Incontri “riparativi” vittime-colpevoli

Tribunale di Sorveglianza e Università presentano un piano per il recupero dei detenuti dopo l’espiazione della pena

SASSARI. «Quando ho incontrato un gruppo di detenuti ho raccontato loro della mia esperienza di vittima di uno scippo. Ho spiegato come mi sentivo, cercato di trasmettere le mie emozioni. Si sono sciolti. Ad un tratto, non ero più il magistrato di Sorveglianza, ma una vittima». Per inculcare il concetto di “giustizia riparativa” ad alcuni condannati, ci ha messo la faccia. Maria Antonietta Vertaldi, presidente del Tribunale di Sorveglianza - autorità sull’esecuzione della pena dei condannati definitivi - si è presentata da alcuni di loro incarnando le vesti di chi sta dall’altra parte. Le avevano appena strappato la borsa dal braccio, per strada. E ha espresso le sue paure. Perché «chi capisce di aver fatto del male e si mette in discussione, diventa parte attiva di un processo di responsabilizzazione». E magari evita di ripiombare nel circolo vizioso della recidiva, probabile per chi entra in carcere. L’alto magistrato ha rivelato l’episodio nel corso di un focus group, ultimo step di un progetto Tribunale-Università di Sassari che ha un obiettivo dirompente: cambiare la prospettiva di chi delinque, fargli comprendere il punto di vista di chi subisce la violenza. E magari far incontrare vittime e carnefici, anche se non dello stesso episodio. Questo è la parte più “spinta” del percorso chiamato appunto giustizia riparativa, pratica prevista da una convenzione Onu che l’Italia fatica ad applicare. I pochi precedenti riguardano tentativi di suturare le ferite della nostra Storia. Come quando Olga D’Antona, vedova del giurista ucciso dalle Brigate rosse, ha visitato i detenuti del carcere di Padova. Ma l’odio trascinato dal dolore di chi è vittima di un crimine non conosce proporzioni, nè bada alla “rilevanza” del fatto. E se l’odio delle vittime può essere cieco, allo stesso modo chi l’ha causato - il condannato - non sa vedere il dolore arrecato. A Sassari ci lavorano da due anni, grazie a un protocollo seguito dalla Vertaldi e dalla docente della facoltà di Giurisprudenza Patrizia Patrizi, nell’ambito di un programma europeo. Non solo discussione accademica. «Sono convinta che le nuove carceri servano - ha detto la presidente durante l’incontro di ieri con operatori del settore - ma servono anche mezzi, strutture, progetti come questo, per creare reti sociali ed evitare che il detenuto commetta sempre gli stessi reati», ha spiegato la Vertaldi. San Sebastiano vuole intraprendere questa via, anche perché la responsabile dell’area “trattamentale” (si occupa della rieducazione dei reclusi), Maria Paola Soru, è anche referente regionale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria proprio in tema di giustizia riparativa. E qualche mese fa la psicologa Maria Letizia Naitana aveva organizzato, nel carcere di via Roma, un corso di “sensibilizzazione verso le vittime”: i detenuti andavano a lezione di introspezione. «Perché spesso bisogna partire dall’acquisizione della consapevolezza di sé e del fatto. Mentre finora il trattamento è stato passivo - ha spiegato la Soru durante l’incontro - col totale disimpegno del detenuto». Giustizia riparativa vuol dire anche offrire alla vittima un risarcimento significativo, anche se solo simbolico. Oppure, mettere il proprio tempo a disposizione della collettività, come nel progetto - poi saltato per ragioni tecniche - che vedeva detenuti impegnati nella pulizia dell’Asinara, ma da volontari. Inutile nascondersi di come si tratti di una sfida ardua, in un territorio piccolo e pieno di conflitti come il nostro. Che fino al 2005 - ha ricordato Mariano Mameli, avvocato, delegato del Consiglio dell’ordine - «aveva il più alto numero di recidivi d’Italia».

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