La Nuova Sardegna

Sassari

«Ma quali superstipendi, viviamo con 600 euro»

di Salvatore Santoni
«Ma quali superstipendi, viviamo con 600 euro»

Dura reazione dei lavoratori di Romangia Servizi accusati di guadagnare troppo Ora viene proposto un nuovo tipo di contratto che abbasserebbe le retribuzioni

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SORSO. «Ma quali laureati se ci pagano 600 euro al mese». È la secca replica che i lavoratori della Romangia Servizi inoltrano all’amministrazione comunale di Sorso. Nel corso della seduta della commissione Bilancio del 24 settembre - convocata per l’audizione dei sindacati aziendali - era emerso un dato paradossale, e cioè che il costo medio di un operaio della società partecipata dal Comune di Sorso è maggiore di un laureato (cat. D, ndc) alle dipendenze dell’amministrazione comunale. Tradotto in cifre, secondo l’amministrazione un operaio costa in media 35mila euro, mentre un laureato alle dipendenze del Comune ne costa 30mila. Una «provocazione» che i sindacati non hanno digerito. Insieme a loro anche gli operai, che non ci stanno a passare come «privilegiati». Attualmente sono tutti in cassa integrazione al 50%, e mentre l’Inps è in arretrato nei pagamenti di 9 mesi, vivono con i soli 600 euro mensili passati dal Comune. «Il contratto “commercio e terziario”, applicato ai dipendenti della Romangia Servizi fin dalla sua costituzione (2007), a detta dell’allora presidente della società, era il meno oneroso e prevede uno stipendio netto di 1030 euro per un quinto livello e 1050 euro per un quarto livello», sottolineano all’unisono Francesco Pittalis (Cgil), Antonio Sechi (Ugl) e Gian Luca Sechi (Cisl). Una presa di posizione chiara che sgombra il campo da ogni ambiguità rispetto ai mugugni che circolano in città in questi giorni, alimentati dalle dichiarazioni fatte durante i lavori della commissione. «Oggi, l’attuale responsabile finanziario del Comune di Sorso (il dirigente Pietro Nurra, ndc), afferma che lo stesso contratto che ci ha proposto quando era presidente della società, oggi non è più il migliore, e che pertanto si rende necessario variarlo con quello cosiddetto “enti locali”: ma perché non è stato fatto prima?», si domandano i sindacati. «Supponendo che si possa fare, va ricordato che si tradurrebbe in una diminuzione dell’orario di lavoro da 40 a 36 ore settimanali, e quindi anche una riduzione dello stipendio annuale», continuano. Una rinuncia che gli operai sono propensi a discutere a patto che sul tavolo si ponga la revoca della cassa integrazione dal 2015. «Altro che stipendi da laureati, questo è il frutto degli errori di chi ha amministrato con poca professionalità», incalzano i tre. C’è poi la questione che riguarda i contenzioni giudiziari, i cui esiti potrebbero sfondare le casse societarie in men che non si dica. «I lavoratori che si sono rivolti agli avvocati lo hanno fatto, ad esempio, perché si sono sentiti discriminati o demansionati. Se avessero ragione, basterebbe rifarsi su chi ha compiuto quelle scelte fatte a danno ai lavoratori», sottolineano i sindacalisti. La conclusione è un tendere la mano a dimostrazione che la volontà è di risolvere i problemi. «Auspichiamo che il nuovo Cda trovi soluzioni concrete - concludono i lavoratori - per dare una risposta efficace ai tanti lavoratori della nostra società, da troppo tempo senza risposte».

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