Asinara terra di cowboy e caprai: «Catturiamo cavalli selvaggi e caprette per tutelare l’ecosistema» – Il reportage
Simone Rosa e Daniele Denurra si occupano del contenimento numerico degli equidi
Inviato all’Asinara C’è un piccolo pezzo di Far West ai confini del continente Sardegna. È l’isola dell’Asinara: il punto più a Nord, ma sembra il Sud estremo del mondo. Una frontiera dove l’uomo è sempre un ospite, fra rovine che raccontano il dolore di chi combatté la prima guerra mondiale dalla parte sbagliata, vecchie carceri che diventano ricoveri per caprai e cowboy motorizzati che inseguono e domano cavalli selvaggi e asini. Non è la Pampa argentina (terra senza alberi, nella lingua degli indios Quechua), è la gariga della Sardegna. E se si chiudono un po’ le palpebre, il mare sullo sfondo scompare e sembra quasi di essere fra i graniti del Gennargentu, e branchi di centinaia di mufloni scendono dai monti alla ricerca di acqua e cibo.
Cavalli selvaggi e asini
Sono Simone Rosa e Daniele Denurra le nostre guide in questo viaggio. Simone, tecnico della gestione faunistica, è titolare insieme a Davide Melis della C.So.Ge.Fa., la società che si occupa per conto del parco della gestione e del contenimento numerico dei cavalli e degli asini selvatici che vivono sull’isola. Daniele, veterinario, cura gli aspetti legati all’assistenza sanitaria degli equidi. L’appalto in corso è cominciato nel 2020, ma per entrambi l’isola è casa da molto prima. Negli ultimi cinque anni, i cavalli catturati e allontanati dall’isola sono stati 170, mentre gli asini (solo quelli grigi, i bianchi restano qui) sono stati 132, ma le attività sono cominciate solo nel 2025. Eccoli qua, i cowboy dell’Asinara: ogni giorno sull’isola, che sia estate o inverno, con il solleone o con la pioggia. «Attiriamo gli animali dentro dei grandi recinti disseminati nell’isola» spiega Simone Rosa mentre ci mostra quello di Santa Maria, poco sopra l’approdo e l’ex carcere di massima sicurezza di Fornelli. Poi, con l’acqua e il fieno, vengono convinti a entrare dentro le stalle, ma non sempre ci rimangono volentieri. «Qualche tempo fa eravamo riusciti a prendere anche lui – racconta, indicando uno stallone nero che galoppa insieme a due fattrici sulla collina –. Ma ha abbattuto e scardinato due cancelli ed è fuggito».
Diversamente dai cowboy e dai gauchos argentini, però, Simone e Daniele lo fanno per tenere in piedi il fragile equilibrio ambientale dell’Asinara. «Siamo riusciti a castrare tutti gli stalloni dell’isola» ci racconta il veterinario. Un’operazione, anche questa, che ha qualcosa di avventuroso: si spara col fucile da teleanestesia un dardo narcotico che addormenta i cavalli, così da poter poi intervenire. «Da quando lo abbiamo fatto, il loro benessere è migliorato tantissimo. Li vedete quei segni lì?». Indica uno stallone che sta tranquillo nel recinto della stalla di Santa Maria: il corpo è segnato dalle cicatrici lasciate dai denti degli altri stalloni durante le battaglie estive per conquistare le fattrici. «Sono animali selvatici, le ferite vengono infettate e poi arrivano le mosche e rischiano di essere fatali senza le nostre cure. Dopo la castrazione questi interventi sono diminuiti moltissimo».
Il fatto è che l’isola dell’Asinara ha un equilibrio ecologico delicatissimo. Troppo spesso modificato dall’uomo nel corso della storia. Ora il Parco Nazionale, presieduto da Gianluca Mureddu e diretto da Vittorio Gazale, lavora per ripristinarlo. E le campagne di contenimento di cavalli e asini rientrano in questa attività. Gli animali, dopo la cattura e i controlli medici della Asl, vengono donati a chi ne fa richiesta attraverso i canali amministrativi del Parco. C’è chi li prende per domarli, chi – nel caso di quelli che non sono stati castrati – per riproduzione, chi solo per farli pascolare nei propri terreni. «Sono tutti segnati come “Non DPA”, cioè non destinati alla produzione di alimenti» sottolineano Rosa e Denurra. Una scelta irreversibile che mette al riparo per sempre cavalli e asini grigi dell’Asinara dalla macellazione.
Capre e cinghiali
Ci sono altre due specie, introdotte dall’uomo, che mettono a dura prova gli equilibri ecosistemici dell’isola dell’Asinara: le capre e i cinghiali. Entrambi sono eredità del vecchio sistema carcerario che allevava ovini e maiali, poi rimasti abbandonati sull’isola dopo la chiusura dell’ultima porta blindata, nel 1998. Le capre si sono inselvatichite, diventando migliaia e trasformandosi in un vero e proprio flagello per la vegetazione dell’Asinara. I maiali si sono accoppiati con i cinghiali già presenti sull’isola che è disseminata di trappole: enormi gabbie con un’esca di granturco che fa scattare il meccanismo e chiude la porta alle spalle dell’animale.
Risalendo l’isola verso Cala Reale, a un certo punto si attraversa una piana puntellata di massi di granito che degrada verso Cala di Sgombro e le sue acque cristalline. È la zona di Tumbarino. Nei locali della vecchia diramazione carceraria c’è la base operativa della cooperativa Ortuabis. Sono sei, li guida il presidente Franco Demuru. Arrivano da Meana Sardo, il centro geografico della Sardegna fra la Barbagia e il Mandrolisai, e lavorano nella punta più settentrionale dell’isola, a 200 chilometri e quattro ore di distanza: hanno vinto l’appalto del parco per l’allontanamento dall’isola di capre e cinghiali. «Come si catturano? Bisogna correre, correre molto» racconta uno di loro ridendo. Insomma, una battuta di caccia senza fucili, si urla e si fa rumore, cercando di spingere gli animali verso il recinto dove attenderanno le visite dei veterinari Asl e il via libera all’uscita fuori dall’isola. Ci si può ritrovare a correre per chilometri, a volte per catturare trenta capre e altre per imprigionarne una sola. «Sempre che non si metta in mezzo qualche asino e le faccia scappare» ride ancora. Fuori dai locali che un tempo erano occupati dagli agenti, fra i massi di granito e i ruderi del campo di concentramento che ospitò in condizioni infernali i prigionieri austro-ungarici della prima guerra mondiale si sentono i belati delle caprette libere. Una sfida ai loro “cacciatori”? «Macché, è un saluto: siamo diventati amici ormai» scherzano.
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