La Nuova Sardegna

Sassari

Rovelli: «Erittu vittima di un sistema»

di Nadia Cossu

Il difensore di Pino Vandi (imputato di omicidio): il detenuto non è stato ucciso, il suo è un atto dimostrativo finito male

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SASSARI. Chiude con parole pungenti e severe la sua arringa cominciata alle dieci del mattino e conclusa poco prima delle 16. E lo fa con un pensiero rivolto alla vera vittima di tutta questa storia: Marco Erittu.

La fragilità della vittima. L’avvocato Patrizio Rovelli, che insieme al collega Pasqualino Federici difende Pino Vandi nel processo per il giallo di San Sebastiano, ormai a pomeriggio inoltrato ha solo un filo di voce. Quanto basta però per dire ai giudici della corte d’assise che «Marco Erittu è stato vittima di un sistema sbagliato, di una legge sbagliata, di uno Stato che a volte diventa una macchina di morte». Il riferimento è alla detenzione in carcere di un uomo che da tempo chiedeva di poter respirare un po’ di libertà: «Voleva tornare a casa – ha detto Rovelli – ed era un suo diritto ambire a questo perché non si sta in carcere per dieci grammi di eroina». Secondo l’avvocato, Erittu non fu ucciso su mandato di Vandi (che lui difende in questo processo insieme al collega Pasqualino Federici). Le cose andarono diversamente: lo stato d’animo della vittima sarebbe all’origine dell’ennesimo gesto autolesionistico che però, quel giorno, gli sfuggì di mano: «Il 18 novembre 2007 Erittu voleva solo protestare. Era in cella, ha sentito i passi delle guardie e ha messo in atto il suo piano, ha fatto cadere il braccio a penzoloni perché lo vedessero dall’esterno ma purtroppo la trazione è stata fatale». E che fosse alto il rischio di un suicidio, come ha ricordato sempre Rovelli, lo aveva sostenuto anche chi aveva avuto modo di visitare il detenuto. «La sua personalità era fragile, era molto preoccupato per la compagna Vittoria con la quale aveva un rapporto dolcissimo, aveva perso due figli ancora prima che venissero al mondo. Questo era Marco Erittu». Un uomo in difficoltà «molto prima dell’arrivo di Vandi a San Sebastiano» ha puntualizzato l’avvocato.

Il reoconfesso Bigella. Giuseppe Bigella è colui che con la sua confessione ha fatto sì che la Procura della Repubblica riaprisse un caso già archiviato come suicidio e indagasse invece per omicidio. «Una personalità subdola la sua – ricorda Rovelli – pregiudicata da un problema certamente di natura psichiatrica. Con una volontà perfida di inquinamento probatorio». Lo fa nel caso Erittu, quando racconta di averlo soffocato con una busta di plastica mentre Nicolino Pinna avrebbe dovuto simulare il suicidio tagliando una striscia di coperta, e lo fa nel caso dell’omicidio della gioielliera Zirulia (per questo delitto Bigella è stato condannato a 30 anni).

Tecnica omicidiaria e letteratura. L’avvocato Rovelli è molto scrupoloso. Insieme allo staff di collaboratori del suo studio ha spulciato la casistica. «Non esiste nella letteratura scientifica alcun caso in cui una persona libera nei movimenti possa morire così come sarebbe morto Erittu secondo il racconto di Bigella. E a lui chiesi infatti dove avesse appreso quella tecnica omicidiaria. Mi rispose: “Bella domanda!”, per poi aggiungere che nello stesso modo aveva ucciso Fernanda Zirulia, soffocandola con un sacchetto». Si indigna su questo punto Patrizio Rovelli, mentre tiene tra le mani le foto della scena di quel delitto: «Quella dinamica è stata clamorosamente smentita. Perché Bigella ha accoltellato undici volte la povera donna e ha infierito anche quando era già in un lago di sangue considerato che la lama aveva reciso la carotide».

La lettera di Erittu. Tutte le parti del processo si sono soffermate su questo elemento. Su uno scritto che la vittima aveva indirizzato all’allora procuratore della Repubblica Porqueddu. E che però non sarebbe mai arrivato a destinazione. Secondo Bigella, Marco Erittu voleva raccontare ciò che sapeva del coinvolgimento di Vandi nella sparizione del muratore di Ossi Giuseppe Sechi e nel sequestro del farmacista di Orune Paoletto Ruiu. Per questa ragione la missiva non doveva arrivare negli uffici della Procura. «È incredibile sostenere che qualcuno l’abbia fatta sparire. Non ci sono prove di questo ed è invece molto più probabile che la lettera sia partita e si sia persa per strada. Oltretutto, dire che quello scritto contenesse dettagli sulla scomparsa di Sechi significa stare fuori dal processo».

Gli altri elementi. Si sofferma poi sul fatto che al contrario di quanto raccontato da Bigella «nessuna traccia di vomito è stata riscontrata nella vittima, nel materasso, sul cuscino, per terra». E richiama poi la perizia Avato: «Non è stata una morte da confinamento ma da impiccamento incompleto. Una doppia voluta con una striscia di coperta legata al letto e una trazione che ha lasciato un segno di tre centimetri sul collo». Rovelli evidenzia poi un’altra incongruenza nel racconto del reoconfesso: «Dice che Erittu gli è morto tra le braccia eppure quando intervengono i soccorsi, circa quaranta minuti dopo l’allarme, cercano di rianimarlo perché evidentemente si rendono conto che è ancora in vita. E allora la verità è che il racconto di Bigella è frutto di una pura invenzione». La parola passerà il 19 all’avvocato Federici.

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