Cobec, la rivolta è contro i sindacati

Sassari, manifestazione di 150 dipendenti: “Siamo tutti col datore di lavoro”

SASSARI. Saranno centocinquanta, sono imbufaliti e si sono riuniti davanti alla sede commerciale della Cobec. Verrebbe subito da pensare: classica protesta dei lavoratori contro il padrone. Ora vien fuori Rinaldo Carta e gli fanno la pelle. E invece no: ciò che va in scena ha dell’incredibile, perché qualcosa di simile ancora non si era visto. Un esercito di dipendenti che difende a spada tratta il datore di lavoro che per affrontare la crisi voleva applicare i “contratti di prossimità”: qualche ora in più di lavoro, non retribuita. Ma la proposta è stata respinta al mittente dai sindacati. E adesso l’azienda annuncia che sarà costretta a procedere con i licenziamenti.

Una ragazza comincia a leggere un documento, la folla dei dipendenti Cobec le fa da cornice silenziosa. Dice: “Abbiamo deciso di mostrare con orgoglio le nostre facce, siamo felici di farlo”. E poi una frase che farebbe trasecolare ogni sindacalista: “Andiamo avanti perché i nostri paladini sono i titolari della nostra azienda, presenza costante che quotidianamente vediamo lavorare, soffrire e gioire al nostro fianco e che con il loro esempio sono pronti a sostenerci economicamente e moralmente, sempre vicini alle problematiche di ognuno di noi, sempre pronti a spronarci e, se necessario, a riprenderci se il nostro operato non è dei migliori. Ma sempre con la diligenza e la serietà del buon padre di famiglia”.

Ecco, parole come queste spiazzano, e proprio nel loro eccesso sembrano trasudare sincerità. Primo perché lo stesso Rinaldo Carta, pur dotato di un ego di discrete dimensioni, non arriverebbe ad un’autoincensazione di simile portata. E secondo perché praticamente tutti condividono quelle parole, si infervorano, partecipano alla discussione. Della serie: se io sono lì giusto per timbrare il cartellino, perché in tempi di licenziamenti collettivi è più prudente manifestare sostegno all’azienda, me ne sto in disparte, e tuttalpiù batto le mani. Non mi infilo nelle discussioni, non prendo le difese “del signor Rinaldo Carta” e non definisco i colleghi dell’altra fazione come “quelli capaci solo di gettare fango, una sparuta minoranza di fancazzisti e scansafatiche, che con i loro rancori e gelosie mettono nei casini tutti noi”.

Invece non sono solo i soliti dieci lecchini a infiammarsi, è proprio un piccolo esercito che fa quadrato. “Abbiamo la più totale fiducia nei confronti della proprietà aziendale e nel progetto di rilancio ce ci è stato proposto e non imposto. l’innovativo sistema al quale la stragrande maggioranza di noi ha aderito spontaneamente, consiste nell’estensione dei servizi da offrire ai cittadini: ampliare gli orari di apertura dei negozi, conquistare nuovi clienti, tutto qua. Riteniamo che questo genere di deroghe al contratto possano soltanto fare del bene alle aziende”. E qui ce n’è anche per i sindacati. Domanda: come può un sindacato sottoscrivere un accordo peggiorativo rispetto al contratto nazionale del lavoro? Risposta: “Possiamo solo augurarci che altre aziende prendano il nostro esempio e decidano di lavorare di più. Bisogna sconfiggere questa ottusità aggrappata a chissà quale recondito passato”. E poi un’affermazione che, pronunciata dalla forza lavoro, in altre epoche avrebbe suonato come una bestemmia: “I tempi sono cambiati, occorre adeguarsi. Non ci stiamo a mettere in bilico il nostro futuro”. E ancora: “Sentirci proporre la “solidarietà” applicata in altre aziende come l’unica strada percorribile, ci fa rabbrividire. Sembra ci sia la paura di innovare il mercato del lavoro con soluzioni alternative e oltrettutto previste dalla legge”. I forconi non sono più contro il padrone, ma contro i sindacati. E la crisi, quando è così feroce, riesce a rivoltare anche le rivolte.

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