La Nuova Sardegna

L’incendio

Inferno di fuoco sull’isola di Santa Maria, 35 ettari distrutti dalle fiamme: «Ora dateci più sicurezza»

di Serena Lullia
Inferno di fuoco sull’isola di Santa Maria, 35 ettari distrutti dalle fiamme: «Ora dateci più sicurezza»

Al via gli studi per capire quanto in profondità è stato colpito l’ecosistema

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La Maddalena Quei 35 ettari di bellezza inceneriti fanno male. Ferisce gli occhi e il cuore lo scenario lunare lasciato sull’isola di Santa Maria dal passaggio del fuoco che per due giorni ha martoriato la perla dell’arcipelago di La Maddalena. Ginepri secolari, lentischio, mirto e corbezzolo non ci sono più. Come gli animali: tartarughe, fagiani, bisce che in quella fitta vegetazione avevano la loro casa. Mentre le indagini proseguono per capire se sia stata la mano dell’uomo ad accendere il disastro ambientale, partono gli studi per verificare quanto sia stato colpito in profondità quell’ecosistema straordinario. La prossima settimana verranno eseguiti dei carotaggi nel terreno ferito. L’intera zona diventerà off limits. Saranno utili per capire quanto il fuoco sia sceso in profondità, se e quali alberi e piante troveranno la forza per rinascere, dove si dovrà intervenire piantandone di nuovi. E nel frattempo Parco, Comune, Regione, Ministero, dovranno elaborare un piano che metta nelle condizioni Santa Maria, ma anche Spargi, Budelli, Razzoli, di affrontare un incendio prima che si trasformi in un disastro ambientale. Con l’acqua nei punti giusti, accessi che consentano alle squadre da terra di arrivare dove serve, presidi e strumenti per vedere prima le fiamme anche con l’utilizzo dei droni. Non per restituire a Santa Maria quello che il primo incendio della sua storia ha portato via. Per quello servirà tempo. Ma le sue isole sorelle non possono aspettare che il fuoco arrivi anche da loro per scoprire quanto sia difficile fermarlo.

I carotaggi

«La prossima settimana verranno fatti dei carotaggi per capire fino a quale profondità sia arrivato il calore – spiega il direttore facente funzioni del Parco, Yuri Donno –. Lì dove è rimasto in superficie, alcuni alberi potrebbero riprendersi. Una parte inevitabilmente dovrà essere tagliata e poi, quando il terreno sarà pronto, ripiantumare».

Il piano

Il direttore Donno va dritto al punto. «Sulle isole si devono realizzare dei pozzi artesiani per consentire l’immediato intervento da terra – dice –. Parliamo di massimo quattro metri di profondità, non serve acqua potabile ma punti di approvvigionamento. Un lavoro che va fatto da subito, individuando isola per isola, il punto strategico per realizzare gli interventi». 

Presidi terra e aria

La presidente del Parco, Rosanna Giudice, apre anche l’altro fronte. L’esigenza di un elicottero nell’isola. «Servizio che c’era un tempo nel nostro eliporto e che poi è stato eliminato. Se questo è uno dei parchi più importanti a livello nazionale per morfologia ed estensione, con i suoi 47mila ettari, ministero e Regione devono interrogarsi e metterci nelle condizioni di trasformare gli impegni di tutela in fatti. Quanto accaduto a Santa Maria ha colpito ognuno di noi nella sua intimità. Perdere 35 ettari di una delle più belle e selvagge isole del nostro arcipelago non è cosa facile da digerire. Ora dobbiamo trarre insegnamento da quanto è successo, ma non con un atteggiamento di speranza, augurandoci che non succeda più, ma alzando il livello di attenzione».

I precedenti

Non è la prima volta che il fuoco entra nel territorio del Parco. I numeri del Piano di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi raccontano, negli ultimi anni censiti, una sequenza di piccoli incendi che solo in alcuni casi hanno raggiunto dimensioni significative. Tra il 2011 e il 2021 sono stati registrati 22 roghi, per una superficie complessiva percorsa dal fuoco di 8,62 ettari. Nel 2016 gli ettari bruciati sono stati 6,7, mentre nel 2017 gli incendi sono stati sei, per 1,35 ettari. Nel 2021 un rogo, di appena un millesimo di ettaro, è stato registrato a Giardinelli, sull’isola madre. Numeri lontanissimi dai 35 ettari bruciati a Santa Maria, ma che restituiscono una storia del fuoco nell’arcipelago. E la consapevolezza che nei documenti di programmazione è già presente: la vulnerabilità delle isole.

Prevenzione e vedette

Prima ancora dell’intervento c’è poi un tempo che può fare la differenza, quello che passa tra la prima fiamma e l’allarme. Vederla subito significa poter intervenire quando il fuoco è ancora piccolo, prima che il vento lo nutra e lo faccia diventare un gigante ingovernabile. Anche su questo fronte il Parco valutando nuove possibilità, come l’utilizzo dei droni per la sorveglianza delle isole e per individuare più rapidamente eventuali focolai. Una soluzione che potrebbe affiancare la rete di avvistamento tradizionale. La tecnologia non sostituirebbe uomini e presidi. Farebbe guadagnare tempo. E a Santa Maria, nei due giorni in cui il fuoco ha attraversato l’isola, è apparso evidente quanto quel tempo possa essere prezioso.

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