Roberto Saviano: «La Sardegna, l’isola più bella del mondo, è divorata da mafie, narcotraffico e riciclaggio» – Intervista esclusiva
Lo scrittore e giornalista dopo gli arresti della banda dei caveau: «Quella è una filiera criminale». Le infiltrazioni ad Alghero, i 41bis nelle carceri: «Il ministro ignora l’allarme della Procura»
Sassari C’è una banda che vuole rapinare un furgone pieno d’oro, per poi rifonderlo, ricalibrarlo e reimmetterlo sul mercato. Non è più un singolo agguato, è una filiera. Da questa riflessione parte l’analisi di Roberto Saviano sull’operazione che sabato scorso ha portato all’arresto di dieci persone, (mentre un undicesimo indagato risulta ancora irreperibile) accusate di preparare l’assalto a portavalori e caveau carichi d’oro a San Gavino. Lo scrittore e giornalista legge l’inchiesta come il segnale di un crimine sempre più organizzato, capace di unire competenze, relazioni con le mafie tradizionali e mercati che vanno ben oltre i confini dell’isola.
Saviano, questo nuovo “banditismo sardo” quanto assomiglia, nella struttura, alle organizzazioni mafiose, e quanto invece resta un fenomeno criminale a sé legato alla specificità sarda?
«La somiglianza strutturale è impressionante. Ripartizione stabile di funzioni: chi fa i sopralluoghi, chi pedina il blindato, chi custodisce i mezzi rubati, chi fa la vedetta, chi entra nel “gruppo di fuoco”».
E nell’ultima inchiesta?
«C’è la fonte interna, ci sono le basi logistiche, un ovile a San Gavino, un capannone a Isili, un fabbricato a Busachi con i mezzi sotto le balle di foraggio, e c’è una sicurezza operativa che nulla ha da invidiare ai clan: telefoni dedicati, Signal, schede intestate a stranieri inesistenti, riunioni senza telefoni. Il 18 maggio a Fonni gli investigatori registrano il silenzio: sanno che la riunione c’è stata solo perché Carta è sceso da Olbia e Sulis è salito da Villanovatulo. È disciplina appresa».
Lei dice “nulla da invidiare ai clan”, è una frase che mette paura.
«La parola chiave però è un’altra: struttura “modulare”, con “una certa fungibilità di taluni componenti”. È l’esatto contrario del modello mafioso. Nella mafia sei un uomo d’onore, sei per sempre, il tuo posto non è intercambiabile. Qui il ruolo è una funzione, e la funzione può essere ricoperta da un altro. Il gruppo si aggrega per moduli territoriali, e non c’è un capo che chiude: prevale una tesi. Nella camorra quella conversazione non esiste, perché la decisione non si negozia».
Possiamo quindi dire che siamo davanti a una evoluzione da “specialisti della rapina” verso strutture criminali più complesse?
«Il 15 maggio, a casa di Montanari, Bassu fa la domanda decisiva: “Dopo che si prendono i lingotti d’oro, bisogna rifarli, no?”. Montanari spiega che i lingotti sono timbrati, che vanno ricolati. Carta propone la soluzione del rapinatore: limare il numero con lo smeriglio. Montanari lo blocca l’aveva già fatto, limando aveva perso venti grammi. Poi si offre: “la formina da un chilo ce l’ho, io ve lo posso dare il forno”. Dunque?
«Ecco il salto. Una banda che rapina è una banda. Una banda che rapina, rifonde, ricalibra in tagli da un chilo e reimmette è una filiera. Ha un a monte e un a valle. E una filiera ha bisogno di acquirenti, di canali, di continuità. Ha bisogno di durare. Il segnale ulteriore è nella scelta del basista. Non un portiere, non un autista: un operaio specializzato addetto al reparto fonderia. Uno che sa quanto oro c’è nel caveau, quale furgone porta l’oro e quale l’argento, quando c’è la colata - e che sa rifondere. Hanno reclutato l’uomo che serve a entrambe le estremità della filiera. È pensiero imprenditoriale, non pensiero da agguato».
Possiamo quindi dire, definitivamente, che quel concetto romantico del banditismo non esiste più?
«Quello che è finito non è il carattere dei sardi è il mondo che teneva insieme quel modello. L’economia pastorale è sparita e il sequestro con lei. Ma la tecnica è sopravvissuta al suo mondo sono rimasti gli uomini che sanno bloccare una statale, incendiare una fila di auto, aprire un blindato con una carica. Balentia senza il codice che le dava senso. E una tecnica orfana si vende sul mercato».
Ed è qui che è entrata in gioco la cocaina come anello essenziale dell’economia del “nuovo banditismo”.
«Il vero motore, appunto, non è antropologico è merceologico. Una pecora non è fungibile, la cocaina sì. Quando l’oggetto del reato diventa un bene con un prezzo globale, contante, cocaina, oro, la periferia smette di essere periferia. Un ostaggio vale solo per la sua famiglia, e solo lì: devi tenerlo nascosto in un territorio che tace, per mesi. Un lingotto vale uguale a Fonni e a Rotterdam, e lo porti via in una busta. Il sequestro non è finito perché lo Stato ha vinto: è finito perché è il bene meno vendibile che esista. Il sequestro era un reato che aveva bisogno della Sardegna delle montagne, del silenzio, dei fiancheggiatori, del tempo. L’oro no. Quando il bottino ha smesso di aver bisogno del territorio, il territorio ha smesso di essere isolato».
In molte inchieste della Dda diversi indagati risultano incensurati nonostante il coinvolgimento in piani molto complessi, cosa ci dice questo sulle modalità di reclutamento delle bande?
«Cosa ci dice? Che in quei territori il reclutamento non passa per una carriera criminale: passa per una geografia e per una parentela. Nella mappa dell’ordinanza non trova una cosca, trova un vicinato allargato: Mulvoni è lo zio di Antonio Luigi, un altro indagato (che non ha ricevuto la misura cautelare in carcere, ndr) è parente di Riccardo e l’auto che fa da staffetta è intestata a sua moglie, Carta scende da Olbia ma è nato a Sorgono. Il capitale sociale della banda non è il casellario, è la fiducia. E la fiducia in una comunità di duemila abitanti non si costruisce delinquendo, si costruisce nascendo. Poi due figure. Riccardo Sulis, ventisette anni, incensurato: è il ricambio generazionale, la smentita all’idea che siano bande residuali destinate a estinguersi con i loro vecchi. Non si estinguono, reclutano. E Montanari, cinquantaquattro anni, operaio specializzato con un lavoro stabile, incensurato, il cervello tecnico: senza di lui, scrive il giudice, il colpo non sarebbe stato pensabile. Nelle intercettazioni non è un uomo trascinato, è un uomo che ha fretta, che teme di essere trasferito e perdere l’occasione, che si dispiace di restare fuori, “è che ci lavoro, sennò sarei entrato io”, e che vuole sentire il botto, forte».
Dunque qual è il punto?
«Questo è il punto, ed è politico. Noi misuriamo la salute di un territorio con la fedina penale, e il crimine si organizza esattamente dove la fedina penale non misura niente: dove l’economia legale offre poco e il rischio è ancora socialmente spendibile, la soglia d’ingresso non è la devianza, è l’opportunità».
Qual è la capacità dei sardi di fare rete con le mafie?
«C’è un secondo riferimento in nota, molto più eloquente, che non ho visto citare da nessuno. Gli stessi furgoni della Battistolli erano già stati assaltati il 29 marzo 2025 sulla statale Aurelia, a San Vincenzo, con un bottino di quattro milioni, e tra i responsabili accertati c’erano soggetti di origine sarda. Quella nota è la risposta alla sua domanda: la direzione prevalente è in uscita. La rete non funziona perché qualcuno entra in Sardegna a comandare, funziona perché la Sardegna esporta una competenza rara, il commando capace di paralizzare un’arteria stradale e aprire un blindato. In Italia ce l’hanno in pochi: i sardi, i pugliesi del Foggiano e del basso Salento, alcuni gruppi campani. Sull’Aurelia i sardi non erano ospiti, erano manodopera specializzata».
Quindi dall’isola esce “manodopera specializzata” in rapine, ed entra?
«Il flusso inverso riguarda il denaro e la droga: il bottino torna e per reimpiegarlo in cocaina servono intermediari con accesso ai canali, gli albanesi o le mafie storiche. È il modello descritto da Patronaggio dopo “Polo Ovest”. Quindi la capacità di fare rete c’è ed è alta, ma è una rete di scambio tra pari specializzati, non di subordinazione. Ed è questo che la rende illeggibile con le categorie dell’antimafia classica: non cerchi un vertice, perché non c’è. Cerchi un mercato».
Ha citato la mafia albanese, quanto è preoccupante questo fenomeno?
«È il fenomeno più sottovalutato d’Europa, e in Sardegna trova una compatibilità quasi perfetta. Le mafie albanesi, al plurale, perché sono reti familiari che si federano sui traffici, non controllano territori: controllano rotte. In una generazione sono diventate l’anello che tratta direttamente con i produttori sudamericani, e non chiedono affiliazione né pizzo, chiedono affidabilità e pagamenti puntuali. Capisce perché funziona in Sardegna? L’ostacolo storico all’insediamento mafioso è sempre stato il rifiuto della subordinazione: una banda barbaricina non si mette sotto un boss campano. Ma per comprare cocaina da un albanese non deve mettersi sotto nessuno, deve solo pagare. Hanno trovato l’unica forma di rapporto che i sardi accettano, quella commerciale. L’operazione “Termine” lo conferma due associazioni radicate nell’isola e collegate ad ambienti albanesi in Toscana e Veneto».
Sul fronte delle infiltrazioni mafiose invece, che ruolo gioca l’immenso giro turistico?
«Il turismo stagionale è l’ecosistema ideale del riciclaggio per ragioni strutturali: è cash-intensive, la stagionalità rende i bilanci illeggibili, il valore reale delle attività non lo sa stabilire nessuno. Un bar comprato al doppio del suo valore, in un mercato normale, è un errore. Ad Alghero a luglio è entusiasmo. Il sovrapprezzo, che è la firma classica del riciclaggio, lì diventa invisibile perché somiglia a fiducia nel mercato».
Alghero sembra uno degli epicentri del riciclaggio, lo dicono diverse inchieste, dove dobbiamo guardare per leggere il fenomeno in città?
«Il fattore che nessuno vuole nominare: le carceri. Alghero è a venti minuti da Sassari, e la Sardegna ospita da decenni detenuti mafiosi di rango. Lo ha dimostrato “Platinum-Dia”: esponenti della ’ndrina Boviciani di San Luca che facevano di Alghero la base logistica dei futuri traffici, con relazioni “maturate durante la permanenza carceraria”. Il carcere non isola le reti, le ricombina. Secondo, l’assenza di una borghesia imprenditoriale abbastanza forte da dire di no: chi resiste subisce ritorsioni, e ad Alghero ci sono stati incendi. Terzo, le concessioni balneari rimesse a gara: lì bisogna guardare adesso, non dopo».
A proposito di carceri, qualche giorno fa Nordio ha inaugurato, in gran silenzio, il nuovo padiglione destinato ai 41bis a Uta. Il Guardasigilli minimizza il problema sicurezza nonostante l’allarme lanciato dal procuratore generale, che rischio corre l’isola con l’arrivo dei boss?
«Con Kairos (il piano per l’arrivo dei detenuti in regime di carcere duro nell’isola, ndr) la Sardegna arriverebbe a 250-266 posti tra Sassari, Uta e Nuoro: la regione con più detenuti al regime speciale d'Italia. Perché è un rischio? Perché il 41-bis isola, ma i circuiti che ruotano attorno a un polo del genere producono relazioni. Platinum-Dia lo ha accertato: una 'ndrina si è insediata ad Alghero grazie a rapporti maturati in carcere. Se concentri lì la più alta densità di capitale relazionale mafioso d'Italia, quel capitale cerca il suolo. E lo fai a organici scoperti, a Uta 314 agenti su 394: un regime duro con personale insufficiente non è più duro, è più poroso. Il punto è che la Sardegna non è più il retroterra tranquillo dove parcheggiare i detenuti perché tanto lì non c'è niente: ha bande paramilitari, narcotraffico su rotte albanesi, riciclaggio nel turismo. Patronaggio lo ha detto, quella scelta avrà ricadute sul territorio. E quando il procuratore generale ti avverte e tu rispondi che è allarmismo, non stai smentendo un avversario politico. Stai archiviando un atto di ufficio».
Torniamo a parlare un attimo di sequestri. Antonello Zappadu in una intervista alla Nuova di qualche mese fa ha dichiarato che Attilio Cubeddu sarebbe stato ucciso dai Servizi, lei che pensa?
«Zappadu è un testimone straordinario di mezzo secolo di storia sarda, la sua è una denuncia gravissima, lo Stato avrebbe ucciso Cubeddu perché di fatto pronto a svelare che tra Stato e Anonima, in quegli anni, esisteva un canale: che i sequestri si chiudevano trattando, e che chi trattava mediatori, informatori, uomini in divisa aveva un interesse economico e di carriera dentro quel meccanismo. Il Ministro degli interni deve dare una risposta».
In chiusura, qualche mese fa è finito al centro della polemica dopo le sue frasi sulla criminalità sarda, come prese quel polverone?
«Niente fa più male alla Sardegna della retorica dell'isola più bella del mondo, del “nessuno può permettersi di parlare”. Non è amore, è un sotterfugio: chi agita questa finta difesa copre insieme gli orrori che l'isola subisce e la propria incapacità di affrontarli. Io avevo fatto un'analisi del crimine in Sardegna. Un'analisi. Cosa c'entra la diffamazione? Chiamare “offesa” una descrizione è la forma più antica di omertà, solo vestita da orgoglio. E dissi esattamente questo: che la Sardegna produce criminali, non mafia».
Secondo lei noi sardi abbiamo difficoltà ad accettare che anche nell’isola la criminalità organizzata esiste?
«Il problema della Sardegna non è chi la racconta da fuori. È chi, da dentro, copre: perché l'isola più bella del mondo è mangiata dal riciclaggio, dalle mafie, dal narcotraffico, dalle bande, dalla corruzione e dall'assenza di un'imprenditoria con una visione. E finché si discute di chi lo dice, non si discuterà mai di chi l'ha permesso».
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