La Nuova Sardegna

Il duplice omicidio

Gli esperti tedeschi setacciano la casa di madre e figlia morte avvelenate: caccia alle tracce di ricina

Gli esperti tedeschi setacciano la casa di madre e figlia morte avvelenate: caccia alle tracce di ricina

La morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita: sotto esame ogni angolo dell’abitazione per rilevare la potente tossina

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Pietracatella Caccia alle tracce del veleno letale nella "palazzina celeste" di via Risorgimento. È iniziato a Pietracatella un delicato e inedito sopralluogo per fare luce sulla morte di Antonella Di Ielsi (50 anni) e della figlia Sara Di Vita (16), avvelenate con la ricina nei giorni precedenti il Natale dello scorso anno.

Il sopralluogo

Rotti i sigilli all'ingresso della casa, in campo sono scesi i massimi esperti europei in materia: gli specialisti del Robert Koch Institute (Rki) di Berlino e della Polizia federale tedesca (Bka), affiancati dalla Squadra Mobile di Campobasso e dalla Scientifica di Roma. L'obiettivo è setacciare con apparecchiature hi-tech ogni angolo dell'abitazione – dai mobili agli abiti, fino ai sifoni – alla ricerca della potente tossina, in grado di lasciare tracce anche a mesi di distanza. «L'attività congiunta non darà risultati immediati, i tamponi andranno processati in Germania", ha precisato la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, presente sul posto. Il pool tedesco, composto tra gli altri dai dottori Christian Herzog e Silvia Worbs, affianca il Centro antiveleni di Pavia. I laboratori di Berlino stanno già analizzando i campioni biologici prelevati in sede di autopsia, i prelievi del sangue fatti a inizio luglio sul marito della vittima, Gianni Di Vita, e sulla figlia maggiore Alice, oltre agli alimenti sequestrati a fine dicembre in casa. Alle operazioni di rilievo assiste direttamente solo un consulente della difesa del marito.

L'inchiesta per duplice omicidio e le presunte bugie

Sul fronte investigativo, la Procura di Larino procede contro ignoti per duplice omicidio aggravato dalla premeditazione e dall'uso di mezzo venefico. Le indagini hanno subìto un'accelerazione con nuovi interrogatori condotti personalmente dalla procuratrice Antonelli, che ha ascoltato il marito Gianni, un'insegnante e un'amica di famiglia. Quest'ultima risulta attualmente indagata per favoreggiamento: secondo l'accusa avrebbe mentito negando l'esistenza di tensioni coniugali tra Antonella e Gianni. Una versione smentita però dalle chat WhatsApp scambiate tra i due coniugi e finite agli atti.

Scagionati i medici: «Nessuna cura le avrebbe salvate»

Una prima, drammatica certezza arriva invece dal fronte clinico. La perizia autoptica depositata a giugno tende a scagionare i cinque medici dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, finiti sotto indagine per omicidio colposo. Secondo i periti, nessuna terapia avrebbe potuto salvare madre e figlia: la quantità di ricina ingerita era troppo elevata, l'evoluzione clinica fulminea e non esiste ad oggi alcun antidoto specifico per questa tossina inodore, incolore e insapore. Il veleno sarebbe stato assunto per via orale, presumibilmente tra il 23 e il 24 dicembre, innescando i primi sintomi già la mattina di Natale prima del tracollo fatale nei giorni successivi.

I grandi interrogativi

Resta l'ombra del mistero sulle dinamiche esatte dell'avvelenamento. Il veleno era destinato solo a Sara e Antonella o all'intera famiglia? Gianni Di Vita, il padre, è risultato inizialmente negativo ai test, ma la tossina tende a degradarsi nel tempo; l'uomo ha sempre sostenuto di essersi sentito male a sua volta in quei giorni. L’altro interrogativo riguarda la figlia maggiore, Alice, che si è salvata solo per una casualità, trovandosi fuori a cena in un pub con gli amici la sera del 23 dicembre.

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