La Nuova Sardegna

Sassari

«La Sassari antifascista nella quale crebbe Enrico»

di Pier Giorgio Pinna
«La Sassari antifascista nella quale crebbe Enrico»

Gli anni dell’adolescenza nella testimonianza di Giuseppe Maria Saba

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SASSARI. «Il 26 luglio 1943, la mattina del giorno in cui si sparse la notizia della caduta del fascismo, Enrico si era steso a pancia in giù sul tetto della sua casa e aveva lanciato sulle nostre persiane due sassolini. Quando avevo aperto la finestra, mi aveva gridato: «Hanno preso babbo, di' a tuo padre di scappare”». Quest'immagine costituisce ancora oggi un ricordo molto nitido, folgorante. Giuseppe Maria Saba, già professore di anestesia alla "Sapienza" di Roma, lo custodisce con affetto nella sua memoria. Non ha mai dimenticato quel flashback di un giovanissimo Berlinguer che per prima cosa si preoccupa degli amici.

La tela della memoria. Ma non è il solo frammento di ricordi che gli torna alla mente: nel trentennale della morte del leader comunista, ne affiorano tanti altri. E lui, a 87 anni, non deve neppure concentrarsi per riandare indietro nel tempo. Anzi, "Peppinello", come tutti all'epoca lo chiamavano, rammenta subito ogni dettaglio. Persino le sfumature di certe situazioni. E le tensioni legate agli avvenimenti storici più gravi: prima gli anni bui e angoscianti del regime instaurato da Mussolini, poi il periodo di speranze aperto dal dopoguerra. Ed è così che l'anziano professore – figlio di Michele Saba, avvocato e giornalista, repubblicano, militante della lotta contro la dittatura – riannoda rapidamente i fili di scampoli del passato. Pezzi di quel tessuto di rapporti che a Sassari univano la sua famiglia a quella di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, antifascista e avvocato come Michele Saba. Un racconto, il suo, che non merita di essere interrotto neppure per un istante.

Vicini nel cuore della città. «La nostra casa e quella dei Berlinguer, a Sassari, erano una di fronte all’altra, all'angolo tra via Mazzini e via Cavour. Enrico era nato il 25 maggio 1922. Io cinque anni più tardi, il 24 aprile 1927. Era più o meno coetaneo di mio fratello, Alberto Mario. Insieme hanno frequentato l'“Azuni” negli anni del liceo, ma in classi differenti. Io invece, chiaramente, al ginnasio sono arrivato solo dopo. Di quale fosse il rendimento scolastico di Enrico – piuttosto scarso soprattutto nelle materie scientifiche – si è già detto, e scritto, molto. Meno si sa di quali fossero le sue amicizie, quali giri frequentasse. In effetti notavo che si accompagnava di frequente con persone del tutto fuori dall'ambiente della borghesia dell'epoca. Ragazzi che facevano lavori manuali. Artigiani. Operai. Persino un giovane sacerdote. A me capitava di vederlo spesso alla “gabbia” di piazza Azuni. Ma più che in quel caffè, nella sala interna, andava spesso da Rubattu o da Agnesa a giocare a boccette o a carte».

La signora col sigaro. «Di più non so: perché la nostra differenza d'età, soprattutto all'inizio, era molto netta. Non scordo invece che ogni tanto, da bambino, mi fermavo a parlare con donna Caterina Berlinguer, nonna di Enrico. Piccoletta, anziana. Bellissima e simpaticissima. Stava seduta in uno dei balconi della loro casa. E fumava il sigaro: per quel periodo uno scandalo. Certo, più in generale, non sono stati momenti facili, quelli sotto il duce. Io, per esempio, ho avuto uno choc per l'arresto di mio padre nel maggio 1935. Ero in piazza d'Italia. Giocavo con il cerchio. All'improvviso vedo passare babbo, con i ferri da campagna stretti ai polsi, portato via da due figuri con i baffi e la bombetta. Per me, che avevo appena compiuto 8 anni, è stato terribile. Mi sembrava di stare dentro il “Corriere dei piccoli”. Ci ho messo decenni per realizzare che mio padre veniva portato in carcere – come seppi molto più tardi – per avere promosso una raccolta di fondi per aiutare l’amico Emilio Lussu, ricoverato in un sanatorio a Davos, in Svizzera, per curarsi la tubercolosi in cui si era trasformata una pleurite presa in carcere e aggravata al confino di Lipari. Qualche settimana più tardi mio padre sarebbe stato rilasciato. Ma per me quella ferita non si è mai rimarginata».

La vita degli oppositori. «Ecco perché, nonostante avessi già 16 anni quando Enrico quella mattina di luglio lanciò le sue pietroline contro le nostre finestre e mi gridò quell'avvertimento, la cosa mi colpì particolarmente. Volete sapere com'è andata a finire? Beh, è molto semplice. Mario Berlinguer aveva saputo che era stato dato l’ordine di reprimere le manifestazioni di giubilo per la caduta del fascismo. E quando vide arrivare verso casa i soliti poliziotti di servizio per questo genere d'incombenze, cercò di scappare calandosi da una finestra al secondo piano. Ma le lenzuola con le quali aveva fatto una corda improvvisata si sciolsero. Lui cadde. Si ruppe una gamba. E così venne portato in prigione. Mio padre, invece, era già fuggito. Comunque, dopo un po’ i nostri genitori tornarono tutti e due: si era capito che Mussolini era finito e che la monarchia cercava di cambiare strada».

In cella dopo la sommossa. «All’epoca, a ogni modo, non tutti gli avvenimenti erano così trasparenti come li conosciamo oggi. Nel gennaio 1944 ci fu la rivolta del pane: la popolazione sassarese, ridotta alla fame, aveva dato l'assalto ai forni. Ricordo una buriana dalle parti di via Università. Spintoni, bastonate, grida di protesta. Seppi soltanto in seguito che Enrico era tra le persone finite a San Sebastiano. Ci sarebbe rimasto tre mesi. Tempi difficili, quelli. Molti avvocati, come Mario Berlinguer e lo stesso mio padre, ospitavano nei loro studi fuoriusciti e rifugiati. Di uno, un libertario, rammento il cognome: Morando. Doveva essere amico, immagino, di un altro anarchico che qualche anno prima a Sassari era uscito dal suo negozio di scarpe in via Roma e si era abbassato i pantaloni mostrando il didietro a un principe».

Prime prove politiche. «Invece non sapevo, in quel periodo, che nel '43 Enrico si era iscritto al Pci e aveva cominciato a organizzare la sezione comunista sassarese. Cessata la guerra, ho invece appreso quasi subito che era andato a Salerno e lì il padre lo aveva presentato a Palmiro Togliatti. Lo ricordo bene perché Togliatti l'ho conosciuto anch'io: aveva frequentato anche lui l' “Azuni”, così come la sorella, che poi sarebbe diventata una importante professoressa di matematica. Da allora, comunque, con Enrico ci siamo persi di vista. Lui tornava d'estate nella sua amatissima Stintino. Ma noi frequentavamo Alghero. E così in un paio di occasioni è capitato d'incontrarci o altrove».

In viaggio verso la Russia. «E una storia, nei primi anni Ottanta, la ricordo bene. Ero già direttore della clinica di anestesia e rianimazione, nella facoltà di medicina, alla “Sapienza” di Roma. Dall'Urss mi avevano invitato a un congresso scientifico. Il giorno della partenza per Mosca sono rimasto allibito nel vedere a quanti minuziosi controlli venivano sottoposti l'aereo e i bagagli. Quando sono salito a bordo, a sorpresa, ho scoperto che Enrico era seduto nelle prime file. Gli ho detto solo ciao perché tutti da dietro tutti pressavano. Lui ha sorriso e mi ha fatto un cenno di saluto con la mano. Dopo il decollo, mi sono alzato per sgranchirmi le gambe. Immediatamente sono stato circondato da non so più quante persone. Allora ho notato Enrico voltarsi e mormorare qualcosa a chi gli stava vicino. Un attimo, e nel corridoio dell'aereo tutti si sono fatti da parte. E io mi sono potuto accomodare accanto a lui. Di che cosa abbiamo parlato? Mah, non di politica. No, soltanto di ricordi sassaresi. Ci ho ripensato quando l'11 giugno 1984 ho saputo che era morto in seguito all'emorragia cerebrale che l'aveva colpito durante l'ultimo comizio».

La raccomandazione mancata. «C’era stata un'altra volta nella quale gli avrei voluto parlare, più o meno nello stesso periodo del viaggio che lui aveva fatto per incontrare Breznev. È un piccolo episodio, che tuttavia mi ha confermato quel che ho sempre pensato di Enrico. E cioè che sia stato una persona seria, rigorosa, infuenzata, in questo, dall’ambiente familiare sassarese».

Telefonata al Pci. «Ecco, comunque, di che si tratta. A Roma un collega mi aveva avvicinato. «So che conosci Berlinguer», mi aveva detto. «Io devo partecipare a un concorso in Toscana. Ma quella è una regione rossa, forse faranno difficoltà. Non è che puoi metterci una buona parola?». Ero riluttante: queste cose non mi sono mai piaciute. Del resto, il collega era sempre stato cortese. Mi dispiaceva comunicargli subito un rifiuto secco. Così mi sono fatto coraggio. Ho telefonato a Botteghe Oscure. La sua segretaria m'ha chiesto quale fosse il tema del colloquio. L'ho precisato. E lei ha risposto: «Mi dispiace: l'onorevole non fa raccomandazioni di nessun genere». L'ho ringraziata: m'aveva tranquillizzato. Soprattutto aveva confermato il giudizio che ho sempre avuto di Enrico Berlinguer. Al collega, ovviamente, non l'ho spiegato: non avrebbe mai capito».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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