La Nuova Sardegna

Sassari

Twitter e Facebook, fatti e misfatti del pianeta Big data

di Anna Sanna
Twitter e Facebook, fatti e misfatti del pianeta Big data

L’antropologo Marino Niola ospite della rassegna. «Una mutazione radicale e il rischio del controllo totale»

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Da Cogito ergo sum a Digito ergo sum. Esisto perché scrivo con una tastiera, guardo uno schermo, navigo da uno smartphone. Esisto, soprattutto, perché sono online in un mondo perennemente connesso che influenza la mente, cambia il modo di scrivere e di pensare. In una parola, di essere. Una mutazione profonda che sarà al centro dell’incontro con l’antropologo Marino Niola, ospite a Cagliari delle “Città del libro”. Niola, docente all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, è editorialista della Repubblica e scrive per l’Espresso. Nel suo ultimo libro, “Hashtag-cronache di un paese connesso” (Bompiani), ha raccontato l’Italia dei social network e del mondo digitale.

Da esseri pensanti a esseri comunicanti. Come stanno cambiando gli esseri umani con Twitter, Facebook, What’s app?

«La diffusione dei social network e della comunicazione digitale ha trasformato non solo il modo di rappresentare la realtà che ci circonda, ma ha cambiato anche noi, le nostre forme di relazione. Siamo passati dalla comunità alla community, dalla relazione faccia a faccia a quella face to Facebook. La Rete ha smesso di essere un semplice strumento e sta diventando una condizione dell’essere, un modo di pensare, un modo di parlare. Basti pensare a come Twitter modifichi il pensiero: stare dentro 140 caratteri non è la stessa cosa che avere la pagina bianca a disposizione».

Che mondi aprono i cancelletti degli hashtag?

«Gli hashtag sono degli oggetti multitasking, che traboccano significato nuovo e ci invitano a riclassificare la realtà. Non sono semplici parole, ma metafore che ci accompagnano nel cambiamento. Quando gli individui e le società attraversano grandi momenti di incertezza e di trasformazioni, nella lingua la metafora prende il sopravvento: la realtà chiede un surplus di spiegazione e quindi ci vuole quel qualcosa in più che ci aiuti a riclassificare il mondo. Non è un caso che agli inizi del Novecento, quando il mondo è in crisi, alla vigilia della Prima guerra mondiale, le avanguardie letterarie ricostruiscono il linguaggio, lo destrutturano, come nell’Ulisse di Joyce. È il monologo interiore. A noi succede il contrario, oggi la comunicazione produce una specie di flusso di coscienza, che è individuale e collettivo insieme. Ciascuno di noi è singolare plurale. Se quello di Joyce era il monologo interiore, noi viviamo un monologo esteriore».

Iphone, Ipad, Ipod. Con I che significa Io. Gli oggetti sono diventati soggetti?

«Sì, succede una cosa del genere. La nostra lingua è cambiata perché è cambiata la nostra soggettività e viceversa. Quando le parole cambiano, cambiano statuto, cambiano forma, portata. È come se non le usassimo più come strumenti, ma sono le parole a parlare in nostra vece e a far risuonare suoni, echi, sensi e significati insospettati».

A proposito della Rete e del futuro che ci aspetta lei ha parlato di Panopticon digitale, dove ciascuno è controllato e controllore allo stesso tempo. «È già così, ognuno di noi è testato, monitorato. Basta cercare una cosa su Google e il giorno dopo ci arrivano offerte di ogni tipo. Si sa tutto di noi. È come se portassimo un braccialetto elettronico, siamo tra la libertà vigilata e gli arresti domiciliari. Nello stesso tempo a noi questa libertà condizionata piace, perché ci dà l’illusione di essere onnipotenti, di essere in più luoghi. La forma attuale dell’onnipotenza si chiama multitasking. Ci piace, e quindi ci fa lavorare molto di più. Con il mio smartphone e il mio portatile posso lavorare a letto, quando voglio, anche al mare. Il che significa che per certi versi ho più libertà, però significa che lavoro anche in vacanza».

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