La Nuova Sardegna

L’intervista

Pietro Soddu, 97 anni, tra passato e futuro: «L’autonomia era ed è inadeguata. La Sardegna deve avere più voce in Europa»

di Alessandro Pirina
Pietro Soddu, 97 anni, tra passato e futuro: «L’autonomia era ed è inadeguata. La Sardegna deve avere più voce in Europa»

Il decano della politica isolana, sette volte presidente della Regione: «Sono di sinistra ma non comunista. Cossiga stalinista, io ero più aperto al confronto»

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Ha una carriera politica che, in Sardegna e non solo, pochi possono vantare. Sette volte presidente della Regione, cinque legislature a Cagliari, undici anni in Parlamento, presidente della Provincia di Sassari. Eppure lo sguardo di Pietro Soddu, che un mese fa ha compiuto 97 anni, non è rivolto al glorioso passato, ma all’incerto futuro, alla Sardegna che sarà. Il decano della politica isolana quasi sorvola sui suoi rapporti con i grandi protagonisti del potere e sulla Sassari di un tempo. Preferisce, tra una citazione di Maria Giacobbe e una di Byung-Chul Han, riflettere sul destino dell’ormai ottuagenaria e malridotta autonomia sarda e sul rapporto con un’Europa che sembra sempre più un’unione di uffici che di popoli.

Presidente Soddu, guardando oggi al ragazzo che iniziò a fare politica a Benetutti negli anni Cinquanta, cosa rivede?

«Mi ci avevano trascinato. Sono venuti a cercarmi perché cercavano un giovane capace di organizzare. All’epoca mi occupavo della squadra di calcio, dei circoli ricreativi, delle gite in campagna. La politica interessava a poca gente: soprattutto artigiani e commercianti. Pastori e agricoltori, invece, se ne occupavano poco».

Con i “Giovani turchi” della Democrazia Cristiana rappresentaste una vera rottura con la vecchia classe dirigente.

«Era un grande periodo di cambiamenti. Per certi versi, come quello che stiamo vivendo oggi. La Dc era quella di Segni, Mannironi, Maxia. Loro sbagliarono i calcoli, si sentivano al sicuro, e invece vincemmo il congresso».

Uno dei leader dei “Giovani turchi” era Francesco Cossiga: c’erano molte discussioni?

«Era un amico, e proprio per questo gli rimproveravo i suoi difetti. Con gli amici si è più severi, da loro si pretende di più. A lui piaceva il contrasto. Avevamo fatto una sessione del nostro gruppo e discutevamo tantissimo. Io sostenevo che i Giovani turchi dovessero articolarsi al loro interno: non potevamo gestire il gruppo in modo totalitario, come se una minoranza non esistesse. Eravamo un gruppo composito, con sensibilità diverse. Lui, invece, era molto legato alla forma. È sempre stato affezionato alle bandiere, alle divise, ai militari. Aveva poco contatto con il popolo. Il padre era un dirigente bancario, massone dichiarato, di temperamento sardista. La madre apparteneva ai Zanfarino, una famiglia impegnata in politica da molti anni».

Quella era una Sassari in cui si faceva politica di qualità.

«L’unico che si occupava davvero dei problemi era Antonio Segni, un uomo molto concreto. Ogni settimana tornava da Roma e affrontava le questioni agricole. Ci interrogava, voleva sapere quali fossero le priorità. Molte opere di Sassari si devono a lui: l’ospedale, la facoltà di Agraria, la diga del Liscia. Durante una campagna elettorale nel Goceano mi disse che bisognava costruire una strada in pianura, eliminando tutti quei tornanti. La strada che oggi attraversa la valle del Tirso nasce da quella sua intuizione. Me ne occupai io, ma l’idea era stata sua».

Lei ha attraversato tutte le grandi stagioni dell’autonomia speciale. Qual è stata, a suo giudizio, la migliore e quale l’occasione perduta?

«Abbiamo perso la Rinascita, che era l’occasione fondamentale per il nostro sviluppo. O meglio, non l’abbiamo persa: non ci hanno messo nelle condizioni di realizzarla e noi ci siamo divisi. Più o meno il clima era lo stesso di oggi. Anche ora siamo paralizzati e nell’opinione pubblica c’è molto fermento. Allora l’attesa era enorme, la partecipazione alle iniziative grandissima. Ma come Regione non eravamo all’altezza della situazione e non avevamo né i mezzi né i poteri giuridici necessari. In questo senso l’autonomia era inadeguata, proprio come lo è oggi».

La stagione della Rinascita e dell’industrializzazione ha lasciato luci e ombre. Col senno di poi, la Sardegna imboccò la strada giusta o avrebbe dovuto scegliere un modello diverso?

«L’aspetto positivo fu la volontà di superare il vittimismo fine a se stesso: bisognava cambiare la società. Allora Antonio Pigliaru, che era il principale punto di riferimento culturale, coniò lo slogan “cosmopolitismo di maniera e regionalismo chiuso”. Ancora oggi viviamo nella convinzione di essere al centro del mondo e, allo stesso tempo, aperti a tutte le trasformazioni. Ma non è così. Basta leggere i nomi delle liste alle comunali: “Prima io”, “Prima noi”. Sono tutte liste costruite attorno ai leader del momento. Come si può realizzare una riforma seria senza riferimenti a valori e principi fondamentali? In cosa crediamo? Nella democrazia partecipativa, nel liberalismo democratico, nella giustizia sociale, nell’uguaglianza? Su quali basi vogliamo costruire questa riforma? Purtroppo questa è anche la situazione dell’Europa».

Non le piace l’Europa di oggi?

«Noi dovremmo entrare nei luoghi in cui si prendono le decisioni più importanti. Invece oggi l’Europa è governata da blocchi che non coincidono con i vecchi nazionalismi, ma che al loro interno hanno assorbito i nuovi nazionalismi emergenti. In Italia esiste un movimento separatista non dichiarato: diciamoci la verità, Nord e Sud non sono la stessa cosa. Allora dobbiamo chiederci: perché stare in Europa? Oggi il mondo si sta riorganizzando in blocchi: gli Stati Uniti sono in declino, la Russia pure ma continua a essere presente, il mondo arabo è in ascesa. L’Europa dovrebbe essere lo strumento per affrontare questo nuovo scenario, ma in che modo? Ci presentiamo sullo stesso piano degli altri o andiamo soltanto a difendere gli interessi della solidarietà, cioè gli aiuti? Si dice che l’Europa sia l’unica che può aiutarci a crescere, ma è vero solo in parte, perché le decisioni, l’organizzazione dello sviluppo e il regime fiscale vengono stabiliti altrove».

E dunque cosa dovremmo fare?

«C’è un libro del filosofo Michael Walzer che racconta la Convenzione di Filadelfia. Sostiene che le assemblee chiamate a decidere come governare partono da posizioni diverse, ma condividono la volontà di partecipare e negoziare. Noi dobbiamo contrattare tutto, restando però all’interno dei principi in cui crediamo. La riforma deve andare nella direzione del sentimento nazionale sardo, del riconoscimento di questo sentimento e dei poteri che spettano al popolo sardo, senza rinunciare alle conquiste civili ottenute».

Il rafforzamento del sentimento nazionale è utile alla Sardegna?

«Abbiamo tanti problemi: dall’insularità ai trasporti, dal costo della vita fino a quelli che esistono ovunque, come la scuola e i servizi alla persona. Al di là del fatto che la Sardegna sia una nazione oppure no, bisogna capire se a questi problemi debba rispondere lo Stato oppure il potere regionale. Il Consiglio regionale deve prendere atto che esiste una componente nazionalista reale della società sarda, non inventata, che ha fatto dell’indipendentismo la risposta alla questione sarda, riproponendo un po’ il vecchio schema dell’amico e del nemico. Oggi dobbiamo evitare di cadere nella trappola di un nuovo nazionalismo travestito da patriottismo, ribadendo però il diritto al rispetto della nostra cultura nelle scelte fondamentali. Faccio mio lo slogan usato dal Papa per la Palestina: “Un popolo, uno Stato”. Ma un popolo può esistere con tutte le sue caratteristiche solo all’interno di un’organizzazione istituzionale che ne rispetti la sovranità e i valori».

Qual è stata la figura di riferimento nella sua formazione politica?

«Appartengo alla generazione cresciuta con i miti della Resistenza: siamo nati tutti antifascisti. A casa non avevo molto da leggere: il Melzi, la Nuova Sardegna, la Domenica del Corriere e qualche libro di uno zio che aveva studiato ingegneria a Torino e che, contro le aspettative della famiglia, decise di farsi prete. Sono cresciuto con l’idea che, in qualche modo, non avesse restituito alla famiglia i sacrifici fatti per farlo studiare. Questo ha inciso sulla mia educazione politica forse più della stessa Resistenza. Mi ha trasmesso un senso di giustizia naturale, primitivo, forse anche rozzo e ingiusto. Mio padre portò me e mio fratello ragazzini a lavorare con lui in campagna. Ho imparato le cose della vita per necessità. Non avevamo nulla. Il mio ideale era il riscatto del mio paese, ma anche delle condizioni sociali. A partire dalla politica per la casa. Quando fui eletto sindaco di Benetutti avevamo un terreno comunale: nel giro di poche settimane lo mettemmo in vendita, fu acquistato interamente e mezzo paese poté trasferirsi lì. Facevo politica anche attraverso esperienze sociali: ero nell’Azione cattolica, segretario della Dc, ma anche organizzatore della società sportiva laica del paese, che aveva un circolo contrapposto a quello cattolico. ..».

Ma lei è di sinistra?

«Di sinistra, ma non comunista. Nei Giovani turchi convivevano due tendenze: una più stalinista e una meno. A Cossiga piaceva la tradizione comunista dell’organizzazione, era favorevole a una struttura quasi poliziesca. Io, invece, sono sempre stato per il confronto. Non ho mai condiviso il monopolio del potere».

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