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La polemica

La denuncia: «Le aziende non trovano personale perché i salari sono bassi». Ma quanto guadagna un operaio specializzato?

di Massimo Sechi
La denuncia: «Le aziende non trovano personale perché i salari sono bassi». Ma quanto guadagna un operaio specializzato?

Fulvia Murru, Uil: «Non basta formare, dobbiamo pagare meglio le persone»

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Sassari «Le imprese non trovano lavoratori specializzati perché c'è un forte divario tra le competenze richieste e quelle disponibili. Pesano il pensionamento degli addetti esperti, la scarsa formazione tecnica, la fuga dei giovani qualificati e, spesso, salari e condizioni di lavoro poco attrattivi. Non basta dire che mancano lavoratori: bisogna formarli, pagarli adeguatamente e offrire stabilità e prospettive professionali». Fulvia Murru, segretaria generale della Uil Sardegna, interviene così sulla difficoltà delle imprese nel reperire personale. «Per anni - prosegue Murru – non si è investito abbastanza nella formazione tecnica e nel ricambio generazionale. È mancato anche un collegamento efficace tra scuola, università, formazione e imprese, insieme a salari adeguati e contratti stabili capaci di trattenere i giovani qualificati».

I lavoratori che mancano

Il problema è destinato ad accentuarsi. «Secondo le previsioni Unioncamere-Ministero del Lavoro, tra il 2025 e il 2029 in Italia serviranno circa 3,3-3,7 milioni di lavoratori, soprattutto per sostituire chi andrà in pensione». Il fabbisogno comprende «1,2-1,3 milioni di tecnici e specialisti e circa 350-400 mila operai specializzati e conduttori di impianti». In Sardegna la difficoltà è già evidente. «Quasi un lavoratore su due richiesto dalle imprese è difficile da reperire. Parliamo di circa 95 mila figure professionali mancanti. È il segnale di un problema che nasce da anni di scarsa programmazione, dalla fuga dei giovani e dalla mancanza di un forte collegamento tra formazione e lavoro».

Come affrontare il problema

Moltiplicare corsi e percorsi professionalizzanti, tuttavia, non sarebbe sufficiente. «La formazione da sola non basta. Molti lavori vengono evitati perché sono poco pagati, precari, faticosi, con orari difficili o poche prospettive di crescita. A questo si aggiunge una perdita della attrattività di alcuni mestieri tecnici e manuali. Quindi il problema ha due facce, mancano alcune competenze, ma mancano anche lavori abbastanza attrattivi. Formare un giovane per un mestiere che poi offre 1200/1300 euro, precarietà e poche prospettive, rischia semplicemente a spingerlo a cercare altrove.Oggi le persone non guardano soltanto allo stipendio». Per invertire la tendenza, dunque, occorre intervenire su più leve. «Bisogna agire su più fronti: salari più alti, contratti stabili, orari più sostenibili e migliore conciliazione tra vita e lavoro, insieme a una formazione realmente collegata alle esigenze delle imprese. Non basta formare le persone, bisogna rendere conveniente restare. In Sardegna la vera sfida sarà soprattutto creare le condizioni perché i giovani possano costruire qui il proprio futuro». Un ultimo aspetta riguarda la contrattazione che secondo la segretaria della Uil deve recuperare terreno. «I contratti nazionali devono essere rinnovati nei tempi giusti e gli aumenti devono recuperare realmente il potere d’acquisto perso con l’inflazione, il caro energia e l’aumento del costo della vita. Ma c’è anche un altro aspetto: – conclude Fulvia Murru – non possiamo ottenere aumenti attraverso la contrattazione e poi vedere una parte di quelle risorse erosa dalla pressione fiscale. Anche le Regioni devono fare la propria parte, utilizzando gli strumenti fiscali di loro competenza per alleggerire il peso delle tasse su lavoratori e lavoratrici e lasciare più salario netto nelle loro tasche».

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