La Nuova Sardegna

Sassari

Rifugio Gesù bambino, un secolo con i più deboli

di Giovanni Bua
Rifugio Gesù bambino, un secolo con i più deboli

La struttura in via Piave raccontata dalla storica presidente Maria Luisa Falchi: «I bimbi la nostra stella polare». L’asilo frequentato da generazioni di sassaresi

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Nato nel 1902, in un piccolo edificio sul colle dei Cappuccini, utilizzato allora dal Comune come stalla per gli animali sequestrati. E, arrivato, attraverso 112 anni di spesso non facile storia, fino ai giorni nostri. Rimanendo, per la sua complessità, una struttura unica in città. Città a cui mostra le aule della scuola dell’infanzia dentro cui sono passate, e passano tutt’ora, generazioni e generazioni di sassaresi. Ma da cui protegge con totale riservatezza il suo cuore: le tre comunità alloggio che ospitano fino a 25 minori disagiati.

È il Rifugio Gesù Bambino, che vive e prospera nel cuore del moderno e popoloso quartiere di Cappuccini, che quando tutto iniziò per mano dell’attività infaticabile delle Dame della carità cittadine, era una verde collina che sovrastava il centro abitato della “piccola” Sassari del primo Novecento. Lì donna Momina Dettori (sposata con Giovanni Dettori, presidente dell’orfanotrofio delle “Figlie di Maria” e rettore della regia università di Sassari) insieme alle più note signore dell’aristocrazia sassarese (Rita Agnese Queirolo, Giuditta Sassu, Antonietta Santinelli, Lucia Riccio, per citarna alcune) fece nascere il “Rifugio per le bimbe abbandonate”, del quale nel 1905 venne eletta presidente.

«L’aspetto che caratterizza da subito la storia del Gesù Bambino - sottoline Maria Luisa Falchi, presidente del cda dell’istituto da oltre 30 anni - è l’elemento femminile: ancora oggi, come allora, l’assemblea è composta da consiglieri donne». Una storia lunga, che decolla fin dai primi del ’900. Con l’istituto che diventa Ente Morale, sviluppa la proprietà, il fabbricato e l’attività assistenziale ed educativa: un brefotrofio, un asilo infantile nel 1912, e un educandato. E, attraverso le donazioni di numerose famiglie sassaresi, e a molti lasciti testamentari, va avanti fino ai nostri giorni, arrivando ad ospitare anche 150 bambine, a cui garantisce assistenza e offre la possibilità di imparare un mestiere.

Ora le bambine sono 15, e al mastodontico edificio, che si sviluppa sulle vie Mameli, Enzo, Savoia e Piave, indicato da Italia Nostra fra quelli meritevoli di essere visitati per il pregio architettonico, si prepara alle nuove sfide per il futuro. «Lo spirito – spiega la presidente Falchi – che ci ha permesso in tutti questi anni di andare avanti, inseguendo leggi e regolamenti, adeguandoci ad essi, diventando associazione, scuola paritaria, facendo i conti con il calo demografico e il minor numero di bambini, è il fatto di avere una missione ben chiara. Noi siamo un ente, di origine laica e il cui “managemet” presta la sua opera in forma totalmente gratuita, che ha come unica finalità quella socio-educativa. Tutte le attività, che impiegano 40 persone, servono a tenere in piedi la struttura e garantire che le comunità alloggio vadano avanti».

Attività tra cui spiccano il nido e soprattutto la scuola per l’infanzia. Centocinquanta bambini all’opera tra i banchi dal prossimo 4 settembre, generazioni intere di sassaresi passanti sotto le mani di un gruppo di maestre, tra cui spicca la decana Giovanna Onali, al lavoro in via Piave da 37 anni. La scuola della buona borghesia cittadina, per molti. «Può darsi – sottolinea Maria Luisa Falchi, affiancata nelle sue fatiche quotidiane al Rifugio dalla vice presidente Lina Cossu – ma, nel giorno in cui sentissi che questa è una scuola per ricchi, io la lascerei. Un certo tipo di famiglie, che spesso negli anni ci hanno dato il loro aiuto, hanno sicuramente frequentato il Rifugio. E ora ci mandano i loro figli, o i loro nipoti. Ma la scuola è aperta a tutti, parificata e quindi con fasce di retta legate all’Isee. Accessibile e inclusiva per definizione. Da noi tutti sono uguali e sono trattati nella stessa maniera. E gli ospiti delle comunità protette, magari di altre nazionalità, sono mischiati nelle classi e vivono insieme ai bambini. E tutti maturano insieme con un senso di comunanza che fa ben sperare per un futuro prossimo in cui non esisteranno differenze e diffidenze».

Insieme alla scuola materna, al centro d’accoglienza e al pensionato per studenti, alle spalle dell’edificio liberty circondato da un giardino e un ombroso loggiato, un’ampia zona con campi di basket, tennis, calcio, nel quale sorgerà un centro di aggregazione giovanile. Ennesimo mutamento di una struttura che tante volte ha cambiato pelle, rimanendo però uguale a se stessa. Nella quale la salda guida laica convive con la presenza delle suore delle figlie della carità, ormai solo cinque (una di loro per tradizione è coordinatrice dell’asilo, in cui però tutte le maestre sono rigorosamente laiche). Un cda nel quale la storica anima Vincenziana (Padre Manzella ebbe un importante ruolo nella fondazione del Rifugio) è guidata da una presidente che Vincenziana non è. E in cui hanno studiato molti rampolli della borghesia “magniapreti” cittadina. Una tradizione che si preserva e si ripete. «Alla fine – chiude Maria Luisa Falchi – siamo una macchina complessa e semplice, che cerca di offire ai propri ospiti, siano studenti o bimbe da aiutare, il meglio. E pensiamo, in questi cento anni, di averlo fatto».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative