Si muore ancora di Aids, tre ragazzi in tre mesi

Padre Salvatore Morittu fondatore dell’unica Casa famiglia in Sardegna: «Facciamo in modo che non cali il silenzio»

SASSARI. Tre decessi negli ultimi tre mesi, dal 12 settembre a oggi. É un dato drammatico, serve a ricordare a tutti che di Aids si muore ancora e non si deve abbassare la guardia. Ogni giorno è una sfida nuova, con piccoli passi in avanti e tanti pregiudizi da superare, anche nel settore sanitario.

Padre Salvatore Morittu, fondatore di Mondo X Sardegna e della Casa famiglia Sant’Antonio Abate di Sassari (l’unica attiva in Sardegna capace di accogliere persone malate di Hiv e patologie correlate)coglie l’occasione dell’appuntamento delle «Giornate della solidarietà» - in programma il 29 e 30 novembre - per una riflessione che serve a fare circolare le informazioni e consentire che arrivino a tutti.

«I tre ragazzi deceduti in questi mesi erano tutti da noi, alla Casa famiglia. Uno era arrivato dieci anni fa, l’altro da poco più di un anno, il terzo da appena due mesi. Abbiamo fatto il funerale e vorrei dire che è importante che gli ammalati di Aids siano onorati nel loro percorso estremo. E il funerale ha un grande significato per chi da vivo è dentro la malattia. Hanno tante aspettative, pensano: potrò essere trattato come gli altri?».

É anche un momento per guardare alle famiglie, per dare una speranza e favorire la riconciliazione?

«In due dei tre casi le mamme erano volutamente assenti. I fatti della vita hanno portato debolezza e fragilità, sembrava che non dovessero più riavvicinarsi ai figli. Invece c’è stata una viva riconciliazione, le madri erano presenti per salutare i loro ragazzi. E la comunità li ha ritrovati, attuali, senza i pesanti riferimenti al passato».

Sembra assurdo, ma la morte e un funerale diventano elementi per raccontare la vita di questi ragazzi...

«É vero. É possibile raccontare un evento così particolare e relazionare la morte non come solitudine e abbandono ma lanciare un messaggio dalla nostra frontiera, dove i malati vivono una dimensione così come potrebbe essere in una famiglia».

A che punto è la ricerca e quali progressi hanno fatto le cure per l’Aids?

«I farmaci stanno assumendo una dimensione che posso definire più equilibrata. Nel senso che siamo passati da una manciata di medicine a due o tre pastiglie per volta. La difficoltà di oggi è quella di continuare a vivere sapendo che sarai pur sempre un malato. I ragazzi recuperano vita ma non la qualità che possa permettergli una esistenza simile a quella di chi sta bene. Anche un abbraccio aiuta a stare meglio».

É una sfida impossibile?

«Condividere la vita con loro richiede fatica e impegno. Quello che noi facciamo è qualcosa di molto limitato, ma il bisogno di vivere che esprimono è molto forte. Amano la vita molto più di noi, vogliono giocare la sfida sino all’ultimo, al di là delle loro fragilità psichiche e fisiche».

C’è il rischio dell’isolamento e dell’emarginazione?

«I ragazzi sono spesso troppo esagerati nella loro autoemarginazione, è fondamentale che non si isolino perché una delle reazioni più frequenti è quella di tendere a scomparire in qualunque modo. E vanno incoraggiati, perché nel momento in cui si fanno una ragione della loro condizione possono vivere sentendosi meno soli».

Che cosa dice chi scopre di avere fatto il drammatico incontro con l’Aids?

«Un ragazzo al quale avevano appena fatto una diagnosi disperata, la prima frase che mi ha rivolto è stata questa: mi raccomando, non mi lasciate solo. Ecco, il nostro obbligo è quello di accentuare l’attenzione e le cure per queste persone. E raccontarli - come accadrà domani con la presentazione del libro “Aids: destinati a vivere” - significa ricordare che esistono come persone e non come problema».

La casa famiglia ha i posti occupati, come si fa a dare risposte a tutti?

«Abbiamo 12 ospiti, sempre al completo. Stiamo assolvendo alla funzione di privilegiare sempre più i poveri, gli ultimi. E spesso tocca dire che non c’è posto. Ma non è una resa, solo una sfida difficile che continua».

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