Dai resti dei deportati etiopi ai soldati austro-ungarici: ecco l’inferno sepolto sull’isola dell’Asinara
I loro drammi riportati alla luce dalla ricerca storica e archeologica
Asinara Il luogo incontaminato che molti sardi e turisti immaginano quando pensano all’Asinara in realtà è una costruzione mentale. Un’isola che non c’è, perché quella che esiste davvero è uno spazio segnato continuamente da tracce umane. Recenti e antiche, come racconta Ilaria Soletta, una delle guide ambientali di Asinara 4x4. Dalle domus de janas di Campu Perdu al Castellaccio medievale che domina il capo meridionale dell’isola fino agli edifici legati alla storia carceraria dell’isola.
La marcia della morte
Ci sono anche tracce meno evidenti che raccontano una storia che ormai non è più sconosciuta, ma i cui protagonisti certo non hanno la stessa fama dei boss mafiosi Totò Riina o Leoluca Bagarella. E nemmeno le stesse colpe, dato che si tratta di migliaia prigionieri di guerra che militavano nelle file dell’esercito imperiale austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale. In gran parte operai e contadini, che combattevano in prima linea una guerra decisa da altri. Dopo la cattura, 40mila prigionieri si ritrovarono in mezzo alla ritirata dell’esercito serbo, ricacciato dagli austriaci verso il sud dei Balcani. Una marcia della morte nel rigido inverno balcanico, terminata nel porto albanese di Valona, dove però arrivarono soltanto in 24mila. Ma l’inferno era appena cominciato: imbarcati sulle navi messe a disposizione dalle marine dell’Intesa, affrontarono il lungo viaggio e continuarono a morire come mosche, falcidiati dal tifo e dal colera. I sopravvissuti vissero per sei mesi in cinque campi, per un estensione complessiva di 300 ettari: il campo di prigionia della Prima guerra mondiale più grande d’Italia. La loro memoria è stata preservata anche grazie alle campagne archeologiche condotte dal docente dell’Università di Sassari Marco Milanese che hanno gettato un po’ di luce sulla vita quotidiana dei prigionieri: in zone dell’isola come quella di Stretti, esposta ai venti e soprattutto al gelido maestrale, non ebbero mai la possibilità, diversamente da quelli che stavano nella penisola, di trasferirsi dentro caseggiati in muratura, ma vissero tutta la loro prigionia all’interno di tende. Ma la quotidianità dei prigionieri è raccontata anche dai bottoni, dalle fibie, dai colli di bottiglia, dai mattoni che gli uomini producevano in una fabbrica improvvisata e che sono stati ritrovati dagli archeologi. Durante i sei mesi di prigionia, morirono a migliaia: 7mila soldati riposano nell’ossario fatto costruire nel 1936 in base a un accordo firmato nel 1931 fra governo italiano e governo austriaco. Altri sono sparsi nei cimiteri associati ai cinque campi di concentramento, come quello di Tumbarinu, a due passi dalla base operativa dei “cacciatori” di capre di Meana Sardo.
Dall’Africa
Vent’anni dopo furono le vittime di un’altra guerra a ritrovarsi prigionieri all’Asinara. Circa 300 dignitari etiopi vennero deportati da Addis Abeba dopo la repressione e i massacri messi in campo dagli occupatori italiani in risposta all’attentato contro il maresciallo e viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani del 19 febbraio. In pochi giorni furono massacrate migliaia di persone, quando le acque si calmarono circa 300 esponenti della classe dirigente e vecchi dignitari dell’imperatore Hailé Selassié vennero imbarcati e deportati verso l’isola dell’Asinara dove restarono al confino fino al 1939. Una storia che negli ultimi anni è tornata alla luce grazie all’impegno di tanti ricercatori e al sostegno del Parco nazionale, del Comune, della Fondazione di Sardegna e che le guide dell’isola raccontano a tutti i visitatori. La scorsa estate una delle bambine che venne deportate nel 1937, Yeweinshet Beshah-Woured, è tornata sull’isola a 94 anni e ha partecipato alla cerimonia organizzata dalla cooperativa Sealand per il disvelamento di una targa commemorativa a Cala Reale. Sull’isola fu deportata anche Romanework Hailé Selassié, la Principessa del Melograno d’oro, cioè la figlia primogenita dell’imperatore d’Etiopia, il Negus Hailé Selassié. All’Asinara morì il piccolo figlio Gideon Beyene, mentre lei si ammalò di tubercolosi e venne trasferita a Torino, dove morì nel 1940 e dove ancora riposa. Ancora una volta una tragedia che ha per protagoniste persone che su quell’isola ci sono state portate contro la loro volontà. E pensare che fino alla fine dell’Ottocento all’Asinara vivevano persone che l’avevano scelta. Ma il loro ricordo non verrà mai cancellato.
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