La Nuova Sardegna

Sassari

Tutti nell’occhio del Grande Fratello

di Luigi Soriga
Tutti nell’occhio del Grande Fratello

Per mesi le telecamere hanno filmato i dipendenti. Nella rete plateali scorrettezze ma anche tanti peccati veniali

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SASSARI. Il “grande fratello”, nella sede di Sassari di Abbanoa, funzionava così: una telecamera nella postazione di timbratura, una nell’ingresso interno agli uffici, e infine un occhio elettronico nell’ingresso principale. Per due mesi ogni dipendente che entrava o che usciva, restava immortalato dentro un fotogramma, con data, ora, minuto e secondo. Significa passare ai raggi x l’attività di lavoro di un’azienda, stendere una rete elettronica dove si impiglia ogni sgarro, e che non fa sconti. I carabinieri hanno cominciato i monitoraggi il 9 aprile 2013, hanno completato i report con pedimenti esterni e ulteriori intercettazioni ambientali, dopodiché le registrazioni sono state sospese l’11 giugno. Provate a marcare così stretta qualunque azienda pubblica o privata, e le sorprese non mancheranno.

La rete digitale. Dentro la rete digitale, su 70 dipendenti ne sono caduti 27. E infatti il pm Paolo Piras ha inviato a tutti la notifica della chiusura delle indagini preliminari. I reati contestati sono pesanti: truffa ai danni dell’azienda e in qualche caso anche peculato, visto che un paio di dipendenti per farsi gli affari propri utilizzavano l’auto di servizio.

Ma i numeri, detti così, potrebbero delineare una realtà distorta: infatti di questi 27 lavoratori sei o sette l’hanno combinata grossa, assentandosi per parecchie ore dalla propria scrivania, andando a fare shopping o accompagnando i figli in piscina o dai parenti, giustificando l’assenza con una falsa missione di lavoro e ottenendo anche i rimborsi chilometrici. Oppure c’era chi si faceva strisciare il badge da un collega per restare a casa per mezza giornata. Ma si tratta di una stretta minoranza.

Gli altri venti dipendenti finiti nell’occhio del ciclone, in qualsiasi altra circostanza se la sarebbero cavata con una tirata d’orecchi da parte della dirigenza. Perché i loro peccati si quantificano in quattro minuti giornalieri sottratti all’azienda per un caffè o per aver cercato parcheggio attorno a via Principessa Jolanda. Oppure per aver timbrato il proprio ingresso e quello di un collega che nel frattempo cercava una sistemazione per la propria vettura. Tipo: la telecamera filma un dipendente che striscia la propria carta e poi un’altra, ma il titolare di quest’ultima si presenta all’ingresso solo dopo 5 minuti. O ancora le contestazioni della Procura riguardano casi in cui alle 8.10 o alle 14 i lavoratori entrano in sede, vidimano la presenza, e poi escono per rientrare sette minuti dopo per un caffè.

Nei guai per pochi minuti. Sono comportamenti senza dubbio da censurare, perché ogni centesimo di lavoro è retribuito. Ma non sono una manciata di minuti rubati al bar a compromettere la performance del gestore idrico regionale. E anche lo scenario da azienda covo di fannulloni è probabile che venga ridimensionato dagli sviluppi giudiziari. Infatti nel report della Procura salta agli occhi un altro dato: il danno economico complessivo stimato da Abbanoa per le ore rubate in due mesi dal proprio personale infedele. Ogni minuto è stato monetizzato sulla base delle retribuzioni dei singoli, e il furto di stipendio ammonta in tutto a 7500 euro. Per i quali hanno contribuito in larghissima misura due responsabili e due dipendenti, che in 53 giorni hanno collezionato chi 2300 euro, chi 1200, chi 800 e chi 650 euro di paga a sbafo.

Ore fuori dall’ufficio. Per questi lavoratori verrà davvero in salita difendersi davanti al giudice, perché il 90 per cento delle volte entravano in ufficio e poi se ne andavano senza giustificazione e spesso per svolgere faccende private. Chi andava a fare la spesa, chi trascorreva ore al bar o a chiacchierare con amici, chi faceva da tassista ai figli e chi invece preferiva starsene in ciabatte a casa propria.

Ma per una decina di dipendenti le contestazioni si fermano davvero a pochi minuti, e le giornate irregolari si contano sulle dita di una mano. Si parla di 30 euro, o 20 euro, o addirittura 9 euro non lavorati, e per qualcuno beccato in fuorigioco dalla telecamera l’azienda non ha quantificato nemmeno il danno economico. Forse un richiamo verbale o un ammonimento scritto sarebbero stati i provvedimenti più naturali rispetto a condotte di questo tipo, invece di un processo penale in un’aula di tribunale.

Il conto del detective. Un altro dato infine fa riflettere: due mesi di intercettazioni, pedinamenti, un detective privato reclutato da Abbanoa e dieci carabinieri mobilitati sono costati circa trentamila euro. Cioé quattro volte il danno economico dichiarato dall’azienda.

«Sono convinto che la stragrande maggioranza degli indagati saranno prosciolti _ dice Massimiliano Muretti della Cgil _ e sarà importante che la giustizia faccia il suo corso e vada fino in fondo proprio per restituire al fenomeno la sua reale misura. Alla fine le condanne (sempre che ci siano) saranno pochissime, ma il danno di immagine che ha subito Abbanoa sarà devastante e sicuramente cento volte superiore ai 7mila euro contestati. È normale che gli utenti non si sentano tranquilli se pensano che chi gestisce l’acqua è un fannullone che non fa il suo dovere. Ma la situazione non è certo questa e i problemi del gestore idrico vanno ben al di là della operosità del personale. Ci sono deficit organizzativi e inefficienze di impianti che a tutt’oggi è difficilissimo sanare. È sbagliato puntare il dito sui dipendenti e scaricare su di loro le colpe».

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