, lo studio evidenzia invece gli effetti della diffusione dei contratti atipici e delle difficoltà incontrate dai giovani nell’accesso a impieghi di qualità. A partire dai primi Anni Novanta, chi è entrato nel mercato del lavoro ha ricevuto salari sistematicamente più bassi rispetto a chi era già occupato.
Una dinamica ancora più significativa perché le nuove generazioni sono mediamente più istruite e, in teoria, avrebbero dovuto beneficiare di retribuzioni maggiori. Le riforme del mercato del lavoro hanno però concentrato la flessibilità soprattutto sui nuovi assunti, lasciando sostanzialmente invariate le tutele di chi aveva già un posto.
Il risultato è stato un aumento delle carriere discontinue, con minori possibilità di accumulare competenze ed esperienza e, di conseguenza, di ottenere aumenti salariali. La ridotta protezione contrattuale ha inoltre indebolito il potere negoziale dei nuovi entranti, rendendo più difficile trasformare una maggiore qualificazione in una retribuzione adeguata.
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